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L'ultimo saluto a Franco Battiato, un artista alla ricerca del divino

Padre Guidalberto Bormolini, il religioso che ha celebrato stamani i funerali dell’artista siciliano, racconta a Vatican News il percorso spirituale e il recente avvicinamento al Cristianesimo del suo amico Franco Battiato. "Era uno spirito libero, appassionato dalla mistica dei Padri del deserto"

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Stamani in forma privata a Milo, in provincia di Catania, i funerali di Franco Battiato. Celebrante l’amico e teologo dei Ricostruttori nella Preghiera, padre Guidalberto Bormolini. "Un artista che aveva fatto della ricerca del divino uno scopo di vita". Così lo definisce il religioso. "Franco - spiega - era profondamente convinto che la morte fosse una porta per accedere al mistero e alla bellezza. Un sincero e onesto ricercatore spirituale". Bormolini ricorda alla Radio Vaticana, il suo amico Franco Battiato, il cantautore e compositore scomparso ieri a 76 anni. "Battiato - spiega - era profondamente convinto che la morte rappresentasse una porta per accedere a un mistero spirituale di bellezza e, negli ultimi anni della sua vita, si era molto avvicinato al Cristianesimo". 

Ascolta l'intervista a padre Guidalberto Bormolini

R.- Da circa otto anni avevamo un rapporto stretto, intenso, di amicizia e anche di forte scambio spirituale. In particolare, avevamo collaborato per il documentario “Attraversando il Bardo”, dedicato al significato della morte nelle culture occidentali e orientali, facendo anche tanti incontri pubblici per presentarlo. Ma è soprattutto l’amicizia privata quella che ha caratterizzato il nostro rapporto.

Cosa la colpiva della spiritualità di questo artista?

R.- Battiato, intanto, è stato un “sincero” ricercatore spirituale. Non è una caratteristica poi così comune oggi. Va di moda una sorta di spiritualità un po’ “fai da te”, un po’ da supermercato, mentre lui è sempre stato un onesto e sincero ricercatore spirituale e cercava il divino. Ha tanto studiato, ma si è anche tanto confrontato e ha incontrato persone. Mi ha detto più volte che alcune delle sue canzoni sono nate proprio da un'ispirazione di tipo spirituale. Forse una delle più interessanti è “L'ombra della luce”: mi aveva proprio detto che era nata da un’ispirazione particolare nata durante la meditazione che praticava. Negli ultimi tempi questa sua ricerca spirituale, era sempre più aperta - io l'ho visto maturare tanto - e la sua ricerca si era molto aperta anche al cristianesimo. C'è la sua vita intima e privata in cui non voglio entrare, ma posso dire che la sua ricerca si era avvicinata al cristianesimo. Si era appassionato ai grandi mistici, ai Padri del deserto. In una sua canzone diceva: “Mi è ritornata voglia di pregare seguendo la tenacia dei Padri del deserto”. Io so che una mente e un cuore aperti come i suoi erano aperti anche all’incontro con il mistero di Cristo.

C’era stato dunque uno sviluppo nel suo percorso interiore?

R.- Senza dubbio. La sua era una mente aperta anche se non era un personaggio incasellabile in una Chiesa e questo, per onestà, bisogna dirlo. Ma penso che questa sia stata anche la bellezza della sua personalità: era uno spirito libero. Era tra l'altro una persona di una grande sensibilità anche fuori dal palcoscenico. Con le persone con cui lo frequentavamo, con i suoi amici, alcune delle nostre consorelle, era di una gentilezza, di un’attenzione davvero particolari, sempre premuroso. Devo ammettere che come religioso non ero abituato a frequentare personaggi dello spettacolo e mi immaginavo che la gente dello spettacolo fosse, come dire, di un certo tipo, interessata a certe cose... Ma come sempre, purtroppo, quando si seguono degli schemi mentali ci si sbaglia. Era di una semplicità, di un candore, di un’attenzione e allo stesso tempo era generoso e distaccato dalle cose materiali. Era veramente aperto allo spirito e, secondo me, il senso della sua vita, il centro della sua vita, che lui aveva scelto, era la ricerca del divino, dell'incontro, attraverso un modo suo, molto particolare, cercava un divino personale.

Qual era il significato che Franco Battiato dava alla morte?

R.- La morte per lui era trasformazione, era viaggio nel nuovo. Nel periodo in cui abbiamo lavorato insieme al docufilm era molto interessato anche alle teorie tibetane. Il fatto che ci potesse essere sempre la possibilità di ritornare in vita dopo la morte era certamente una di quelle cose che non escludeva assolutamente dal suo orizzonte, questo era abbastanza chiaro nel suo pensiero. Ma quello che conta più di tutto, secondo me, è che Battiato credeva più nel mondo dello spirito che nel mondo della materia. Sapeva che c'era la possibilità di aprirsi a un mistero spirituale di bellezza a cui la porta della morte avrebbe potuto dargli accesso, anche in modo definitivo. Di questo era fermamente convinto.

Come nasce questo avvicinamento al Cristianesimo, negli ultimi anni della sua vita?

R.- L'ha voluto conoscere molto, approfondire.  Poi ha avuto un suo percorso interiore e io sono contento che sia custodito nel suo cuore e un po' anche nel mio cuore. Però si era aperto moltissimo alla mistica cristiana, era contento di averne scoperto degli aspetti significativi. Poi aveva la passione di fare comparazioni, per cui notava delle peculiarità che trovava, magari, in altre esperienze mistiche di altre religioni. Questo faceva parte proprio del suo modo di ricercare. Era affascinato dalla tradizione della mistica cristiana. Ovviamente, visto il personaggio, manteneva chiaramente il suo pensiero un po' anticlericale, un po' antistituzionale. Quindi posso dire che è rimasto una persona libera, è morto da persona libera. Anche gli ultimi tempi che ho potuto passare con lui, nei mesi passati, avvertivo in lui la serenità di uno che ha sentito di aver fatto quello che doveva fare nella vita.

Ultimo aggiornamento: 19 maggio 2021, ore 12.40

18 maggio 2021, 15:00