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Yemen, 30 anni fa la riunificazione: problemi e speranze di un Paese spesso dimenticato

Il 22 maggio 1990 nasceva la Repubblica dello Yemen, da cinque anni caratterizzata da una violenta guerra che l'ha portata a diventare la nazione con la peggiore crisi umanitaria a livello globale. Sullo sfondo, anche la pandemia del nuovo coronavirus con una forte crescita di casi nelle ultime settimane

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

Il 1990 è ricordato soprattutto per la riunificazione della Germania, poco meno di un anno dopo la caduta del muro di Berlino. Tre decenni fa però, nella primavera dell'anno che diede inizio all'ultimo decennio del secondo millennio, avvenne un'altra importante riunificazione: quella dello Yemen. A partire dal 1962 vi erano infatti due stati yemeniti: a nord la Repubblica Araba dello Yemen, governata in maniera autoritaria da Ali Abdullah Saleh, ed a sud la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, caratterizzata da un regime marxista. Anche dopo l’unificazione, avvenuta precisamente il 22 maggio 1990, nel sud si sono sviluppati a fasi alterne diversi movimenti indipendentisti. Basti pensare all'estate del 1994, quando alcuni ufficiali e politici di ispirazione marxista proclamarono la secessione della regione meridionale dello Yemen che assunse il nome di Repubblica Democratica dello Yemen, con capitale Aden. Non riconosciuto a livello internazionale, questo tentativo di secessione venne stroncato in due settimane di combattimenti dalle forze governative.

L'unica Repubblica nella Penisola Arabica 

Tra i membri fondatori della Lega Araba ed ammesso alle Nazioni Uniti dal lontano 1947, lo Yemen è l'Unico Paese della Penisola Arabica ad essere una Repubblica. Più precisamente una Repubblica presidenziale, con una legislatura bicamerale dove, secondo quanto previsto dalla Costituzione del 1991, oltre al presidente possono essere eletti all'Assemblea 301 posti di rappresentanti e 111 membri del Consiglio della Shura. Il Presidente è il Capo dello Stato, ed il Primo ministro è il Capo del Governo. Lo Yemen è però il più povero tra gli Stati della Penisola Arabica e l'anno del trentennale della riunificazione ha visto anche un altro triste, terribile anniversario: il quinto inno dall'inizio del conflitto che ha messo in ginocchio il Paese.

La crisi umanitaria e la pandemia di Covid-19

Al primo posto nella classifica che è senza dubbio tra le peggiori esistenti: quella delle crisi umanitarie del pianeta. I numeri per lo Yemen sono impietosi: in cinque anni oltre 250mila morti, almeno 20 milioni di persone a rischio, circa mille operatori umanitari impegnati sul campo, più di 4 milioni di sfollati interni. “La pandemia di Covid-19 è l'ultimo dei problemi per il popolo yemenita, ma può essere devastante”, afferma nell'intervista a VaticanNews Giuseppe Dentice, esperto del Paese e ricercatore alla Cattolica di Milano ed all'Ispi. Ad oggi sono “solo” 168 i contagi verificati e 28 le vittime, ma vista la situazione delle strutture sanitarie il rischio di una crescita dei casi è reale. Inoltre non va dimenticata l'epidemia di colera che dal 2016 ha interessato oltre un milione e mezzo di persone, causando quasi 4mila vittime.

Ascolta l'intervista a Giuseppe Dentice

Un Paese frammentato

A 30 anni dalla riunificazione, non c'è molto da festeggiare secondo Dentice. “Il Paese paga oggi come allora il prezzo della sua frammentazione che è sinonimo di debolezza, senza dimenticare il ruolo degli Stati interessati ad incidere pesantemente, partendo dalla vicina Arabia Saudita”. Per il ricercatore della Cattolica, la situazione è comunque in divenire, anche per l'intenzione dei sauditi che "lo Yemen non diventi una sorta di Vietnam e - aggiunge – c'è interesse spesso a far sì che il conflitto non solo venga trascurato, ma diventi addirittura cronicizzato, cioè si sa quando vi è un inizio, ma non una fine”. Una guerra, quella dello Yemen, troppo spesso dimenticata.

Accendere i riflettori 

Lo scorso 9 gennaio rivolgendosi al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede in occasione del tradizionale scambio di auguri per il nuovo anno, Papa Francesco sottolineava come “la speranza esige realismo” e l'importanza di “chiamare i problemi per nome”. Quindi le parole per lo Yemen “che vive - affermava - una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della Comunità internazionale”. Una guerra dimenticata, caratterizzata nelle ultime settimane da un cessate il fuoco provvisorio legato al rischio della pandemia che appare però fragile e, soprattutto, limitato ad una sola parte. La coalizione araba a guida saudita ha infatti annunciato a fine aprile una proroga di un mese al cessate il fuoco in Yemen, dunque fino al 25 maggio. La tregua unilaterale, proclamata ad inizio aprile, non ha però visto la fine delle violenze in tutto il Paese.

Il dramma dei bambini 

Un'attenzione particolare Francesco l'ha rivolta nel tempo agli yemeniti più giovani, cresciuti in un contesto drammatico. Nell’ultimo messaggio natalizio che precede la benedizione Urbi et Orbi, il Papa ha sottolineato la “grave crisi umanitaria nel Paese”, rivolgendo un pensiero particolare “ai bambini dello Yemen”. Essi sono stati al centro anche delle parole pronunciate dopo la preghiera mariana dell’Angelus del 3 febbraio 2019: “Con grande preoccupazione seguo la crisi umanitaria nello Yemen, diceva Francesco più di un anno fa. La popolazione è stremata dal lungo conflitto e moltissimi bambini soffrono la fame, ma non si riesce ad accedere ai depositi di alimenti. Fratelli e sorelle, il grido di questi bambini e dei loro genitori sale al cospetto di Dio. Faccio appello alle parti interessate e alla Comunità internazionale per favorire con urgenza l’osservanza degli accordi raggiunti, assicurare la distribuzione del cibo e - concludeva il Papa - lavorare per il bene della popolazione”. Un appello espresso con forza anche nell'udienza del 27 marzo 2019, quando il suo pensiero andava ai “bambini affamati in guerra”, con particolare riferimento a quelli yemeniti.

21 maggio 2020, 08:00