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Libro "La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere” a cura di p. Antonio Spadaro Libro "La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere” a cura di p. Antonio Spadaro 

Cina, padre Spadaro: sfide spirituali e di riconciliazione

Arriva in libreria “La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere”, il secondo volume interamente dedicato alla Chiesa in Cina, a cura del direttore de La Civiltà Cattolica che in questa intervista con Vatican News si sofferma sulle prospettive dell’evangelizzazione, culturali, di fiducia e riconciliazione, che si profilano

Debora Donnini – Città del Vaticano

Fare il punto della situazione dopo l’Accordo provvisorio fra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede sulle modalità di nomina dei vescovi cattolici, siglato il 22 settembre dello scorso anno. E’ uno degli aspetti centrali del volume “La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere”, che raccoglie diversi articoli apparsi negli ultimi due anni su La Civiltà Cattolica. Da quello sulla storia dei rapporti tra Santa Sede e Cina di padre Federico Lombardi a quello sullo sviluppo e il contributo delle Ong religiose in Cina di padre Joseph You Guo Jiang, solo per fare alcuni esempi. Contributi di studio che, come mette in luce il cardinale Pietro Parolin nella Prefazione del libro, possono aiutare a “superare la logica delle facili contrapposizioni” e a “sciogliere progressivamente i nodi che ancora impediscono la gioia di un incontro fecondo”. Padre Antonio Spadaro ha curato la pubblicazione e nell’Introduzione traccia una panoramica della situazione e dell’itinerario compiuto e atteso.

 

Padre Spadaro, lei sottolinea - come fa anche il cardinale Pietro Parolin - che l’Accordo provvisorio fra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede sulle modalità di nomina dei vescovi cattolici è un punto di partenza, non una conclusione. Si tratta dell’avvio di un processo che dovrà essere implementato anche con strumenti di verifica ed eventualmente miglioramento, lei afferma. D’altra parte si inserisce in un dialogo iniziato già a metà degli anni ’80.

R. - Il sottotitolo del volume è «Un futuro da scrivere». In copertina ci sono due ideogrammi: «davanti» e «cammino». Le nostre pagine intendono considerare l’Accordo del 22 settembre come punto importante dentro un lungo processo avviato da Giovanni Paolo II nel 1986 e che è destinato a proseguire. L’accordo, del resto, è «provvisorio» e si spera, quindi, possa diventare definitivo. La Chiesa in Cina è chiamata a rinnovare con slancio la sua missione di annunciare il Vangelo, per contribuire nel modo più efficace al bene del popolo cinese, con il suo messaggio religioso e con il suo impegno caritativo e sociale. È per questo che deve essere localizzata e pienamente cinese, andando a fondo nel processo di inculturazione, alla luce dell’universalità propria del cattolicesimo. Dunque: pienamente cinese e pienamente cattolica.

Quali sono dunque le sfide positive che questo Accordo rilancia?

R. - Le sfide che questo Accordo rilancia sono molteplici. Una sfida spirituale innanzitutto. La Cina ha un bisogno spirituale enorme: lo sta esprimendo. Le conversioni al cristianesimo raggiungono percentuali molto alte. Generalmente sono conversioni al protestantesimo, perché le comunità protestanti non hanno legami particolari, difficoltà con il governo e quindi sono più lanciate nella missione. La Chiesa cattolica, oggi, è chiamata a rispondere a questo grande desiderio di Vangelo. Lo sviluppo e il progresso economico infatti non hanno eliminato i bisogni spirituali, anzi al contrario essi sono cresciuti. Nel volume ci sono due capitoli dedicati a questo tema.

È in questione anche una sfida culturale, quella attiva sin dai tempi di Matteo Ricci?

R. - Matteo Ricci è un uomo che si è formato alla cultura rinascimentale e, assorbendo la cultura europea, ha deciso di andare in Cina e questo – proprio la sua formazione – gli ha permesso di dialogare con la cultura di questo grande Paese: se ne è innamorato, l’ha assorbita. E i Gesuiti dopo di lui hanno elaborato, imparato questa cultura, anche il confucianesimo, e l’hanno trasmesso all’Europa. Quindi, in qualche modo hanno “sinizzato” l’Europa. Colpisce molto come l’evangelizzazione, per questi primi Gesuiti, passi dall’amore profondo per la cultura di un popolo. Quindi, non c’è alcuna voglia di proselitismo integralista o quasi di missione culturale, ma c’è la voglia di incontrare un popolo e le sue idee. Una sfida particolare deriva dal fatto che negli ultimi anni la leadership cinese ha ripetutamente richiesto alle religioni presenti nel territorio cinese di «sinizzarsi». Che cosa significa questo? Sappiamo bene che la Cina ha caratteristiche proprie. Per la Chiesa cattolica cinese assumere caratteristiche cinesi significa andare a fondo nel processo di inculturazione. Esso è parte della grande tradizione della Chiesa.

