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Storico incontro tra i ministri degli esteri di Etiopia ed Eritrea Storico incontro tra i ministri degli esteri di Etiopia ed Eritrea   (AFP or licensors)

La Chiesa dell’Eritrea in preghiera per la pace

La Chiesa cattolica eritrea ha indetto una Settimana di preghiera per la pace dopo 20 anni di guerra con l’Etiopia che si dice pronta a rispettare l’accordo firmato nel 2000. L’arcivescovo di Asmara ai nostri microfoni: se arriva la pace i nostri giovani all’estero devono rientrare in patria

Roberto Piermarini – Città del Vaticano

Venti di pace tra Etiopia ed Eritrea che hanno ripreso il dialogo dopo 20 anni di un conflitto che ha causato 80mila morti ed un milione di profughi. Una delegazione eritrea di alto livello è arrivata ieri in Etiopia per il primo round di negoziati di pace in vent'anni. Il ministro degli Esteri eritreo Osman Sale è stato accolto in aeroporto dal neo premier etiopico Abiy Ahmed che, ai primi di giugno, ha sorpreso il Paese dichiarando di accettare l'Accordo di pace del 2000 che poneva fine alla guerra con l'Eritrea.

Le speranze di pace e la preghiera della Chiesa cattolica

La Chiesa cattolica ha invitato tutti i fedeli in patria e all’estero, ad invocare la pace. Una chiesa molto attiva - che nella sola Asmara rappresenta il 4% della popolazione e gestisce oltre 50 scuole e 30 strutture sanitarie – che non manca di far sentire la propria voce davanti alle difficoltà che incontra. Una realtà che ci viene illustrata dall’arcivescovo di Asmara, mons. Menghesteab Tesfamariam, in questi giorni a Roma, dopo una visita pastorale negli Stati Uniti dove ha incontrato la comunità di migranti eritrei

Ascolta l'intervista a mons. Tesfamariam

R. – La Chiesa in Eritrea è una piccola Chiesa, fatta di quattro diocesi - o eparchie, come si chiamano nella tradizione orientale. Questa Chiesa continua a evangelizzare, a fare anche servizi sociali. Nelle scuole, nelle cliniche e quindi è una Chiesa impegnata, nonostante tutte le difficoltà che incontra, che cerca di fare la sua missione. Abbiamo ancora vocazioni sacerdotali e religiose, quindi possiamo veramente fare il lavoro di evangelizzazione, il lavoro sociale per il nostro popolo, che ne ha bisogno, di educazione, di cure mediche, di promozione umana. Allo stesso tempo, in questi giorni, si parla della pace possibile, dopo 20 anni, tra le due nazioni vicine, Etiopia ed Eritrea. Siamo molto contenti che questo sia arrivato finalmente e preghiamo che coloro che sono impegnati nel dialogo sulla pace possano veramente prendere le decisioni con coraggio e con saggezza per il bene dei due popoli.

Sono concrete queste speranze di pace?

R. – Speriamo! Siamo solo all’inizio, per cui dobbiamo anche pregare che il Signore illumini questi nostri leader, perché possano veramente prendere decisioni concrete per il bene dei popoli. E’ solo l’inizio quindi è difficile parlare su questo. Però il clima è già cambiato, in un giorno, quasi: c’è positività, c’è ottimismo nell’aria e quindi siamo già contenti per questo.

La pace può migliorare anche la situazione economica del Paese ed anche l’apertura al mondo?

R. - Senz’altro. La pace è la base di tutto, di ogni sviluppo, di ogni crescita, di ogni convivenza umana significativa. Se non c’è la pace manca tutto: non si può fare sviluppo, non si può fare quasi niente, anche nel nostro impegno, come Chiesa, nell’evangelizzazione, in tutto.

La situazione dei profughi. Cosa fa la Chiesa per questa realtà così drammatica?

R. – Torno adesso dagli Stati Uniti, dove ho visitato tante comunità di migranti. Li incoraggiamo a vivere la loro fede e quando verrà la pace vorremmo che tutti stiano nel loro Paese. Incoraggio anche qui, in Italia, e in altri Paesi in cui ci sono rifugiati, a prendersi cura di queste persone perché anche l’Europa ha paura dei migranti e si sta discutendo così tanto ma i migranti sono sulla strada, a volte, e questa situazione ci dà pena. Hanno attraversato deserti e mari e arrivano qui e non trovano una soluzione…. Non è veramente una cosa piacevole, di sicuro. Quindi se la pace viene, vogliamo che tutti i nostri giovani stiano nel loro Paese e vivano in pace nel loro Paese.

 

27 giugno 2018, 11:58