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Naufragio al largo della Tunisia: tra le vittime molte donne e bambini

Ennesima tragedia dell’immigrazione in mare. Sono stati recuperati, finora, i corpi senza vita di almeno 34 persone, tra cui 3 bambini e 22 donne. Una era incinta. Intervista con Raffaela Milano, Direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Sono soprattutto i corpi di donne e di bambini la drammatica testimonianza del naufragio avvenuto in un tratto di mare al largo dell’arcipelago di Kerkennah, in Tunisia. A bordo del barcone affondato, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno, c’erano al momento della partenza 53 persone. Si tratta di migranti subsahariani che, dopo aver lasciato la Libia ed essere giunti in Tunisia, erano diretti verso le coste italiane. Vite di donne, bambini e famiglie spezzate per sempre.

In fuga da miseria e da guerre

Le autorità tunisine hanno avviato un'indagine per chiarire le dinamiche del naufragio. È stato accertato che sull’imbarcazione potevano salire non più di 20 persone. Tra le vittime è stato recuperato anche il corpo di un uomo tunisino che probabilmente, al momento della tragedia, si trovava al timone del peschereccio. Le città della Tunisia meridionale sono i principali punti di partenza dei migranti, provenienti soprattutto da Paesi subsahariani. Fuggono da povertà e da conflitti e spesso dopo drammatiche esperienze vissute in centri di detenzione in Libia. Secondo dati dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, da gennaio ad oggi le partenze dalla Tunisia verso l'Italia sono aumentate del 156 per cento.

Centro Astalli: l’immobilismo non è una misura politica

"Non si può sospendere il soccorso in mare senza un piano alternativo di ingressi in Europa. Le violazioni da parte dei governi del diritto internazionale pubblico, dei principi umanitari e del diritto del mare, sono talmente frequenti che non suscitano più alcuna reazione da parte di istituzioni nazionali e sovranazionali". È quanto sottolinea padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, riferendosi a questa ennesima tragedia. "L'immobilismo - aggiunge - non può essere una misura politica". Il Centro Astalli chiede "a chi ci governa di porre fine alla strage dei migranti in mare attivando immediatamente vie legali d'ingresso in Europa: canali umanitari, programmi di reinsediamento e visti di ingresso per lavoro sono misure esistenti che da troppo tempo non trovano applicazione".

L’appello di Save the Children

Una posizione, quella della Centro Astalli, condivisa anche da Save the Children che chiede all’Unione Europea di attivare, al più presto, un meccanismo coordinato di soccorso e di protezione creando vie di accesso legali e sicure dalle aree di crisi o di transito. Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children:

Ascolta l'intervista a Raffaella Milano

R. - Il nostro appello è quello di fare in modo che la tutela della vita umana sia al centro delle preoccupazioni e delle scelte dei governi. Questo significa, innanzitutto, considerare che la Libia non può essere un porto sicuro, soprattutto in questo momento di conflitto. E si deve considerare una necessità duplice. C’è quella di rafforzare la tutela di chi si mette in viaggio via mare. Ma anche quella di riprendere, al più presto, l'evacuazione e i voli umanitari che consentano di fare in modo che i profughi possano essere soccorsi senza dover attraversare il mare, con tutti i rischi in termini di perdita di vite umane che questo comporta.

Cosa chiede in particolare Save the Children all’Unione Europea?

R. - Siamo convinti che l'Unione Europea debba organizzare un piano unitario ed europeo di accoglienza e di sostegno ai profughi che si trovano in condizioni di dover fuggire dai loro  Paesi, esposti a rischi drammatici. Noi pensiamo, in particolare, ai tantissimi bambini e alle donne che stanno vivendo questa situazione di assoluta sofferenza. Serve un piano europeo di corresponsabilità tra i Paesi. E serve un intervento attivo per fare in modo che vengano evacuate quelle tante persone che, ancora oggi, si trovano in Libia a fronteggiare una situazione di rischio ogni giorno più drammatica.

Questa ennesima tragedia, avvenuta al largo della Tunisia, ci ricorda che tra quanti fuggono dai loro Paesi, non ci sono solo giovani uomini spesso disoccupati in cerca di un futuro migliore, ma anche tante donne e tanti bambini…

R. - Questo ci dice proprio che le condizioni di partenza sono condizioni di assoluto pericolo: nessuno metterebbe a rischio la propria famiglia e i propri bambini se non fosse in qualche modo costretto a fuggire da situazioni di conflitto, di fame e comunque insostenibili. La presenza di tanti nuclei familiari ci ricorda proprio questo. Parliamo di persone in fuga che vanno innanzitutto aiutate e sostenute. Questo può essere fatto solo con una vera solidarietà tra Paesi che consenta di farsi carico di quegli impegni inderogabili che, peraltro, tutte le convenzioni internazionali già oggi rendono in qualche modo vincolanti.

Un'altra questione, non secondaria, è quella dei rimpatri in Libia. Donne, uomini e bambini continuano ad essere riportati in un Paese che oggi non può essere considerato un luogo sicuro…

R. – È proprio così e lo hanno detto anche le grandi agenzie internazionali dell’Onu. La Libia non è un luogo sicuro. E oggi lo è meno di prima perché il conflitto sta esasperando la situazione e i rischi che corrono le persone che si trovano oggi in quel Paese. Quindi il vero obiettivo deve essere quello di evacuare le persone che si trovano in questi centri libici in condizioni di detenzione. Si devono evacuare direttamente o anche attraverso il sistema di ricollocamento che hanno messo in piedi le agenzie per i rifugiati delle Nazioni Unite. Tuttavia non può essere accettabile il fatto che si consideri il rimpatrio in Libia come una condizione di vita sicura. Del resto su questo le testimonianze di tutte le agenzie umanitarie sono assolutamente coincidenti.

11 giugno 2020, 13:44