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Premio Castelli: i detenuti raccontano come vedono “il mondo di fuori"

Per la prima volta online la premiazione del concorso letterario riservato ai carcerati italiani, promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli, giunto alla tredicesima edizione. Dietro le sbarre, chi ha sbagliato guarda con paura e trepidazione al momento della liberazione e chiede di non guardare solo all’ errore che lo ha fatto cadere, ma di “allungare la mano per aiutarmi a rialzarmi”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Il mondo di fuori, visto da dentro il carcere, fa paura a Stefania, che dopo nove anni presto potrà riassaporare la libertà, anche se “solo un piccolo pezzo”, perché “anche quando la carcerazione sarà finita”, “saranno i pregiudizi a perseguitarti, quelli che molte persone hanno verso chi ha sbagliato”. Mentre nella casa di reclusione di Milano Bollate, dove è detenuta, si sente “protetta”, anche da un mondo che non conosce più, dai progressi della tecnologia al costo della spesa. Per questo lancia una richiesta d’aiuto, per quando uscirà: “Vorrei che le persone non mi giudicassero per quello che ho fatto, sto già pagando per questo, vorrei solo che oltre a guardare l’errore che mi ha fatta cadere, allungassero la loro mano per aiutarmi a rialzarmi”.

Il racconto vincitore: "la paura di decidere chi essere"

Stefania Colombo, con il suo racconto “La paura di decidere chi essere” è la vincitrice della tredicesima edizione del Premio “Carlo Castelli”, concorso letterario riservato ai detenuti delle carceri italiane, promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli, che aveva per tema “Il mondo di fuori visto da dentro”. Una premiazione per la prima volta online, il 16 ottobre dalle 18, in diretta su Facebook e YouTube, dalla sede nazionale della Società, a Roma, in Palazzo Maffei Marescotti. Con contributi video registrati, si assisterà alla consegna dei premi a Stefania, 1000 euro, più mille per finanziare la costruzione di un’aula scolastica nel Centro Effata di Nisiporesti, in Romania, ma anche a Elton Ziri, 35enne immigrato albanese detenuto a Vigevano, secondo classificato, e a Marcello Spiridigliozzi, che ha ricevuto il terzo premio nel carcere romano di Rebibbia.

Elton dall'Albania: se sei forte, in carcere cresci moltissimo

Se Stefania racconta come lo studio dietro le sbarre, fino all’iscrizione all’università, è stata “l’unica via d’uscita” per non chiudere la mente e “continuare a conoscere cose nuove”, Elton, nel suo “Quello che vedo dall’aldiqua”, spiega che “prima di entrare in carcere non leggevo e non scrivevo, ora amo leggere e ho il desiderio di scrivere”. E aggiunge che “il carcere ti costringe a stare con te stesso e se sei forte cresci moltissimo, anche se questo cambiamento sembra non vederlo nessuno e tu continui a essere quello che c’è scritto nelle tue carte”. Racconta la sofferenza, durante il lockdown per il coronavirus, di non poter abbracciare la moglie, conosciuta in carcere e sposata a dicembre, con la quale immagina “una casa nostra con un giardino e tanti animali” una volta uscito.

La consegna del premio a Rebibbia e Vigevano

Un premio ai vincitori, uno per un'opera di solidarietà

 Ziri parla dell’adrenalina della vecchia vita da delinquente, ma “ora non vorrei più scappare”, perché ha “imparato a vedere la vita con occhi diversi, ad apprezzare l’aria che respiro. Se sarà necessario tornerò a fare quella vita povera, ma mai più ‘adoratore del denaro’. essere stato povero da piccolo aiuta”. E conclude che per fortuna “non tutti là fuori” pensano ai detenuti come a dei “cattivi per sempre” e non tutti gridano che bisogna “buttare la chiave”. Riceverà 800 euro e mille finanzieranno un progetto di reinserimento sociale di una giovane dell’Istituto minorile di Casal del Marmo a Roma.

