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Srebrenica, per Papa Wojtyla fu un crimine e una “sconfitta della civiltà”

Il genocidio di Srebrenica di 25 anni fa è stata una delle peggiori efferatezze compiute dalla fine della seconda guerra mondiale. “Un crimine contro l'umanità” per san Giovanni Paolo II, che sprofondò l’Europa “nell’ abisso dell’abiezione”. L’ appello, durante tutta la guerra in Bosnia, a fare il possibile “per disarmare l’aggressore"

Jean Charles Putzolu – Vatican News

L'11 luglio 1995, in nome della "pulizia etnica", più di 8.000 uomini bosniaci, alcuni dei quali appena adolescenti, vengono massacrati dall'esercito serbo-bosniaco sotto il comando di Ratko Mladic, arrestato dopo quindici anni di fuga e condannato all'ergastolo alla fine del 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio e crimini contro l'umanità.

16 luglio 1995: Giovanni Paolo II parla di Srebrenica 

Domenica 16 luglio, cinque giorni dopo il massacro, Giovanni Paolo II ne parla all'Angelus: "Le notizie e le immagini che provengono dalla Bosnia, ed in particolare da Srebrenica e da Zepa, testimoniano quanto l'Europa e l'umanità siano sprofondate ancor più nell'abisso dell'abiezione. Nessuna causa, nessun progetto possono giustificare azioni e metodi così barbari: sono crimini contro l'umanità! Come vorrei che la mia parola, il mio affetto e la mia preghiera giungessero fino a quei fratelli ed a quelle sorelle, rigettati sulla strada dell'esodo nella più estrema miseria! Supplico tutti gli uomini di buona volontà di continuare senza stancarsi a soccorrere quelle martoriate popolazioni. Ciò che si sta consumando sotto gli occhi del mondo intero costituisce una disfatta della civiltà. Questi delitti rimarranno come uno dei capitoli più tristi della storia dell'Europa".

Gli appelli del Papa contro le violenze sui civili

Nel corso dei tre anni di guerra che seguirono la dichiarazione di indipendenza della Bosnia ed Erzegovina, il 6 aprile 1992, conclusasi con gli accordi di Dayton il 14 dicembre 1995, Karol Wojtyla non risparmiò alcuno sforzo per denunciare gli innumerevoli atti di violenza, tortura e abusi subiti dalla popolazione civile. In questo periodo buio, moltiplica gli appelli per "disarmare l'aggressore" e per il diritto-dovere all’”l'ingerenza umanitaria" mentre il mondo guarda la tragedia quasi passivamente e constata l'inefficienza delle truppe dell’Onu dispiegate sul campo. Nell'enclave musulmana di Srebrenica, si discuterà a lungo sul grado di coinvolgimento dei caschi blu olandesi nelle operazioni di separazione delle donne e dei bambini, espulsi dagli uomini del generale Mladic, mentre gli uomini, più di ottomila, tra i quali adolescenti, saranno massacrati con freddezza e vigliaccheria.

Il Papa chiede a Onu ed Europa "ingerenza umanitaria”

Fin dai primi mesi della guerra, Giovanni Paolo II si rifiuta di tacere: "In coscienza non posso tacere". Chiede alle Nazioni Unite e all'Europa il coraggio dell’”ingerenza umanitaria” per “disarmare l'aggressore” nella ex Jugoslavia. Il 5 dicembre 1992 interviene a Roma alla Conferenza internazionale sulla nutrizione organizzata dall'Oms e dalla Fao: "La coscienza dell'umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l'intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale".

Il Papa: fare il possibile per “disarmare l’aggressore”

Il 23 gennaio 1994, giornata di preghiera per la pace nei Balcani, all'Angelus esprime la sua desolazione di fronte a questo conflitto che nulla sembra in grado di fermare: "La guerra nelle regioni della ex Jugoslavia continua resistendo ad ogni tentativo di pacificazione, e sconvolge tutti noi per le sue crudeltà e le molteplici violazioni dei diritti dell'uomo. No, non possiamo rassegnarci! Non dobbiamo rassegnarci! Agli organismi competenti rimane la responsabilità di non tralasciare nulla di quanto è umanamente possibile per disarmare l'aggressore e creare le condizioni di una giusta e durevole pace".

