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Il cardinale Ranjith Il cardinale Ranjith

Sri Lanka, un anno dopo gli attentati. Ranjith: il perdono viene da Gesù

Il 21 aprile 2019 nove kamikaze si fecero esplodere in tre chiese dello Sri Lanka mentre si celebrava la Pasqua, entrando in azione anche in diversi alberghi. Almeno 270 i morti. Ad un anno di distanza e nel rispetto delle misure d’emergenza per il Coronavirus, il Paese si ferma per due minuti di silenzio, seguiti dal suono delle campane di tutti i luoghi di culto. Intervista al cardinale arcivescovo di Colombo, Albert Malcolm Ranjith

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Preghiera, vicinanza e solidarietà “per chi ha perso la vita, per le famiglie che hanno visto morire i loro cari, per coloro che sono stati feriti e che continuano a soffrire, chi confinato a letto, chi in sedia a rotelle”. È il pensiero del cardinale Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, ad un anno dai tragici attentati del giorno di Pasqua 2019 nello Sri Lanka. Era il 21 aprile quando almeno nove kamikaze, affiliati al gruppo islamista locale National Thowheed Jamath, si fecero esplodere in tre chiese, quella di Sant’Antonio a Colombo, quella di San Sebastiano a Negombo, ed in una evangelica a Batticaloa, la chiesa di Sion, oltre che in diversi alberghi e in un complesso residenziale. Il bilancio parla di almeno 270 morti e circa 500 feriti.

Le commemorazioni

Questo martedì, a partire dalle 8.45, ora della prima esplosione, il Paese si ferma per due minuti di silenzio, seguiti dal suono delle campane di tutti i luoghi di culto e dall’accensione di una lampada o una candela in ogni casa. Tutti gli altri eventi previsti non si tengono, per evitare la diffusione del Covid-19 che in Sri Lanka al momento fa registrare oltre 250 casi e 7 morti. La situazione della pandemia, hanno comunque fatto sapere le autorità, è “sotto controllo”.

Le vittime degli attentati e quelle del Coronavirus

La commemorazione, spiega il porporato a Vatican News, è l’occasione per ricordare anche le vittime del Coronavirus e pregare il Signore affinché “ci aiuti a superare questo momento oscuro della storia umana”.

L'intervista al cardinale Ranjith

R. - Vogliamo esprimere vicinanza e solidarietà per chi ha perso la vita, per le famiglie che hanno visto morire i loro cari, per coloro che sono stati feriti e che continuano a soffrire, chi confinato a letto, chi in sedia a rotelle. È davvero un momento di solidarietà nazionale.

Nell’emergenza Coronavirus, le commemorazioni vengono seguite attraverso la televisione: come mostrare comunque un segno di unità in memoria delle vittime?

R. - Tutti si sono accordati per un ricordo delle vittime degli attacchi esplosivi. Lo faranno anche i buddisti: i loro monaci suoneranno le campane dei templi. Pure i musulmani hanno espresso la loro solidarietà. C’è dunque una grande partecipazione da parte di tutta la popolazione del Paese, testimoniando anche una unità mentale su quanto accaduto.

Lei il giorno di Pasqua ha detto che i cattolici hanno perdonato i terroristi suicidi, perché il messaggio di Cristo è amare i propri nemici. Anche il Papa in una lettera aveva pregato il Signore affinché "i cuori induriti dall'odio" potessero riaprirsi a "pace e riconciliazione tra tutti i suoi figli". Come le famiglie delle vittime sono arrivate a questo perdono?

R. – Ricordiamo come non ci sia stata alcuna reazione, nemmeno immediatamente dopo gli attentati, in un momento in cui le persone erano particolarmente ferite spiritualmente e fisicamente da quella violenza. Potevano reagire e non l’hanno fatto: a prevalere non sono stati i sentimenti ma la ragione. 

E anche adesso è così. Questo succede per via di quell’atteggiamento cristiano di saper perdonare anche coloro che hanno fatto del male. A Pasqua abbiamo celebrato la crocifissione di Gesù, ricordando che Lui stesso aveva pregato per chi aveva agito contro di lui. Questo sentimento di perdono viene nel cuore di ogni persona che ha sofferto. Certo, comunque questa gente ha il diritto almeno di sapere chi è stato e perché ha compiuto gli attentati.

La Santa Sede all’Onu da subito denunciò come quelli in Sri Lanka fossero stati attacchi “esplicitamente” anticristiani. In questi mesi le indagini a cosa hanno portato?

R. - Le indagini vanno avanti. Sono state seguite certe piste che hanno portato a scoprire il coinvolgimento di altre persone dietro agli attentatori suicidi. Recentemente la polizia ha effettuato nuovi arresti, quindi significa che si continua ad indagare su chi aveva concepito le azioni.

Su cosa secondo lei si deve ancora puntare?

R. - Si deve puntare a sapere la verità, scoprendo chi ha ideato gli attentati e chi ha dato i fondi necessari, 

indagando su qualsiasi eventuale coinvolgimento pure dall’estero. Queste cose sono importanti anche per prevenire futuri attacchi.

Qual è dunque la sua riflessione ad un anno dagli attentati?

R. - Quello che è successo è davvero una cosa tragica. E non capiamo cosa chi ha agito abbia guadagnato uccidendo tutte queste persone o che “successo” abbiano avuto gli attentatori col loro programma.

Oltre al lutto e al dolore, come ricordato da Papa Francesco il giorno stesso degli attentati, ora l’emergenza Coronavirus minaccia lo Sri Lanka e tutto il mondo. Come si affronta questo momento?

R. - Anche il Coronavirus è una tragedia per la morte di tante persone, come in Italia, dove si sono perse così tante vite. È una tragedia internazionale. Per questo, nella giornata di commemorazione delle vittime degli attentati di un anno fa, preghiamo perché il Signore ci aiuti a superare questo momento oscuro della storia umana.

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20 aprile 2020, 12:56