Marcello a Rebibbia: prego di diventare un uomo differente

E nel carcere romano di Rebibbia il terzo classificato Marcello, con il racconto “Il buco della serratura”, è stato premiato dal direttore Ottavio Casarano: 600 euro per lui e 800 per l’adozione a distanza di una bambina dell’India. Pensa con turbamento a quando uscirà “da questo portone”: “Nel carcere anche se non sei economicamente forte riesci a sopravvivere, ma nel mondo dimenticato, dove tutti e nessuno si preoccupano di te, mi domando come potrò riuscire ad affrontarlo senza armi”. Poi però ascolta l’Urbi et orbi pasquale di Papa Francesco e, guardando al giorno “nel quale sarò un uomo libero, potrò riconquistare la mia famiglia e i miei affetti”, “e con la benedizione di Dio voglio crederci con tutto il cuore, per diventare finalmente un uomo differente”. Mai più, conclude, “percorrerò la strada che mi ha reso la vita tanto infelice”.

La copertina del volume che raccoglie gli scritti dei detenuti
La copertina del volume che raccoglie gli scritti dei detenuti

Lo studio e la scrittura, molla per il riscatto

“Abbiamo ritrovato negli scritti dei finalisti tutto il triste campionario delle cose che ‘dentro’ non vanno e che cozzano con quanto anche di buono esiste, grazie agli sforzi di operatori istituzionali e volontari” commenta Claudio Messina, delegato nazionale carceri della Società di San Vincenzo De Paoli. “Sono soprattutto la lettura, lo studio, la scrittura – sottolinea nell’introduzione al volume che raccoglie tutte le opere premiate, insieme ad altre meritevoli di pubblicazione - a rivelarsi un sostegno decisivo nel processo di cambiamento, nella scoperta di interessi e risorse insospettate”. Il Premio Castelli esprime la “vicinanza a coloro che hanno intrapreso un percorso di cambiamento, o di conversione, a chi ancora non se ne sente capace, nonché provocare una riflessione in tutte le persone che non vogliono vedere e sentir parlare di carcere”.

Claudio Messina (a destra) alla premiazione on line, condotta da Davide Dionisi
Claudio Messina (a destra) alla premiazione on line, condotta da Davide Dionisi

Messina: voci dalla pandemia, più dura in carcere

Dare voce a chi ha avuto il coraggio di prendere una penna in mano per raccontarsi, tra i 50 mila detenuti italiani, lo 0,8 per mille dei 60 milioni che siamo, è la prima motivazione della Società di San Vincenzo de Paoli, come ci spiega Messina.

Ascolta l'intervista a Claudio Messina (San Vincenzo De Paoli)

R. - Quest'anno con la pandemia c'è stato un po’ un accostamento tra il mondo fuori e il mondo dentro. Tutti ci siamo sentiti un po' rinchiusi, reclusi e i detenuti, più che mai, si sono sentiti separati dal mondo esterno, anche perché sono stati tagliati tutti i colloqui con i familiari, e noi volontari non siamo più potuti entrare, la scuola, gli insegnanti, il lavoro, è rimasto tutto bloccato e tutt'ora ci sono grosse difficoltà a riprendere queste attività. Per cui anche dagli scritti si capisce che c'è stata questa sofferenza. Una buona metà dei lavori che ci sono arrivati parlano, direttamente o indirettamente, di questa chiusura dovuta al Covid-19. Altri raccontano delle storie di vita e comunque il tema che noi avevamo lanciato era proprio quello di fare un raffronto tra la realtà interna e quella esterna, cioè che informazioni arrivano dal mondo di fuori. Perché chiaramente dopo tanti anni di detenzione le persone non conoscono più niente di quello che succede di fuori, per cui volevamo appunto indagare su che cosa produce il tempo spesso in attivo in carcere, questo essere tagliati fuori dalla realtà, non conoscere più le mode, gli strumenti della comunicazione, eccetera.  Queste cose sono emerse con chiarezza da questi scritti.

L'intervento di Andrea Tornielli alla premiazione online

Che significato ha scrivere, raccontarsi, per i detenuti che partecipano al vostro premio?