No a nuovi muri nel cuore dell’Europa

Sempre durante questo Angelus, che cade nella Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, sottolinea il suo rammarico: "Appena qualche anno fa abbiamo esultato per la caduta di un muro che è stato per decenni simbolo della divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Sembrava l'alba di un mondo nuovo. Chi avrebbe potuto sospettare che, nel cuore dell'Europa, si sarebbero levati così repentinamente altri muri, che gettano, tra fratelli, barriere di odio e di sangue".

Nel 1994 in Croazia: “Non siete abbandonati!”

Nel settembre 1994, mentre infuria il conflitto, Giovanni Paolo II si reca a Zagabria, in Croazia. Non può andare a Sarajevo, come desiderava, ma dice alla gente: "Non siete abbandonati. Siamo con voi. Sempre più saremo con voi!”. Nello stesso anno mette l'Europa dinanzi alle sue responsabilità nella Lettera apostolica “Tertio millennio adveniente”: "Dopo il 1989 sono emersi … nuovi pericoli e nuove minacce. Nei Paesi dell'ex blocco orientale, dopo la caduta del comunismo, è apparso il grave rischio dei nazionalismi, come mostrano purtroppo le vicende dei Balcani e di altre aree vicine. Ciò costringe le nazioni europee ad un serio esame di coscienza, nel riconoscimento di colpe ed errori storicamente commessi, in campo economico e politico, nei riguardi di nazioni i cui diritti sono stati sistematicamente violati".

Nel 1997 a Sarajevo: “Mai più odio, dalla vendetta al perdono”

Due anni dopo la fine della guerra in Bosnia, Giovanni Paolo II calpesta il suolo della città ferita di Sarajevo, dove il cemento, colore rosso sangue, copre i buchi lasciati dai razzi. Appena atterrato, il 12 aprile 1997, pronuncia queste parole: "Mai più guerra, mai più l’odio e l’intolleranza". E mentre le piaghe sono ancora aperte, gli edifici ancora sventrati lungo la "sniper avenue" dove è stato versato il sangue di tanti civili innocenti, spesso sepolti sul posto con una semplice croce piantata nell'erba, il Papa invita a perdonare: "L'istinto della vendetta deve cedere il passo alla forza liberatrice del perdono, che ponga fine ai nazionalismi esasperati e alle conseguenti contese etniche. Come in un mosaico, è necessario che a ciascuna componente di questa regione venga garantita la salvaguardia della propria identità politica, nazionale, culturale e religiosa".

Saper chiedere perdono e perdonare

Consapevole che le ferite richiederanno tempo per guarire, Giovanni Paolo II indica quattro edifici simbolici a Sarajevo: la Cattedrale cattolica, la Cattedrale ortodossa, la Moschea musulmana e la Sinagoga ebraica. Non sono solo luoghi di preghiera, spiega il Pontefice, "essi costituiscono anche un visibile monito per il tipo di società civile che gli uomini di questa regione vogliono edificare: una società di pace". E afferma che per una pace stabile, "sullo sfondo di tanto sangue e tanto odio", è necessario "poggiare sul coraggio del perdono. Occorre saper chiedere perdono e perdonare".

Francesco: dialogare e perdonare, contro le urla dell’odio

Diciotto anni dopo la visita di Giovanni Paolo II, un altro pellegrino di pace mette piede sul suolo di Sarajevo: è il 6 giugno 2015. A quasi vent'anni dal massacro di Srebrenica, in un Paese che non ha ancora superato tutti i suoi problemi, dove la guerra ha lasciato tracce profonde, Francesco dichiara che "le relazioni cordiali e fraterne tra musulmani, ebrei, cristiani e altre minoranze religiose" rivestono un’importanza che va ben oltre i confini della Bosnia Erzegovina: "Testimoniano al mondo intero che la collaborazione tra varie etnie e religioni in vista del bene comune è possibile". Rivolgendosi ai membri della presidenza collegiale composta da tre rappresentanti per le comunità serba, croata e bosniaca, secondo gli accordi del 1995, Francesco chiede il riconoscimento dei "valori fondamentali della comune umanità" per collaborare, costruire, dialogare, perdonare e crescere; valori da opporre alla "barbarie" e alle "urla fanatiche di odio".

10 luglio 2020, 13:29