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Giornata del Migrante: nel cuore del Papa gli sfollati nel proprio Paese

Si celebra oggi la Giornata dedicata a migranti e rifugiati che, per questa 106.ma edizione, punta gli occhi su un fenomeno sempre più nascosto e in drammatica crescita, quello degli sfollati interni. Sono 50 milioni nel mondo, ma restano nascosti perché non escono dai confini nazionali

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Il numero è aumentato a tal punto non solo da poter essere quello di una intera popolazione, ma anche così tanto da raggiungere il livello più alto di sempre. Gli sfollati interni sono 50 milioni, ma il loro destino, agli occhi del mondo, è ancor più nascosto di quello di qualsiasi altro rifugiato, e questo perché restano dentro i confini nazionali, seppur vittime di conflitti, violenze, disastri ambientali e, oggi, anche della pandemia di Covid-19. I Paesi in cui si contano i più alti numeri di sfollati sono gli stessi che negli ultimi anni sono i più conosciuti per le loro infinite guerre: Yemen, Siria, Libia e Iraq.

Negli sfollati è presente Gesù

E’ a loro che è dedicata l’odierna Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la 106.ma, che chiede attenzione sulla “tragica condizione”, spesso “invisibile”, che vivono, come indicato da Papa Francesco nel messaggio dedicato alla ricorrenza e pubblicato nel maggio scorso, dal titolo “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. “In ciascuno di loro è presente Gesù – scriveva il Papa – costretto , come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella. Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire”. Parole che ribadiscono la particolare attenzione di Francesco verso i più vulnerabili, come conferma padre Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale:

Ascolta l'intervista a padre Fabio Baggio

R. – Sicuramente gli sfollati sono nel cuore di Papa Francesco, come tutti quanti gli abitanti delle periferie esistenziali. Sembra che il nostro Santo Padre stia cercando di evidenziare quelle vulnerabilità che sono molto speciali in questo contesto storico,  questa contingenza storica vissuta dalle varie regioni del mondo, identificando quelle categorie che stanno particolarmente soffrendo. In questo senso gli sfollati sono una di queste categorie che, come è stato dimostrato anche in altri casi, rischiano di passare inosservati di fronte ad altri drammi che, agli occhi dei responsabili, sembrano più importanti o più urgenti.

 

Il Papa ha sottolineato, come già in passato, i 4 verbi fondamentali, necessari, per rispondere a questa sfida pastorale e a questi verbi Francesco poi ha legato anche l'indicazione di alcune azioni pratiche...

R. – Questi quattro verbi sono dei paradigmi. L’accogliere, il proteggere, il  promuovere e l’integrare valgono per tutte le pastorali della mobilità umana ma, lo ha specificato (il Papa ndr) in uno dei suoi discorsi, di fatto valgono per tutta la pastorale, quando parliamo dei poveri, delle persone ammalate, delle persone sole, tutte le persone da accogliere, da proteggere, da promuovere, da integrare, perché sono rimaste ai margini delle nostre società o perché, per questa cultura dello scarto, vengono poste proprio nelle periferie esistenziali e relegate lì, senza  alcun tipo di aiuto. Questi verbi, però, si devono poi tradurre in azioni concrete e il Papa ci ha regalato 6 binomi, 6 coppie di verbi che vengono poi tradotti  in un modo molto concreto. Nel messaggio Francesco li ha voluti anche legare ad esempi molto chiari di quello che è successo durante la pandemia e che continua a succedere anche ai nostri giorni.

Nel messaggio è contenuta una forte indicazione che voi avete raccolto: viene sottolineata la necessità di una collaborazione tra gli attori della Chiesa e non solo. A che punto siamo?

