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Rom e sinti, un popolo nel cuore della Chiesa

Si celebra oggi la Giornata internazionale dei rom, sinti e camminanti. Ripercorriamo i pronunciamenti di Papa Francesco e di altri Pontefici sul popolo gitano

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Nel mondo sono circa 36 milioni e in Europa quasi 12 milioni. In Italia sono almeno 170 mila. Quello dei rom è un popolo senza terra, con una storia segnata da pregiudizi, discriminazioni e terribili pagine di persecuzione durante le Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche una storia ricca di sfide legate all’integrazione e all’evangelizzazione. L’odierna Giornata internazionale dei rom, sinti e caminanti è in particolare un’occasione per ricordare questo popolo, composto da uomini, donne e bambini spesso ignorati.

Appello della Comece

In vista di questa Giornata, la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) ha esortato i futuri leader dell’Unione Europea “ad adottare per il post 2020 un quadro legislativo per le strategie nazionali di integrazione dei rom e a rilanciare l’impegno delle istituzioni europee per rafforzare la loro inclusione”. “Rafforzare la fiducia reciproca tra la società e i rom è la chiave per superare l’anti-ziganismo”. È necessario, si legge inoltre nella nota della Comece, “mettere in campo un approccio non paternalistico nell’affrontare l’inclusione dei rom”.

Una vera integrazione

Papa Francesco ha più volte ricordato, durante il suo Pontificato,  le fatiche e le speranze di questo popolo. Durante il Regina Caeli dell’8 aprile del 2018, il Papa ha espresso un augurio speciale per “i membri di questi antichi popoli”: “pace e fratellanza”. Il Santo Padre ha anche auspicato che la giornata a loro dedicata “favorisca la cultura dell’incontro, con la buona volontà di conoscersi e rispettarsi reciprocamente”. “È questa la strada - ha aggiunto il Pontefice - che porta a una vera integrazione”.

Una vita dignitosa

Francesco, il 26 ottobre del 2015, incontrando i partecipanti al pellegrinaggio del popolo gitano, ha sottolineato che ogni persona ha diritto ad una vita dignitosa, ad “un lavoro dignitoso, all’istruzione e all’assistenza sanitaria”. Il Papa ha anche indicato i “grandi cambiamenti sia nel campo dell’evangelizzazione sia in quello della promozione umana, sociale e culturale”. “Un segno forte di fede e crescita spirituale delle vostre etnie - ha spiegato Francesco - è il numero sempre in aumento di vocazioni sacerdotali, diaconali e di vita consacrata”.

Sradicare pregiudizi

“Vorrei che anche per il vostro popolo - ha affermato il Papa il 26 ottobre del 2015 - si desse inizio a una nuova storia, a una rinnovata storia. Che si volti pagina! È arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo e della xenofobia”.  “Nessuno si deve sentire isolato, nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti degli altri.  È lo spirito della misericordia che ci chiama a batterci perché siano garantiti tutti questi valori”. 

Tra le periferie umane

Incontrando il 5 giugno del 2014 i partecipanti all’incontro “La Chiesa e gli zingari”, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, Francesco ha incoraggiato quanti si impegnano “in favore di chi maggiormente versa in condizioni di bisogno e di emarginazione, nelle periferie umane”. “Spesso gli zingari - ha detto il Papa - si trovano ai margini della società, e a volte sono visti con ostilità e sospetto – io ricordo tante volte, qui a Roma, quando salivano sul bus alcuni zingari, l'autista diceva: “Attenti ai portafogli”! Questo è disprezzo”.

Approcci nuovi

Sono molteplici le piaghe che continuano ad affliggere il popolo rom. “Per quanto riguarda la situazione degli zingari in tutto il mondo - ha aggiunto il Santo Padre il 5 giugno del 2014 - oggi è quanto mai necessario elaborare nuovi approcci in ambito civile, culturale e sociale, come pure nella strategia pastorale della Chiesa, per far fronte alle sfide che emergono da forme moderne di persecuzione, di oppressione e, talvolta, anche di schiavitù”.

Nel cuore della Chiesa

Il primo Pontefice ad incontrare il popolo rom è stato, il 26 settembre del 1965, San Paolo VI.  “Voi siete nel cuore della Chiesa – ha detto in quell’occasione Papa Montini - perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa; siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati”.

Una storia segnata anche dalla persecuzione

Benedetto XVI, incontrando l’11 giugno del 2011 i rappresentanti di diverse etnie di zingari e rom, ha affermato che la storia di questi popoli è “complessa e, in alcuni periodi dolorosa”. “Purtroppo lungo i secoli avete conosciuto il sapore amaro della non accoglienza e, talvolta, della persecuzione, come è avvenuto nella II Guerra Mondiale: migliaia di donne, uomini e bambini sono stati barbaramente uccisi nei campi di sterminio. È stato - come voi dite - il Porrájmos, il ‘Grande Divoramento’, un dramma ancora poco riconosciuto e di cui si misurano a fatica le proporzioni, ma che le vostre famiglie portano impresso nel cuore”.

Zefirino, beato gitano

Il santo patrono della popolazione rom è il beato Zefirino Giménez Malla, terziario francescano, fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola e gettato in una fossa comune per aver difeso un prete e il suo Rosario. Durante la cerimonia di beatificazione, il 4 maggio del 1997, San Giovanni Paolo II ha indicato in Zefirino un “modello da seguire”: la sua vita – ha detto Papa Wojtyła- dimostra che Cristo è presente nei diversi popoli e razze e che tutti sono chiamati alla santità”.

Una missione di tutta la Chiesa

L’evangelizzazione degli zingari è una “missione di tutta la Chiesa, perché nessun cristiano dovrebbe rimane indifferente di fronte a situazioni di emarginazione in relazione alla comunione ecclesiale”. È quanto si sottolinea nel documento “Orientamenti per una pastorale degli zingari”. Nel documento si ricorda, in particolare, che la religiosità occupa “un posto di grande rilievo nell’identità di questa popolazione”. “Il rapporto con Dio è dato infatti per scontato e si traduce in una relazione affettiva e immediata con l’Onnipotente, che cura e protegge la vita familiare, specialmente nelle situazioni dolorose e inquietanti dell’esistenza”.

08 aprile 2019, 08:00