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Abbraccio leader di Etiopia ed Eritrea: arcivescovo Asmara, si continui così

Un abbraccio “commovente” quello tra il primo ministro etiope e il presidente eritreo: a Vatican News parla mons. Menghesteab Tesfamariam. E il direttore di Nigrizia, padre Efrem Tresoldi, spiega gli effetti della distensione tra Asmara ed Addis Abeba

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Un “abbraccio fraterno” arrivato dopo oltre vent’anni di conflitto. È quello di ieri ad Asmara tra il nuovo primo ministro riformista etiope, Abiy Ahmed, e il presidente eritreo Isaias Afewerki. Così lo hanno definito fonti eritree, riferendosi pure all’accoglienza ricevuta dalla popolazione locale. La visita ufficiale del premier di Addis Abeba è avvenuta appena pochi giorni dopo lo storico accordo che ha aperto prospettive di pace dopo il degenerare nel ’98 della guerra di confine tra Etiopia ed Eritrea, uno dei più lunghi conflitti del Continente africano.

“Ieri mattina, dopo venti anni, un aereo etiope è atterrato nell’aeroporto di Asmara, portando in Eritrea il primo ministro etiope, Abiy Ahmed. Io, come leader religioso, rappresentante della Chiesa cattolica, ero tra quelli che lo aspettavano all’aeroporto. Questo abbraccio è stato molto commovente, molto bello. E migliaia di persone per le strade di Asmara e anche fuori dalla città hanno fatto festa per questo evento. È veramente quasi un miracolo”, racconta a Vatican News mons. Menghesteab Tesfamariam, arcivescovo di Asmara (Ascolta e scarica l'intervista a mons. Menghesteab Tesfamariam).

Accordi mai entrati in vigore

Nel dicembre 2000, dopo una violenza che aveva provocato tra le 70 mila e le 100 mila vittime, il presidente eritreo Afewerki e il primo ministro etiope allora in carica, Meles Zenawi, firmarono ad Algeri un accordo di pace. L'Etiopia tuttavia mantenne un presidio militare, ancor oggi presente, nel territorio di Badme, area assegnata all'Eritrea nel 2002 da una commissione internazionale nominata dall'Onu. E, da allora, le schermaglie non si sono mai fermate.

A sorpresa, l’annuncio della pace

Appena un mese fa, il 6 giugno, Addis Abeba aveva annunciato a sorpresa di volere la pace, in cambio dell’accettazione senza condizioni da parte di Asmara dell’accordo firmato nel 2000 e mai di fatto entrato in vigore. Pochi giorni prima il premier Ahmed aveva deciso di abolire lo stato di emergenza proclamato nel Paese in febbraio a seguito di tensioni popolari molto forti. La volontà di tornare alla normalità nei rapporti tra i due Stati confinanti del Corno d'Africa era stata del resto espressa da Ahmed già in occasione del suo insediamento, nell’aprile scorso, per mettere fine ad un conflitto che analisti africani considerano forse l'ultima eredità dell'epoca coloniale. “Il primo passo sarà quello di riallacciare i rapporti diplomatici. C’è stato un accordo affinché l’Etiopia possa utilizzare i porti eritrei sul Mar Rosso, perché il Paese non ha alcuno sbocco sul mare; poi si attende anche il passo più concreto: il ritiro delle truppe etiopiche dalla zona di confine, la cui presenza è stata la ragione di contesa e del conflitto armato tra il ’98 e il Duemila” spiega padre Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia (Ascolta e scarica l'intervista a p. Efrem Tresoldi). Per l’Eritrea “speriamo voglia dire l’abolizione del servizio militare e della leva obbligatoria, praticamente per tutta la vita, perché negli anni il presidente Isaias Afewerki ha sostenuto che l’Etiopia - non accettando l’accordo di pace del Duemila firmato ad Algeri e non riconoscendo quello che è stato deciso - era un Paese in guerra e che quindi l’Eritrea da parte sua temeva in ogni momento di essere attaccata. Ciò giustificava, secondo la logica del presidente, la leva militare senza limite di tempo. E questa è stata una delle ragioni principali delle migrazioni di tanti giovani eritrei che si sentivano privati di speranze per il futuro, perché in ogni momento potevano essere chiamati alle armi e quindi impossibilitati a costruirsi una vita”, aggiunge il missionario comboniano.

L’auspicio di Papa Francesco

Ad inizio luglio, era stato Papa Francesco a ricordare all’Angelus la “buona notizia” dei colloqui avviati tra i due Paesi “tornati a parlare insieme di pace”, con l’auspicio di “una luce di speranza” per entrambi e per tutta l’Africa. Parole accolte “molto bene”, aggiunge mons. Tesfamariam, che proprio di recente è stato a Roma. “Mi aspettavo questo intervento del Santo Padre perché la preghiera è una cosa molto importante per noi. Qui, come vescovi cattolici abbiamo predisposto un mese di preghiera, fino a metà agosto, perché i buoni segni di pace che si vedono, come diceva il Santo Padre, siano veramente concreti e fruttuosi non solo tra i due Paesi, ma anche per tutto il Corno d’Africa e l’intero Continente. Vorremmo - conclude l’arcivescovo di Asmara - che si continuasse in questo modo”.

09 luglio 2018, 14:20