R. - In carcere leggere, scrivere hanno un grosso significato, perché dobbiamo pensare che il carcere è un'istituzione totale: i detenuti non hanno pressochè rapporti con l'esterno, quindi si rifugiano spesso nella lettura e scoprono anche il piacere di leggere e poi il piacere di scrivere. La scrittura è un modo anche di scavare nel proprio intimo, di far affiorare i propri pensieri. Cose che magari nella vita normale, quando stavano fuori, erano presi da tutt’altre faccende e non erano certo persone meditative. E quindi il porsi davanti ad un foglio, con una penna, cosa che ormai noi non facciamo più, abituati come siamo con questi smartphone, con queste tecnologie nuove che in carcere non ci sono. Invece loro, trovandosi di fronte a un foglio e una penna, riescono a mettere giù i loro pensieri e diventa anche quasi una forma di autoterapia, se vogliamo. Quindi raccontano storie, spesso autobiografiche, spesso inventate, ma che fanno comunque dei riferimenti con certe realtà che hanno vissuto loro, oppure hanno vissuto altre persone. Tutto questo ha un valore molto importante, per noi, e il Premio Castelli, appunto, nasce con questo scopo: di offrire l'opportunità a queste persone di creare un ponte con l'esterno, di far sentire un po' la loro voce e quindi di raccogliere anche i messaggi in bottiglia che loro mandano dalla finestra stretta del carcere.

 

Lei nell'introduzione al libro con i racconti dei detenuti, scrive che sono soprattutto lettura, studio e scrittura a dare a chi ha sbagliato un sostegno decisivo al cambiamento. Ma quanti sono i detenuti che leggono e scrivono?

R. - Sicuramente la lettura, la scrittura sono importantissimi, e anche lo studio, perché in carcere si riscopre anche la voglia di studiare, di recuperare un po' anche il tempo perso. Il livello di istruzione in carcere è generalmente molto basso, però ci sono persone che riescono a partire dalla scuola media, a prendersi poi il diploma e addirittura si iscrivono all'università e molti di loro riescono ad arrivare anche in fondo. Perché nonostante tutto ci sono anche persone molto intelligenti, anche se hanno un passato criminale. Per cui la scrittura, l lettura e lo studio hanno un’ importanza fondamentale, direi. E’ uno dei capisaldi della rieducazione e del reinserimento sociale, insieme ovviamente alle opportunità di formazione, di lavoro, eccetera. Lei mi chiede quanti sono… è difficile fare una stima, e certamente non sono la maggioranza, però una buona parte di loro, che hanno magari delle attitudini, riescono a scoprire e metterle a frutto. Se sono anche poi opportunamente stimolati e seguiti sia dagli operatori istituzionali e dagli educatori, che da noi volontari. Quando vediamo una persona che ha certe caratteristiche, cerchiamo anche di stimolare in lei questa voglia di mettersi in gioco. Quando ci si prende cura delle persone e ci sono dei funzionari, degli educatori più sensibili, la persona chiaramente progredisce, se le si offrono degli strumenti culturali, degli strumenti di lavoro. Se la si fa sentire come una persona degna di recuperare la sua vita, i risultati, poi, alla lunga arrivano. Ed è su questo che bisogna lavorare ed è anche questo lo scopo del nostro Premio: portare alla luce, all’esterno queste situazioni, per far crescere anche nella coscienza civile questo concetto, che comunque la persona che ha sbagliato non deve essere identificata col suo reato. E’ sempre una persona che gode dei diritti umani inviolabili di cui tutti vogliamo godere.

In queste tredici edizioni ha notato che cresce, da parte delle istituzioni carcerarie, l'attenzione a proporre questa iniziativa e la proposta formativa di leggere, di studiare e di scrivere ai detenuti?

Direi di sì, perché il Premio Castelli, che è nato nel 2008, man mano è cresciuto anche di interesse, di rilevanza, di risonanza, per cui anche da parte delle istituzioni carcerarie c'è stata questa apertura. Noi abbiamo avuto sempre il patrocinio del ministero della Giustizia, e anche da parte degli istituti stessi c'è stato un interesse sempre crescente. Hanno visto che facciamo le cose sul serio, anche perché poi noi, ad ogni premiazione, ogni anno, abbiamo sempre abbinato un convegno di approfondimento delle tematiche trattate dai detenuti.

Photogallery

Immagini dalla premiazione 2019, nella casa circondariale di Matera
16 ottobre 2020, 11:30