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Papa Francesco e alcuni migranti Papa Francesco e alcuni migranti 

Visita del Papa a Sacrofano. Le voci dell’accoglienza

Le parrocchie e le realtà impegnate nell'accoglienza di profughi e migranti raccontano i percorsi d’integrazione e l’arricchimento umano derivati da queste esperienze. Interviste con don Francesco Picone e il volontario Arnaldo De Giuseppe, che oggi partecipano all'appuntamento col Papa a Sacrofano

Marco Guerra – Città del Vaticano

Sale l’attesa tra le realtà di accoglienza dei migranti che oggi pomeriggio partecipano alla Messa presieduta da Papa Francesco presso la Fraterna Domus di Sacrofano, in provincia di Roma. La celebrazione eucaristica apre l’incontro dal titolo: “Liberi dalla paura”, organizzato dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana e dal Centro Astalli, in programma fino a domenica 17 febbraio.

Condividere le esperienze di ospitalità

L’iniziativa, spiegano gli organizzatori, “intende essere un momento di comunione con famiglie, parrocchie, istituti religiosi e altre realtà” impegnate in percorsi di ospitalità di migranti. In pratica tutti soggetti che operano nell’accoglienza e nell’integrazione si incontreranno per condividere esperienze e testimonianze ma anche per fare un bilancio della mobilitazione a livello diocesano e parrocchiale avvenuta a seguito dell’appello del Papa all’Angelus del 6 settembre 2015, nel quale invitava le comunità religiose e i monasteri ad accogliere le famiglie di profughi.

Un messaggio di fiducia all’Italia

Il meeting di Sacrofano sarà inoltre un’occasione per lanciare un messaggio di fiducia all’Italia, per ascoltare le storie dei migranti accolti e per far conoscere le esperienze che hanno innescato percorsi virtuosi di solidarietà e hanno arricchito le comunità a livello umano. A confrontarsi saranno sia religiosi sia laici impegnati in prima persona nella realizzazione di questi progetti di integrazione.

Don Picone: torna il sorriso sul volto di chi ha sofferto

La bellezza di questo impegno traspare dalle parole di don Francesco Picone, parroco della Chiesa di San Nicola a Casal di Principe, che partecipa all'incontro col Pontefice a Sacrofano. Il sacerdote racconta a Vatican News l’esperienza di ospitalità offerta a due ragazzi del Mali e ad una famiglia eritrea:

Ascolta l'intervista a Don Picone

R. - La nostra esperienza di accoglienza fa seguito a quello che è stato l’accorato appello del Papa rivolto alle parrocchie italiane il 6 settembre 2015 all’Angelus in Piazza San Pietro. Ci siamo fidati della parola di Francesco e oggi possiamo dire che quello che aveva chiesto si può fare. Si può aprire il proprio cuore e ospitare  qualcuno dei nostri fratelli rifugiati - almeno uno o due - all’interno di ogni parrocchia. Noi, con l’aiuto di Caritas diocesana, abbiamo aderito nel 2016 al progetto: “Protetto, rifugiato a casa mia” ed abbiamo ospitato in un centro attiguo alla nostra chiesa parrocchiale, due ragazzi del Mali che all’epoca avevano 19 e 22 anni. I loro nomi sono Dembelé e Traoré. Poi, successivamente, conclusa felicemente questa esperienza, nel 2018 abbiamo ospitato l'esperienza dei “Corridoi umanitari” che è promossa dalla Cei, dalla Caritas italiana e della Comunità di Sant’Egidio. Abbiamo accolto una famiglia intera con papà, mamma e una bambina. Nel frattempo - questa è la cosa bellissima - la mamma portava nel grembo due gemelli che sono nati proprio nella nostra chiesa e quindi nel nostro centro.

Qual è la bellezza di questo impegno e quali anche le difficoltà?

R. - La bellezza di questo impegno è il fatto di poter vedere, soprattutto sul volto di Dembelé e Traoré dopo un anno e mezzo vissuto con noi, ritornare il sorriso perché sono riusciti a trovare nella Chiesa la patria che desideravano, ma pian piano anche la possibilità di aver un futuro; sono infatti riusciti ad integrarsi sul territorio e a trovare un lavoro. Attualmente hanno una casa in affitto, si sostengono autonomamente e quindi sono più o meno integrati sul nostro territorio. E poi la cosa bella è stata poter veder nascere proprio dentro la Chiesa due bambini che probabilmente cercavano rifugio prima ancora di nascere. Le difficoltà nascono invece dalla impossibilità di offrire per loro un lavoro abbastanza stabile, di riuscire in qualche modo a stargli vicino e accogliere quelle che sono le loro sofferenze, poi naturalmente capire le culture diverse e le religioni diverse perché in alcuni casi con il desiderio di fare del bene magari se non si comprende l’altro si rischia di creargli qualche difficoltà.

