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Il cardinale Giuseppe Petrocchi nelle zone colpite dagli incendi Il cardinale Giuseppe Petrocchi nelle zone colpite dagli incendi 

Il cardinale Petrocchi sugli incendi in Abruzzo: tutta la comunità deve vigilare

Quinto giorno di incendi tra l’Aquila e il Gran Sasso. Completata una linea di tagliafuoco ma ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi. Chiesto lo stato d’emergenza mentre continuano i soccorsi

Michele Raviart – Città del Vaticano

“Sono circa 200 gli ettari di vegetazione distrutti dalle fiamme, tra cui un vasto bosco di pini neri risalente agli anni’30, collocato a 1200 metri di altitudine, sulla dorsale appenninica in provincia dell’Aquila”. Questo il bilancio ufficiale reso noto dal Ministero dell’Ambiente dopo il quarto giorno di incendi che hanno investito un’area del Parco del Gran Sasso e alcuni quartieri dell’Aquila.

A rischio 700 ettari di terreno boschivo

Nella zona sopra l’abitato di Cansatessa è stata completata una linea di tagliafuoco lunga due chilometri grazie all’aiuto di un reparto degli alpini e della Protezione civile. L’area interessata dall’incendio è vasta 700 ettari che vanno da parte del Parco Nazionale del Gran Sasso ai quartieri aquilani di Cansatessa e Pettino e il paese di Arisichia, dove abitano oltre diecimila persone.

Chiesto lo stato d’emergenza

Il Comune dell’Aquila ha chiesto alle autorità nazionale di concedere lo stato d’emergenza, in considerazione “dell’estensione dei fenomeni e dell’estrema gravità del danno”. Le conseguenze dell’incendio non sono state ancora quantificate, ma per Coldiretti ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi distrutti, tanto in Abruzzo quanto in Sicilia, dove un rogo sta colpendo la zona di Piazza Armerina.

La testimonianza del cardinale Petrocchi

Intanto, mentre la procura ha aperto un’inchiesta contro ignoti dopo il ritrovamento di un possibile innesco, l’arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi ha passato la giornata di domenica in preghiera con le comunità colpite dai roghi e racconta a Vatican News come la comunità sta affrontando la situazione.

Ascolta l'intervista integrale al cardinale Giuseppe Petrocchi

R. - Ci sono due versanti della situazione. Il primo è quello dell'incendio che sta devastando vaste aree del territorio e l'altro è lo stato d'animo della popolazione che è colpita da questa calamità. Una popolazione già duramente stressata, perché è passata attraverso diversi traumi, quelli del terremoto del 2009, le repliche sismiche del 2017 e da ultimo anche questa pandemia.

A che punto è l'estensione dell'incendio?

R.- Sembra essere sotto controllo sul fronte di Arischia, mentre invece il fuoco è ancora attivo nella zona di Cansatessa e Pettino. Noi qui avvertiamo costantemente Il rumore dei motori dei Canadair e degli elicotteri antincendio che volano a bassa quota sopra le nostre teste. Bisogna dire che c'è stata una mobilitazione pronta ed efficace che ha visto la sinergia di tutti i soggetti preposti a intervenire: i vigili del fuoco, i membri della Protezione Civile, le forze dell'ordine, i militari del nono reggimento Alpino, i volontari e le istituzioni sia a livello regionale e provinciale che municipale… Si registra davvero un lavoro coordinato efficace e molto bene attrezzato dal punto di vista tecnologico. Come Chiesa ci stiamo allertando proprio per accompagnare con la preghiera tutta la gente che soffre a causa di questo nuovo grave incidente di percorso e al tempo stesso per riconsegnarci con fiducia alla volontà di Dio perché, come si commentava ieri nel nostro incontro di preghiera, “tutto fa concorrere al bene di coloro che amano il Signore”.

Un incontro di preghiera, come diceva, c'è stato ieri ad Arischia. C'è stata anche una riflessione con la comunità a Cansatessa. Quali sono state le preghiere che sono state rivolte?

R. - La prima preghiera è quella di rendersi disponibile, con lo stile di Maria, a fare ciò che il Signore chiede attraverso le circostanze, perché anche dentro contesti segnati dalla sofferenza scorre sempre in profondità la grazia provvidente di Dio. D'altra parte proprio la logica della Pasqua ci porta a credere profondamente che, se siamo animati dallo spirito, ogni difficoltà, se vissuta nel Signore, diventa una porta che si spalanca sulla Risurrezione. Quindi il primo punto è attrezzarci come comunità cristiana a dire un “sì” alla volontà di Dio che ci chiede di essere una comunità unanime, pronta e solidale. L'altro aspetto è sempre quello della fraternità perché c'era anche il rischio che diverse famiglie fossero sfollate, perché il fuoco si era avvicinato pericolosamente. In questi casi è necessario che la comunità si faccia presente con segni di vicinanza fattiva. Così come è necessario che le stesse forze impegnate nel soccorso abbiano la capacità di rendersi prossime all'anima alla gente che soffre. Bisogna certamente rendere fattive le mani, ma bisogna anche mettere in campo il cuore.

Non c’è stata ancora una stima dei danni. Si dice che ci vorranno 15 anni per poter ripristinare la vegetazione, si indaga per incendio doloso e disastro ambientale. Che cosa bisogna fare?

R.- Si parlava proprio ieri con la comunità, che noi non siamo in grado di calcolare l’entità del danno, però siamo certi che il disastro è gravissimo ed è molto esteso. Tenga presente che la gente di montagna vive con i propri luoghi di appartenenza un rapporto che non è soltanto geografico ma anche  affettivo. La gente è legata a queste alture che sono portatrici anche di ricordi, che esprimono tradizioni, veicolano storie che sono a loro modo centri identitari di una comunità. Bisogna fare in modo che l’intera società ecclesiale e civile si senta chiamata a vigilare sulla natura. Il compito di vegliare così come ci ricorda Papa Francesco non è soltanto degli organismi civili, ma è l'intera comunità che deve sentirsi chiamata ad essere una sentinella attenta.

Ricordiamo che questo avviene nell'anno in cui si celebra l'anniversario della Laudato Si’ e il Papa ha richiamato tutti a mettere più impegno nella cura del creato. Che lezione possiamo trarre da questa situazione?

R.- Il Papa ci richiama ad una vocazione che Dio ci consegna e che deve vederci protagonisti e testimoni. Il mondo ci è affidato non perché noi lo sfruttiamo a piacimento secondo interessi egoistici, ma perché sappiamo renderlo un dono per noi e per tutti. Tutti i beni che Dio ha consegnato all'uomo nella creazione hanno come fine la crescita integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini. In questa impresa dobbiamo sentirci tutti noi chiamati ad essere attenti tutori e profeti.

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03 agosto 2020, 12:21