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Ribelli Houti sul luogo dell'abbattimento di un carcere saudita Ribelli Houti sul luogo dell'abbattimento di un carcere saudita  (AFP or licensors)

Yemen: primo grande scambio di prigionieri tra le parti in conflitto

Lo hanno annunciato le Nazioni Unite in un comunicato. Nessun numero ufficiale ma i ribelli houti parlano di 1400 persone liberate. 31 civili uccisi in un raid della coalizione guidato dall’Arabia Saudita

Michele Raviart – Città del Vaticano

Le parti in conflitto in Yemen hanno concluso domenica un accordo per il primo scambio di prigionieri di grande portata dall’inizio del conflitto nel 2014. Ad annunciarlo è stato un comunicato delle Nazioni Unite che stanno supervisionando i negoziati di pace tra il governo riconosciuto internazionalmente e sostenuto dai una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e i ribelli sciiti Houti.

La base è l’accordo di Stoccolma del 2019

L’accordo, che non specifica ufficialmente il numero di persone coinvolte, rientra nell’accordo siglato nel 2019 a Stoccolma, che prevedeva lo scambio di 15 mila prigionieri tra i belligeranti. Il portavoce dei ribelli Houti ha tuttavia fatto sapere che saranno liberate 1.400 persone, tra cui Sauditi e Sudanesi. “In passato ci sono già stati degli scambi di prigionieri tra le parti”, spiega Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata all’Ispi e assistente all’Università Cattolica, “ma in questo caso si tratta del primo scambio su larga scala ufficiale e dettagliato dopo una serrata negoziazione sotto l'egida delle Nazioni Unite”. “Questo scambio”, aggiunge, “arriva in un momento in cui i combattimenti, soprattutto nel nord del Paese, si sono nuovamente intensificati dopo una fase di riduzione della violenza nell’autunno 2019. E questo ci fa capire che i combattimenti e anche i raid sauditi degli ultimi giorni erano funzionali a posizionarsi nel miglior modo possibile prima di portare avanti le fasi più critiche del negoziato”.

Ascolta l'intervista integrale a Eleonora Ardemagni sullo Yemen

Una strada ancora in salita

Di Yemen si ricomincerà a parlare a parlare domani al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’Arabia Saudita che sembra aver preso atto dell’impossibilità di vincere un conflitto che ha causato decine di migliaia di morti e messo in stato di bisogno 24 milioni di persone. La strada, afferma ancora Ardemagni, sembra essere ancora in salita, sebbene si possa registrare qualche fenomeno incoraggiante. “Un'altra notizia positiva”, afferma, “è quella del ponte medico stabilito qualche giorno fa tra Sana, la capitale e la Giordania”. “Queste sono, come la notizia degli scambi di prigionieri, notizie molto positive perché danno alle parti un senso di ricostruzione della fiducia, ma sul campo la situazione ancora estremamente frammentata. Sono infatti molti i gruppi armati aldilà degli insorti e dei cosiddetti filogovernativi che si combattono. Aspettiamo un ulteriore avanzamento nel negoziato tra le parti maggiormente coinvolte ma non è automatico che ciò conduca a una stabilizzazione su vasta scala dello Yemen”.

Si continua a combattere

Sul terreno, infatti, almeno 31 civili sono rimasti uccisi oggi in un raid condotto dalla coalizione a guida saudita, il giorno dopo l’abbattimento di un aereo militare di Riad da parte dei ribelli Houti e perdura lo stallo militare tra le due parti in conflitto. “Le linee del fronte sul campo sono di fatto bloccate da due anni. Gli Houti controllano ancora la parte centrale del Paese, la capitale Sana e larga parte della costa occidentale compresa la città di Hodeidah, che è stata al centro del negoziato delle Nazioni Unite nel dicembre 2018”, afferma ancora Aredemagni: “si combatte poi per esempio a Marib che è un governatorato centrale ricco di petrolio che era stato finora risparmiato da gran parte dei combattimenti, tanto che è il quartier generale dell'esercito yemenita”.

Il nodo di Aden

Ed è proprio a sud che si gioca la partita diplomatica più complessa, con un accordo nel 2019 per stabilizzare la città di Aden, a sud. “Questo accordo non ha ancora trovato un'applicazione ed è molto probabile che sia il prossimo fronte sul quale i Sauditi che dovranno investire i loro sforzi per mantenere appunto un’aura di stabilità anche nel sud”, conclude”.

17 febbraio 2020, 13:00