La fede aiuta in questo percorso?

R. - Credo che la fede sia la differenza sostanziale. La differenza sta nel fatto che seguendo il Vangelo e soprattutto la bellezza del buon samaritano, così come nel brano del Vangelo, ti fai vicino e ti rendi conto che devi sentirti responsabile, devi essere in grado di rinunciare a qualcosa, ma la cosa bella è che poi alla fine ti rendi conto che questa esperienza ti ha veramente arricchito e ti ha fatto sperimentare, aldilà di quello che si dice, cosa sia veramente la vita buona del Vangelo.

Come è vissuta questa esperienza da parte delle famiglie della parrocchia e da parte di chi viene accolto?

R. - Le persone della parrocchia hanno già maturato un’esperienza di accoglienza; il nostro centro ha avuto origine già tanti anni fa grazie all’ispirazione di don Peppino Diana. Noi siamo proprio nella parrocchia dove è stato ucciso 25 anni fa e quindi già c’era un’esperienza di accoglienza di immigrati. Nel tempo poi ovviamente abbiamo avuto diverse forme di accoglienza che per un periodo avevamo interrotto; l’appello del Papa ci ha fatto riprendere questa esperienza. A volte magari qualcuno potrebbe pensare che questo possa togliere attenzione a persone del nostro territorio, che fare del bene ad un migrante potrebbe significare in qualche modo non pensare a quelle che sono le prime necessità locali. In realtà, sono delle cose che vanno perfettamente insieme. Addirittura, la cosa bella è che i figli di queste famiglie sono ormai diventati fratelli e sorelle di queste persone venute da lontano.

L'accoglienza offerta dalla rete familiare

Le parrocchie svolgono dunque un ruolo fondamentale anche nella prima ospitalità dei rifugiati. Ma l’appello di Papa Francesco ha mobilitato anche una vasta rete di famiglie che a proprie spese ha allestito delle strutture private. Questo canale di accoglienza viene raccontato a Vatican News da Arnaldo De Giuseppe volontario di Pegognaga, in provincia di Mantova, presente all'appuntamento di Sacrofano col Papa:

Ascolta l'intervista a Arnaldo De Giuseppe

R. - Noi siamo un gruppo di famiglie che si ritrovano settimanalmente per un momento di preghiera e di condivisione. Molto spesso ci siamo chiesti cosa potessimo fare per queste situazioni drammatiche che vedevamo in televisione o sui giornali. Siamo rimasti molto colpiti dal fatto che il Papa sia tornato dall’isola di Lesbo con alcune famiglie e abbiamo pensato che forse questa cosa avremmo potuto farla anche noi. Abbiamo preso contatto con la Comunità di Sant’Egidio e abbiamo dato la nostra disponibilità per i corridoi umanitari. Dopodiché, abbiamo affittato una casa in paese, l’abbiamo arredata e predisposta per l’accoglienza di una famiglia che è arrivata all’inizio di dicembre: una famiglia composta da padre, madre, tre bimbe tra i tre e i sette anni, siriani musulmani, che erano in un campo profughi a Beirut da cinque anni.

Come si è svolta poi l’accoglienza, l’integrazione? E che cosa ha portato questo impegno?

R. - Più che per l’integrazione, abbiamo aiutato questa famiglia a raggiungere una propria autonomia. Oggi sono due anni che sono con noi: li abbiamo aiutati innanzitutto con la lingua. Inizialmente, una signora marocchina ci ha dato una mano come interprete, poi loro hanno fatto un corso di italiano ma soprattutto c’era una vicinanza quotidiana. Si è creata un’amicizia, una fraternità molto bella, per cui per loro è stato molto più facile acquisire la lingua. Le bimbe sono state inserite a scuola; li abbiamo poi aiutati per i documenti quindi con la Questura, la Commissione territoriale, il Comune, il sistema sanitario. Poi, per il lavoro invece abbiamo fatto fare un corso di saldatore al capofamiglia e dopo poco siamo riusciti a trovargli posto in un’azienda metalmeccanica qui, nel nostro paese, a Pegognaga. Quindi ad oggi loro sono praticamente autonomi. Dopo un anno, noi abbiamo terminato il nostro progetto, continuiamo con questo rapporto di amicizia e quindi rimane per noi un’esperienza molto bella che in qualche maniera ha poi "contaminato" anche altri attorno a noi. Abbiamo fatto un incontro con alcune famiglie della parrocchia di Pegognaga, abbiamo chiesto loro se potevano ripetere la nostra esperienza; sono stati disponibili e abbiamo accolto una seconda famiglia siriana. E si sta pensando a una terza famiglia.

15 febbraio 2019, 08:30