Per affrontare la sfida dell’evangelizzazione, è centrale ritessere l’unità della Chiesa, sottolinea il cardinale Parolin nella Prefazione. Uno sguardo che spinge quindi a superare le questioni particolari e le tensioni. E’ dunque l’annuncio del Vangelo con più libertà uno dei motori di questo cammino compiuto?

R. - Indubbiamente c’è una sfida intraecclesiale, quella legata alle divisioni interne. Ci sono state tensioni tra la comunità cosiddetta «ufficiale» e quella «non ufficiale». Entrambe hanno sofferto in modi diversi per la loro fede. Tuttavia, non possiamo rimanere per sempre ancorati al passato senza immaginare che le sofferenze vissute non possano dare frutti per un futuro di riconciliazione. Entrambe le comunità oggi sono chiamate a una nuova fase – direi di guarigione – perché́ il Vangelo sia predicato più̀ efficacemente in Cina. Le due comunità non devono permettere che le ferite del passato condizionino la loro vita e impediscano la grande missione che li attende. Le tensioni e le incomprensioni vanno superate.

E’ in vista quindi di un annuncio più efficace del Vangelo che le comunità cosiddette “ufficiale” e “non ufficiale” sono chiamate ad una nuova fase?

R. - L’obiettivo è quello di non dover più parlare di vescovi “legittimi” e “illegittimi”, “clandestini” e “ufficiali” nella Chiesa in Cina, ma di incontrarsi tra fratelli, imparando nuovamente il linguaggio della comunione. Abbiamo sperimentato questa comunione al Sinodo dell’ottobre scorso quando due vescovi cinesi, per la prima volta, sono stati in grado di venire a Roma. Uno di essi era stato riammesso alla comunione ecclesiale da pochi giorni. Questo rimane l’obiettivo e la speranza che accompagna il passo fatto e quelli che si faranno nel futuro. La conversione pastorale e missionaria è oggi più che mai fondamentale. E per questo la comunione ecclesiale è fondamentale. Oggi tutti i vescovi cinesi sono in comunione con il Papa e tra di loro. Certo, non è escluso che ci siano nel futuro incomprensioni o problemi da affrontare. E tuttavia le difficoltà non sono più tali da impedire ai cattolici cinesi di vivere in comunione tra loro e con il Papa.

Chiave di volta per comprendere la “logica” dell’Accordo del 22 settembre 2018 è poi una visione del “dialogo” che Papa Francesco intende non come compromesso ma come un andare avanti insieme, dare un passo e poi verificare?

R. - Papa Francesco ha manifestato più volte un’attenzione viva e cordiale per il popolo cinese, contribuendo allo stabilirsi di un buon clima, che permette l’effettiva ripresa del dialogo della Santa Sede con le autorità della Cina. I contatti si sono moltiplicati e i canali di comunicazione sono apparsi più stabili ed efficaci. Francesco ha dunque camminato sulla stessa strada di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Nel volume si fa la storia di questi rapporti. Si completa un processo durato da molto tempo, iniziato da Giovanni Paolo II, di riammissione alla comunione con il Papa, di vescovi che sono stati ordinati illecitamente, senza il mandato pontificio. Benedetto XVI aveva un’idea molto, molto chiara e cioè: bisognava trovare un modo per stabilire una fiducia tra il governo cinese, le autorità cinesi e la Santa Sede. L’accordo provvisorio siglato è una base solida per futuri sviluppi. Il Papa ha ribadito l’importanza del dialogo, che non vuol dire che si termina con un compromesso, prende atto di un cammino intrapreso e compiuto fino a un certo punto. Costruire significa camminare insieme. Così si può andare avanti, con la volontà di superare le incomprensioni. Si deve costruire una fiducia reciproca. La fiducia è un processo che richiede tempo. È una «via» più che una «meta». La fiducia è anche quel giusto mezzo che, come nel guidare una bicicletta, fa stare in piedi e permette, trovando la giusta velocità, di andare avanti e di non fermarsi. È proprio questa la logica dell’Accordo del 22 settembre. Il cammino andrà verificato nel tempo, ma la direzione intrapresa appare quella corretta.

19 marzo 2019, 12:00