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Papa confessa un giovane in Piazza san Pietro Papa confessa un giovane in Piazza san Pietro 

Papa: Confessori, ministri e non padroni della misericordia

Chi confessa deve essere un “testimone della misericordia” che fa udire la voce di Dio senza esercitare alcuna influenza sulle coscienze, specie dei più giovani. È l’invito del Papa ai partecipanti al Corso sul Foro interno, dedicato al rapporto tra Confessione e discernimento vocazionale

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Maestro, educatore, pastore. Certamente sempre un “testimone della misericordia”. mai un “padrone delle coscienze”. La vita di un confessore deve correre lungo questa dorsale. La Sala Clementina è gremita di giovani sacerdoti quando Francesco enuncia il dover essere di chi si trova ad amministrare il Sacramento della Riconciliazione.

Non influenzare i giovani

L’udienza in Sala Clementina suggella i quattro giorni di lavoro del 29.mo Corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. Francesco approfondisce il tema del Corso – il rapporto tra Confessione sacramentale e discernimento vocazionale – mettendo subito in luce un aspetto tante volte riaffermato, e cioè che dentro un confessionale non si è proprietari di nulla ma solo “strumenti” di una forza più alta:

“Il sacerdote confessore non è la fonte della Misericordia né della grazia: no; ne è certo l’indispensabile strumento, ma sempre solo strumento! E quando il sacerdote si impadronisce di questo, impedisce che Dio attui nei cuori. Questa consapevolezza deve favorire un’attenta vigilanza sul rischio di diventare i ‘padroni delle coscienze’, soprattutto nel rapporto con i giovani, la cui personalità è ancora in formazione e, perciò, molto più facilmente influenzabile”.

“ Saper ascoltare le domande prima di offrire le risposte ”

Tramite tra l’uomo e Dio

Più “scompare il sacerdote”, afferma il Papa, più “appare” chiaramente “Cristo sommo ed eterno sacerdote”. Questo aiuta il confessore in quell’atteggiamento di umiltà indispensabile per addestrarsi al secondo requisito, il “saper ascoltare le domande prima di offrire le risposte”:

“Il confessore è chiamato ad essere uomo dell’ascolto: ascolto umano del penitente e ascolto divino dello Spirito Santo. Ascoltando davvero il fratello nel colloquio sacramentale, noi ascoltiamo Gesù stesso, povero ed umile; ascoltando lo Spirito Santo ci poniamo in attenta obbedienza, diventiamo uditori della Parola e dunque offriamo il più grande servizio ai nostri giovani penitenti: li mettiamo in contatto con Gesù stesso”.

La “forma” della vocazione

Il confessore può assumere anche il ruolo di padre spirituale, qualora un giovane lo desiderasse. In quel caso entra in gioco, sottolinea Francesco, la dimensione del discernimento vocazionale, ovvero quel periodo di “lettura dei segni che Dio stesso – dice – ha già posto nella vita del giovane”:

“Il colloquio della Confessione sacramentale diventa così occasione privilegiata di incontro, per porsi entrambi, penitente e confessore, in ascolto della volontà di Dio, scoprendo quale possa essere il suo progetto, indipendentemente dalla forma della vocazione. Infatti, la vocazione non coincide, né può mai coincidere, con una forma! Questo porterebbe al formalismo! La vocazione è il rapporto stesso con Gesù: rapporto vitale e imprescindibile”.

Compassione prima di tutto

Il Papa conclude ricordando i binomi che definiscono tradizionalmente un confessore -

“medico e giudice”, “pastore e padre”, “maestro ed educatore”. Ma ai giovani sacerdoti, seminaristi e diaconi dice: siate prima di tutto “testimoni della misericordia” che sanno come Gesù “com-patire per i peccati dei fratelli”, spalancando loro “un orizzonte nuovo e grande, che solo Dio può dare all’uomo”.

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09 marzo 2018, 12:04