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L'Africa è uno dei continenti dove la mutilazione genitale femminile è una pratica molto diffusa e che nel mondo interessa almeno 200 milioni di ragazze e donne L'Africa è uno dei continenti dove la mutilazione genitale femminile è una pratica molto diffusa e che nel mondo interessa almeno 200 milioni di ragazze e donne

Giornata contro le mutilazioni genitali, il Papa: una pratica che umilia la donna

Nella ricorrenza internazionale del 6 febbraio, indetta dall’Onu nel 2012, il Pontefice ricorda che questa pratica, diffusa in varie regioni del mondo, attenta gravemente la dignità fisica della donna. La testimonianza di monsignor Virgilio Pante, vescovo di Maralal, che fa luce sulla situazione riguardo questa turpe pratica.

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Dopo la recita mariana dell'Angelus, Papa Francesco ha ricordato che oggi, domenica 6 febbraio, si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. "Sono circa tre milioni le ragazze - ha detto Francesco - che, ogni anno, subiscono tale intervento, spesso in condizioni molto pericolose per la loro salute. Questa pratica, purtroppo diffusa in diverse regioni del mondo, umilia la dignità della donna e attenta gravemente alla sua integrità fisica".

Una pratica da abolire

Una violazione estrema dei diritti e dell’integrità delle donne e delle ragazze. Nella maggior parte dei Paesi del mondo le mutilazioni genitali femminili sono considerate una pratica da abolire, frutto di usanze culturali basate sulla rimozione, totale o parziale, degli organi genitali esterni, con conseguenze importanti sulla salute della donna, che in alcuni casi portano alla morte. Una volta praticato il taglio le ragazze saranno considerate pronte per diventare spose e questo comporta spesso un matrimonio precoce con il conseguente abbandono degli studi.

Si stima che circa 68 milioni di ragazze in tutto il mondo rischiano ancora di subire questa pratica prima del 2030. A pesare in questo dato c’è la pandemia che ha stravolto i piani di molte organizzazioni, costrette a mettere da parte i progetti per affrontare l’emergenza sanitaria. “Una crisi nella crisi”, secondo le Nazioni Unite. Per questo è stato lanciato un nuovo programma sul tema: “Non c’è tempo per l’Inattività Globale. Unitevi, Finanziate e Agite per porre fine alle Mutilazioni Genitali Femminili”.

Una pratica universale

Le mutilazioni genitali femminili sono diffuse principalmente in 31 Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, 15 dei quali alle prese con conflitti, povertà crescente e diseguaglianze, ma è corretto definire questa pratica universale perché comune in alcuni Paesi dell’America Latina e dell’Asia. Non sono da escludere, inoltre, l’Europa occidentale, l’America del Nord, l’Australia e la Nuova Zelanda dove le famiglie immigrate continuano a rispettare questa tradizione. Almeno 200 milioni di ragazze e donne in vita oggi hanno subito mutilazioni genitali femminili: circa 1 ragazza e donna su 4, ovvero 52 milioni in tutto il mondo, sono state sottoposte alla pratica per mano di personale sanitario. Questa proporzione è due volte più alta tra le adolescenti, il che indica una crescita nella medicalizzazione della pratica.

In alcuni paesi, le mutilazioni genitali femminili sono una pratica subita da circa il 90% delle ragazze in particolare in Gibuti, Guinea, Mali e Somalia. Un dato allarmante riguarda l’età delle donne, sempre più bassa: in Kenya, l'età media in cui ci si sottopone alla pratica è scesa da 12 a 9 anni negli ultimi tre decenni.

Monsignor Pante: serve un cambio di passo

Proprio in Kenya, dove le mutilazioni genitali femminili sono vietate dal 2011 - si stima che il 21% delle ragazze e delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni siano state sottoposte alla pratica. Da lì arriva la testimonianza di monsignor Virgilio Pante, missionario della Consolata, vescovo di Maralal, diocesi con circa 100mila cattolici su 350 mila abitanti.

Ascolta l'intervista a monsignor Virgilio Pante

L' Africa è di gran lunga il continente dove le mutilazioni genitali femminili sono maggiormente diffuse, sicuramente il Kenya non è tra i Paesi in cima alla lista, però anch’esso è toccato da questo triste fenomeno. Lei cosa ci può raccontare?

Io lavoro con delle tribù nomadi e seminomadi, quelle dei Samburu, dei Turkana, dei Pokot, gente che vive tra le capre, i cammelli e le vacche. Tra i Samburu e i Turkana c’è una grande differenza: i Turkana non circoncidono, né i maschi né le femmine, invece i Samburu, come i Masai, con i quali sono imparentati, praticano la circoncisione sia dei maschi, che delle femmine. Adesso il governo del Kenya ha proibito la circoncisione femminile, è proibitissimo, si finisce anche in prigione, però sappiamo che il 99% delle persone continua a farlo di nascosto, perché si dice che se non una donna non è circoncisa non è pronta al matrimonio e le ragazze accettano altrimenti nessuno le sposa. C’è naturalmente differenza tra le città, tra chi vive nei centri, dove ci sono le scuole, e la realtà fuori, nella savana, dove si continua come prima. Nei centri, le persone vanno a scuola, la nuova generazione è cambiata e ora quelli che hanno studiato la rifiutano. Le coppie che hanno studiato e che hanno un lavoro, che stanno bene economicamente, non circoncidono le loro figlie. Fanno una cerimonia e un piccolo taglietto sulla coscia per versare un po’ di sangue. Bisogna anche sapere che la circoncisione femminile non è come quella maschile, non è solo un fatto fisico, c’è anche una iniziazione, una preparazione alla vita adulta matrimoniale.

Come si può agire su queste tribù, ad esempio quelle con le quali lei lavora, perché possano abbandonare questa pratica, perché possano farla diventare simbolica, come stanno facendo gli altri nelle città?

Monsignor Virgilio Pante
Monsignor Virgilio Pante

Io penso che più che parlarne, bisognerebbe investire nella scuola ed educare queste ragazze. In questo senso noi abbiamo scuole primarie e secondarie nella nostra diocesi, siamo all’avanguardia nell’educare le donne. Con l’educazione la cosa cade da sola, senza dover fare una battaglia frontale, il Kenya ha fatto bene ad aver proibito questa pratica. Noi non ne parliamo, facciamo un lavoro indiretto. La questione deve maturare un po' alla volta, l'educazione, l'istruzione è la strada migliore. Ci sono casi, ad esempio presso i Samburu, di ragazze che non possono avere figli se non sono circoncise, le fanno abortire perché una donna che non è circoncisa non è considerata pronta a fare figli.

Lei lavora con queste tribù nomadi, una delle quali è attiva nel praticare la circoncisione femminile. Con la vostra azione educativa state vedendo dei cambiamenti?

Sì certamente. Io per esempio ho parlato adesso con una famiglia giovane, con una donna che diceva: “Io sono circoncisa perché ai miei tempi si faceva così, ma non voglio che nessuna delle mie figlie venga circoncisa. Farò una battaglia per le mie figlie”. E’ una donna che ha studiato nelle nostre scuole e già si vede un cambiamento di mentalità, ecco perché le cose stanno cambiando un po’ alla volta. Ci sono dei risultati positivi.

Ultimo aggiornamento 6 febbraio ore 12.35

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05 febbraio 2022, 08:00