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Nagorno-Karabakh: regge la tregua ma la popolazione è stremata

Interrotte le ostilità nella regione del Caucaso, ora la sfida è far durare la tregua, invocata da tutta la comunità internazionale. In prima linea resta la Chiesa con le sue strutture di supporto alla popolazione che vive le conseguenze di guerra e pandemia come i Camilliani dell'ospedale Redemptoris Mater in Armenia

Elvira Ragosta - Città del Vaticano

Si procede nella regione del Nagorno-Karabakh con il dispiegamento dei primi peacekeeper russi, come previsto dall'accordo firmato lunedì notte da Armenia e Azerbaigian che ha messo fine a sei settimane di combattimenti. Dei quasi 2 mila militari promessi da Mosca, ne sono gia' arrivati 414, insieme a otto elicotteri e decine di veicoli. I soldati russi provengono quasi tutti dalla missione di peacekeeping in Siria. Stazioneranno lungo il confine della regione e lungo il corridoio di Lachin che la collega all'Armenia. Insieme a loro, verrà dispiegata anche la polizia militare.

Il controllo del territorio e la tutela della tregua raggiunta non celano le difficoltà della popolazione coinvolta, che spesso subisce la violenza restando impotente. Tante vittime, paura e smarrimento, migliaia le famiglie sfollate del Nagorno Karabakh che hanno perso quasi tutto, e altrettanto numerose le famiglie dei soldati caduti nei combattimenti. 

L'ospedale voluto da san Giovanni Paolo II

Baluardo cattolico per i bisogni di tanti, in Armenia ma anche nella vicina Georgia, è l'ospedale Redemptoris Mater sulla piana di Ashotsk, a 2.000 metri di altitudine nella provincia di Shirak. È stato costruito dalla Caritas Italiana nel 1991 e donato da Papa Giovanni Paolo II al popolo armeno. La gestione dell’ospedale è stata affidata, sin dagli inizi, ai Camilliani, in particolare a padre Mario Cuccarollo attraverso il cui sguardo e le cui parole conosciamo la difficile situazione umanitaria dell'area:

Ascolta l'intervista a padre Cuccarollo

R. - C'è parecchia confusione in questi giorni per il Covid e poi la guerra… adesso questo armistizio che ha sorpreso un po'. Tanti se lo auguravano ma il problema è che si tratta di un Paese che vive tra molte difficoltà, almeno parlo della stragrande maggioranza della popolazione e queste situazioni, creano ancora più problemi, più difficoltà nella vita di ogni giorno.

Che cosa ci può dire riguardo alle necessità umanitarie del Paese?

R. - L’ospedale lavora quasi del tutto gratuitamente. Le esigenze sono sempre molte. Anche quest'anno siamo riusciti a distribuire tonnellate di alimenti e vestiario; seguiamo molto le famiglie con sostegni a distanza, con attività collaterali all'attività dell'ospedale. Sono quasi 30 anni che sto qui in Armenia, mi sembra che i problemi siano un po’ diminuiti dal '92 -'93, anno in cui sono arrivato, ma la situaazione resta difficile e adesso vediamo le conseguenze di questa pandemia e poi della guerra. Qui, dal mio ufficio, vedo il cimitero e vedo una fila piuttosto lunga di tombe di ragazzi morti in questo mese e 40 giorni di guerra. Questo certamente per le famiglie è molto traumatico. Adesso l’annuncio di questo armistizio... in molti non capiscono ancora quale sia la situazione e si chiedono il perchè di tanti morti.

E’ cambiato qualcosa dalla firma del cessate-il-fuoco?

R.- Stando qui in ospedale non ho la visione certa della situazione. se non che la guerra condiziona tutta la nostra vita rendendo difficile lavorare e servire gli ammalati nelle loro esigenze. La guerra pesa in questo senso. Dalla situazione in cui mi trovo, non afferro niente se non che tutto è condizionato da questa situazione, quindi diventa molto più difficile lavorare per l'ospedale, seguire gli ammalati e le loro esigenze.

Che tipo di assistenza sanitaria offrite voi dell'ospedale Redemptoris Mater?

R. - Il nostro è un piccolo ospedale generale con 100 posti letto, 21 ambulatori sul territorio oltre a quelli interni alla struttura. Diamo un'assistenza a livello di medicina generale: chirurgia generale, ginecologia e maternità, pediatria. Poi abbiamo la diagnostica, oculistica, otorinolaringoiatra, urologia in un villaggio a 2000 metri d’altitudine. Offre un servizio a tutto il nord Armenia. Da noi venivano anche dalla Georgia, ma ora il confine è chiuso per colpa del coronavirus.

Avete curato anche persone coinvolte negli scontri dei giorni scorsi?

R. - Fino adesso no, c'è soltanto una signora anziana, profuga dalla capitale del Nagorno, ospite della diocesi. Siamo troppo lontani dalla zona di guerra. Noi siamo al nord, abbiamo mandato medicinali agli ospedali in quei territori di scontro dove erano ricoverati moti feriti, traumatizzati. So che molte ambulanze di quelle strutture si incrociavano per portare feriti di guerra e anche malati di Covid. Ci hanno chiesto letti a disposizione, ma fino ad ora non è stato necessario.

Don Mario, il vostro ospedale è stato fondato da Papa Giovanni Paolo II e dalla Caritas...

R. - Giovanni Paolo II non perdeva occasione per parlare dell’ospedale. Abbiamo due ambulanze offerte da lui, quando è venuto in Armenia nel 2001 voleva andare a visitarlo, ne ha parlato a lungo, anche durante un’omelia… Anche Papa Benedetto XVI ci ha aiutati molto, ha fatto anche delle donazioni così come Papa Francesco, ultimamente, tramite benefattori suoi amici. Ci ha offerto una TAC, molto importante per l'ospedale. Papa Francesco, quando è venuto, ha sofferto molto per non essere potuto arrivare fino a noi. È sempre stato ed è sempre vicino all’ospedale.

11 novembre 2020, 13:21