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Libia, nuova fase di una guerra che non conosce fine

Nel Paese nordafricano cambiano gli equilibri sul terreno dopo che il Governo di al-Sarraj ha riconquistato Tripoli. La battaglia si sposta a Sirte, intanto naufraga il piano di tregua egiziano mentre la Turchia assume un ruolo strategico sempre più centrale. Intervista a Lorenzo Marinone, analista esperto del Paese

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

La parola fine del conflitto in Libia appare un miraggio tipico del Sahara, in un conflitto che però esula dai confini del Nord Africa e coinvolge più di un continente. Non solo l'Europa, ma anche gli Stati Uniti guardano con preoccupazione a quanto accade a Tripoli, per non parlare del ruolo di Russia e Turchia. Il vicino Egitto prova, con il suo presidente, a lanciare un piano per il cessate il fuoco, ma la risposta del Governo libico è negativa. Nonostante le pressioni di alcuni Paesi europei, tra cui Italia e Francia. Sullo sfondo restano preoccupanti sia la questione migratoria che l'emergenza coronavirus: con l'arrivo dell'estate è più che probabile l'aumento dei tentativi di attraversare il Mediterraneo da parte delle persone migranti, mentre per quanto riguarda il Covid-19 i numeri nel Paese sono fortunatamente ancora limitati a poche centinaia, mentre le vittime sono inferiori alla decina.

Il no del Governo libico al piano egiziano

Avremmo potuto assistere oggi all'inizio del cessate il fuoco temporaneo in Libia, ma il Governo di accordo nazionale libico di Fayez al Sarraj ha respinto l'iniziativa del Cairo lanciata dal presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, che prevedeva la fine delle violenze appunto da lunedì 8 giugno ed era stato accettato dal generale Khalifa Haftar. “Non siamo stati noi ad iniziare questa guerra, ma ne vedremo la fine”, ha affermato il portavoce delle forze militari di Tripoli, Mohammed Gununu. Di un “intervento inaccettabile dell'Egitto” ha poi parlato il presidente dell'Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al-Mishri, respingendo l'iniziativa di Al Sisi ed aggiungendo che Haftar ora vuole tornare al dialogo politico perché ha subito umilianti sconfitte, sottolineando come “il Consiglio di Stato rifiuti la presenza di Haftar nei prossimi negoziati politici, visto che dovrebbe essere processato da un tribunale militare”. Sabato il presidente egiziano aveva annunciato, oltre al cessate il fuoco a partire dall'alba di lunedì 8 giugno, lo smantellamento delle milizie e la consegna delle loro armi al sedicente esercito nazionale libico guidato dallo stesso Hafta, oltre all'espulsione dei mercenari stranieri.

La speranza di un cessate il fuoco 

Resta comunque viva la possibilità che il conflitto, almeno temporaneamente, conosca uno stop. Di una ripresa dei colloqui - in videoconferenza - hanno parlato la scorsa settimana le Nazioni Unite, e l'interruzione delle violenza potrebbe essere legata non tanto all'emergenza coronavirus che, stando alle cifre ufficiali, non ha particolarmente colpito il Paese (sono 252 i contagi registrati e 5 i morti), quanto alla volontà di Russia e Turchia di non proseguire in un conflitto che, pur conoscendo ora una nuova fase, rischia di prolungarsi ancora per molto tempo. Una situazione simile a quella, con le dovute differenze, creatasi di recente in Siria. L'offensiva del generale Haftar su Tripoli di 15 mesi fa segnò un punto di svolta nella crisi libica, così come un nuovo capitolo si apre  ora con il ritorno di al-Sarraj nella capitale.

Il ritorno a Tripoli e la battaglia di Sirte

Dopo l’incontro ad Ankara con il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, il capo del Governo Fayez al Sarraj è tornato a Tripoli. Dal forte valore simbolico l'atterraggio al piccolo aeroporto di Mitiga, per mesi obiettivo di centinaia di missili e razzi lanciati dalle milizie di Haftar. Il premier libico è stato accolto all'aeroporto civile dal suo vice, Ahmed Maitig, ed ha poi salutato ministri, capi militari, il sindaco. Immagini che, come detto, segnano l'inizio di una nuova fase nel conflitto, con la capitale che ha resistito per un anno e tre mesi all'offensiva del generale Haftar. Ora però la battaglia si sposta a Sirte, nell'area petrolifera orientale libica. Qui l'esercito libico ha attaccato le milizie avversarie, che ora però promettono una pronta risposta anche grazie all'arrivo di uomini dalla Cirenaica. Sirte, dunque, appare come una tappa decisiva di un conflitto che, in caso di una nuova sconfitta di Haftar, potrebbe mutare ulteriormente.

“Non è finita qui”

“Pensare che sia finita con il ritorno di al-Sarraj a Tripoli è sbagliato, siamo davanti ad una nuova fase dove non è impensabile ipotizzare un cessate il fuoco temporaneo”. Lo afferma nell'intervista a Vatican News Lorenzo Marinone, analista del Centro Studi Internazionali esperto di Nord Africa.

Ascolta l'intervista a Lorenzo Marinone

“Non dovremmo parlare solo degli uomini di Haftar, ma di tutte quelle milizie militari, sociali, politiche che compongono l'eterogeneo mosaico della Cirenaica”, sottolinea Marinone, aggiungendo come “il conflitto adesso si sposta inevitabilmente nella parte orientale della Libia ed in queste ore in particolare nella strategica città di Sirte”. Ma come è possibile che la Turchia, osteggiata dalla comunità internazionale per quanto accaduto questo inverno in Siria, sia riuscita a ritagliarsi un ruolo da assoluta protagonista in Libia? “Erdogan - spiega l'analista del Cesi - ha fornito ad al-Sarraj non solo sostegno diplomatico, ma gli ha in sostanza permesso di rispondere ad Haftar con le stesse armi usate da quest'ultimo”. “Una Turchia che controllo la Tripolitania - aggiunge - non piace a gran parte dei Paesi europei, oltre che all'Egitto ed ai Paesi del Golfo che stanno combattendo con Ankara una guerra per l'egemonia di portata regionale, che ora si vede in Libia, ma si gioca anche in tutto il Mediterraneo orientale".

La questione migratoria

Sullo sfondo resta il possibile aumento di partenze di persone migranti dirette verso l'Europa. Con l'arrivo dell'estate, statisticamente si tratta più di una certezza che di una probabilità. Tripoli sa benissimo che per trattare con l'Unione Europea la questione migratoria è una carta importante, così come ne è consapevole la Turchia sul fronte orientale (confine greco). Per quanto riguarda l'Italia, i dati del Viminale parlano di oltre 5mila persone arrivate nello Stivale quest'anno, circa il triplo rispetto ad un anno fa. Con la fine della fase peggiore della pandemia e la bella stagione il dato potrebbe crescere ancora.  

08 giugno 2020, 12:12