 

R. – Tra le coppie dei verbi che vengono segnalate, vorrei sottolineare, come esempio, la prima e l'ultima. La prima è il "conoscere per comprendere", l'importante è portare fuori dalla invisibilità tutti i soggetti dello sfollamento interno, cioè fare in modo che il fenomeno sia conosciuto e, soprattutto, sia conosciuto dalle nostre comunità. Mi riferisco al fatto che nell'azione caritativa, che un po' è specifica di tutte le comunità cristiane cattoliche, c'è anche spazio per soggetti particolari che magari non sono tanto lontani da noi, perché i terremoti sono situazioni che colpiscono molti dei territori che noi conosciamo, così come alluvioni, disastri e incidenti che producono una serie di sfollati per i quali è necessario attivare un azione caritativa e una pastorale specifica. Al tempo stesso vale anche l'ultima coppia di verbi, che è  quella di essere capaci di "collaborare per costruire". Il motivo per il quale il Santo Padre insiste è perché pur essendo molte le forze, le organizzazioni cattoliche, le Caritas e tanti altri attori delle chiese locali, che stanno lavorando a favore degli sfollati, con iniziative che sono veramente lodevoli, molto spesso  rimangono scoordinate, non sono legate tra di loro e, a volte, rischiano anche di lavorare in modo parallelo. Allora, l'importanza è quella di imparare a collaborare tra di noi, innanzitutto tra tutte le forze cattoliche che sono impegnate, poi a collaborare con le altre forze religiose, ci sono tanti altri gruppi che appartengono a fedi e credenze diverse che stanno effettivamente lavorando, fondandosi sui principi e valori che sono comuni per lavorare insieme. Occorre poi anche collaborare con le agenzie governative e con le istituzioni, come le agenzie internazionali, che si preoccupano direttamente dello sfollamento interno o dei fenomeni di povertà, di resilienza, che sono collegati a questo fenomeno dello sfollamento interno. Collaborare è una parola chiave.

 

E’ importante ribadire, e il suo Dicastero lo ha fatto più di una volta, come, ad oggi, non esista neanche uno strumento che protegga, così come è per i rifugiati, gli sfollati …

R. – Purtroppo parliamo di strumenti che normalmente si attuano a livello internazionale. In questo caso, essendo persone che si muovono all'interno di un territorio nazionale, questo strumento deve essere forgiato da istanze legislative a livello nazionale o attingere a modelli, standard, paradigmi, presentati a livello internazionale ma poi tradotti in legislazione nazionale.  Questo fa sì che il processo sia più lungo rispetto ad altri casi che interessano persone che, attraversando un  confine nazionale, essendo quindi di interesse comune della comunità internazionale degli Stati, trovano arene di discussione che portano avanti le loro questioni in un modo più veloce. Dobbiamo dirlo onestamente: c'è tutto un dialogo in corso, anche a livello di comunità internazionale, che sta cercando di evidenziare questa problematica anche a fronte di precisi avvenimenti, come guerre scoppiate negli ultimi anni e che hanno continuato a produrre numeri ingentissimi di sfollati.

E’ vero anche che si viene chiamati a rispondere a questa sfida pastorale guardando agli sfollati interni come forza positiva e  importante per il cambiamento…

R. – Le persone che sono state costrette a fuggire, come recita il titolo del messaggio “Come Gesù Cristo costrette a fuggire”, rappresentano una doppia opportunità per noi. Da una parte abbiamo quell’opportunità di fede che ci è data dell'incontro con Gesù Cristo, che è presente negli sfollati e che bussa alla nostra porta, un incontro che noi ricerchiamo, perché è il fine ultimo della nostra vita, che ci realizza anche come persone in una crescita di incontro quotidiano con il Dio, che rappresenta l'orizzonte ultimo del nostro camminare terreno. Al tempo stesso, però, c'è anche un'opportunità molto più materiale. In questa costruzione della società, che deve sempre più raffigurare ed essere immagine del progetto di Dio, è necessario imparare a valorizzare le capacità, le esperienze ed i valori che ci vengono anche da persone provenienti da altre regioni, da altre città, che sono giunte, magari in un modo drammatico, a convivere con noi, ma che vengono a portare e non solamente a ricevere. Questo diventa una ricchezza enorme anche per la stessa voglia di riscatto, la voglia di rimettersi in gioco, la voglia di lavorare e di comunicare anche con gli altri e di portare quella ricchezza che è propria di ogni persona.

27 settembre 2020, 09:00