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Donne che camminano per le strade del Paese Donne che camminano per le strade del Paese  (AFP or licensors)

L'Afghanistan tra la paura e la forza delle donne

Si infiamma lo scenario afghano dopo il ritiro delle truppe americane dal Paese che il presidente Ghani indica come causa per l’avanzata dei talebani. Appello dell’Onu per la fine delle violenze, 40 le vittime in 24 ore. Il governo chiede che si lasci la zona di Lashkar Gah. Fondazione Pangea: “è un quadro molto preoccupante”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Lashkar Gah, Kandahar, Herat: sono questi i tre fronti caldi, capoluoghi di provincia, nei quali esercito afghano e talebani si giocano la tenuta del Paese. Questi ultimi hanno preso il controllo dell'emittente tv della zona di Helmand dove infuriano i combattimenti, ma dove – assicurano le forze governative – si sta respingendo l’offensiva. Se i talebani, che oggi hanno conquistato le aree rurali, dovessero controllare il capoluogo di provincia il conflitto avrebbe risvolti completamente nuovi con l’evidenza dell’incapacità dell'esercito di Kabul di controllare il Paese. Sono 40 i civili uccisi nelle ultime 24 ore, l’Onu ha chiesto la fine delle violenze mentre le forze armate afghane hanno esortato i civili a lasciare Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand, prima che i militari lancino un'offensiva per respingere i talebani che assediano la città.

“Il ritiro Usa improvviso”

Il presidente Ghani denuncia il ritiro brusco e improvviso delle truppe americane dal Paese come causa per il precipitare degli eventi; “un’assurdità”: è la replica dei talebani.  Il capo dello Stato assicura di aver messo a punto un piano per arginare l’avanzata degli insorti nell’arco di sei mesi. Un piano che ha ottenuto il favore delle Camere e il fermo sostegno perchè si tutelino i diritti umani. Intanto nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno ripreso i raid in Afghanistan e stanno lavorando per evacuare i cittadini afghani in pericolo a causa dell'avanzata dei talebani, sarebbero circa 2.500 persone mentre 250 sono già arrivate negli Usa. Le richieste sono circa 20.000 e il numero potrebbe arrivare fino a 100.000 mettendo nel conto i familiari dei richiedenti asilo.

La situazione umanitaria

Per Medici Senza Frontiere la situazione è disastrosa, in due giorni sono stati curati 70 feriti di guerra solo a Lashkar Gah, 130mila – secondo l’Onu – le persone che hanno lasciato le loro case negli ultimi due mesi, il 60%  minori. Allarme condiviso da Save the Children che parla di circa 80.000 bambini costretti a fuggire dalle loro case dall'inizio di giugno a causa delle violenze e con un disperato bisogno di cibo, riparo e cure mediche, sopravvivendo solo grazie a bevande energetiche e pane. Nella provincia settentrionale di Kunduz, che ospita il maggior numero di sfollati interni del Paese, ci sono più di 60.300 persone che vivono in campi di fortuna.

Si scappa per paura

“Il quadro è preoccupante”: lo afferma Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, che in Afghanistan dal 2002 porta avanti, con personale esclusivamente locale, progetti di microcredito e nella promozione dei diritti delle donne. A colpire sono soprattutto le file all’ufficio-visti di Kabul per ottenere il via libera e lasciare così il Paese ma, sottolinea il presidente di Pangea, ci sono anche tanti giovani che in questi anni sono rientrati per dare un contributo al Paese. “Da più di 40 anni – evidenzia Lo Presti –ad indirizzare però il corso degli eventi sono le nazioni straniere”. A chiedere di andare via sono soprattutto coloro che hanno collaborato con le truppe presenti in Afghanistan, a spingerli c’è la preoccupazione di eventuali ripercussioni.

Le donne che non si arrendono

 “Non è che si possa nascondere la preoccupazione forte che c'è da parte della popolazione civile, ma – spiega Lo Presti - esiste una forte resistenza intellettuale all'idea che l'Afghanistan ripiombi nell'oscurantismo dei talebani come nel ‘96”. A dimostrazione di questo, il presidente di Pangea ricorda un convegno che si è tenuto qualche giorno fa, al quale ha partecipato anche la Fondazione, sul tema dei diritti delle donne e la pace. Un’occasione nella quale le donne, che in questi vent’anni hanno portato avanti le proprie rivendicazioni, “hanno fatto sentire la loro voce chiaramente, invitando a non retrocedere di un millimetro rispetto a quanto conquistato sino ad oggi”. Una richiesta forte che spinge Pangea a restare nel Paese ed evitare così che l’Afghanistan ripiombi nel caos, “nel quale – sottolinea Lo Presti - l'integralismo talebano trova radici fertili”.

La forza delle donne afghane
La forza delle donne afghane

Non ignorare le lacrime

“Dal punto di vista sanitario – spiega il presidente di Pangea - la situazione è disastrosa, si potrebbe delineare una crisi umanitaria in tempi rapidi, per questo c’è l’intenzione di fare fronte comune per chiedere fondi all’Italia da destinare alla società civile”. “Gli stati non possono ignorare la voce della popolazione civile delle persone che piangono i loro morti a causa di una possibilissima guerra civile imminente che potrebbe diventare molto molto cruenta”. Da anni Pangea finanzia progetti di microcredito, aiuta le donne, ha una scuola con quasi 700 bambini e bambine, soprattutto sordi, dove le classi sono miste dai 3 anni fino ai 18 anni c’è anche una squadra di calcio femmine, vero vanto di Pangea e di tanti afghani.  

Ascolta l'intervista a Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea

(Ultimo aggiornamento 03 agosto 2021, h. 13.26)

 

03 agosto 2021, 08:24