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Movimenti popolari, incontro in Vaticano - foto di archivio: Santa Cruz de la Sierra Bolivia, 2020. Crediti: WMPM Movimenti popolari, incontro in Vaticano - foto di archivio: Santa Cruz de la Sierra Bolivia, 2020. Crediti: WMPM

Nel segno di una ecologia integrale

L’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa. Dalle pagine de L'Osservatore Romano la riflessione di Anna Casella

Anna Casella

Questa accorata richiesta, lanciata il 16 ottobre 2021 al quarto incontro mondiale dei movimenti popolari, è parte di un più vasto appello rivolto dal Papa agli stati e alle istituzioni economiche e tecniche perché cambino quel “sistema di morte” responsabile della nostra drammatica situazione. Il Papa chiede che i brevetti farmaceutici siano liberalizzati al fine di garantire il vaccino ai Paesi poveri; che sia condonato il debito ai paesi più deboli; che si smetta con la speculazione sul cibo; che si smetta di produrre e commerciare armi. Chiede che si faciliti l’accesso alla rete per i più deboli ma che l’informazione sia corretta per contribuire alla fraternità tra i popoli; che cessino le aggressioni e le sanzioni unilaterali alle nazioni e che si abbandoni il colonialismo. Propone, infine, di investire sul lavoro per tutti, anche attraverso la riduzione della giornata lavorativa e di istituire il reddito minimo.

Periodicamente il Papa torna sulla questione ecologica: alla enciclica Laudato si’ del 2015, sono seguiti i documenti preparatori del Sinodo sull’Amazzonia del 2019 e quelli conclusivi nel 2020. È degli inizi di ottobre 2021 il suo intervento alla Pontificia Università Lateranense per l’avvio del nuovo indirizzo di studi in “ecologia e ambiente”, del 9 novembre scorso la lettera ai vescovi della Scozia in occasione del summit Coop26. Tutti i documenti e gli interventi riprendono alcuni fondamentali concetti: la responsabilità morale nell’affrontare la crisi ecologica per il presente e per le generazioni future; la relazione tra degrado ambientale e crisi sociale (e quindi la necessità di leggere insieme «il grido del povero e il grido del pianeta»); la necessità di nuove forme di pensiero e di pratica al fine di perseguire «il sogno di Dio per tutti noi, che siamo suoi figli».

L’effetto della presenza umana sull’ambiente nell’era definita “antropocene” ha trovato largo risalto nelle scienze sociali contemporanee: cito fra i tanti, la visione di Heriksen e quella di Keck che saldano insieme inquinamento, espansione delle aree antropizzate e diffusione delle pandemie, così come la relazione tra crisi dell’ambiente e modello economico che ha portato Moore a coniare il termine “capitalocene”. Già nella seconda metà del Novecento, infine, Bateson, parlava di “ecologia della mente” (intendendo la necessità di uscire dalla “ego-logica” che impedisce di pensare a sistemi interconnessi).

Vi è una prospettiva profondamente antropologica nella dottrina sociale della Chiesa in rapporto alla questione ambientale: la saldatura tra crisi ambientale e crisi sociale; la necessità di un nuovo pensiero e di azioni pratiche che coinvolgano sia coloro che possono decidere (i potenti della terra) sia ogni persona nella sua vita quotidiana. La dottrina sociale sull’ambiente si organizza attorno ad alcuni concetti chiari: la responsabilità dell’uomo nella crisi ecologica; la critica al paradigma tecno-economico; l’attenzione alle culture indigene e alla loro visione alternativa della relazione uomo-ambiente; la necessità di praticare una “ecologia integrale”. Questa complessa prospettiva, di stampo morale e teologico, segna la distanza da un ambientalismo (pur degno e necessario) che si limita alla richiesta di salvaguardia del mondo naturale ma non sembra affrontare il problema nella sua interezza e profondità.

La crisi ecologica, si legge nella Laudato si’ è la «manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità» (p. 119). Già nel primo capitolo viene collegata la questione dell’inquinamento con la diseguaglianza planetaria (par. 6). Tema ripetuto nel capitolo terzo nel quale si parla espressamente della «radice umana della crisi ecologica». Questa deriva da una visione errata del rapporto tra uomo e natura, mediato dal paradigma tecnocratico; dall’egoismo degli individui e dei popoli che trova espressione nella “cultura dello scarto” che riguarda le cose e le stesse persone, divenute rifiuti; dal disprezzo nei confronti delle popolazioni indigene, viste come inadeguate o sottosviluppate. Il degrado ecologico, scrive il Papa, va di pari passo con l’impoverimento delle popolazioni, specie quelle più deboli e va ricondotto alla mentalità dello sfruttamento (delle risorse e del lavoro umano) e del profitto rapido (Amazzonia, 10). Sia l’inquinamento sia la povertà, dunque, sono il risultato dei rapporti diseguali tra regioni del mondo, rendono evidente quel “debito ecologico” che il Nord sviluppato ha contratto coi paesi del Sud (Laudato si’, 20; 51; 123; 158). Infine, la crisi ambientale come riflesso della crisi sociale, chiama in causa sia il rapporto tra generazioni, sia il rapporto con le popolazioni indigene, quelle che per prime subiscono gli effetti del cambiamento climatico. Sono popolazioni che vivono ormai in condizioni drammatiche, oppresse sulla loro stessa terra a causa del modello di sviluppo tecno-economico che ha indebolito «l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (Laudato si’, 144; 179). L’ecocidio ai danni della natura si traduce, purtroppo, anche in etnocidio ai danni dei popoli, specie quelli che vivono più vicini alla natura. Questi però, hanno, nella loro visione culturale, risorse importanti per fronteggiare la stessa crisi: prima fra tutte, una idea del creato e delle relazioni che non soggiace alla visione inaridita e materialista dell’occidente.

La crisi ecologica e sociale, afferma il Papa, è davvero complessa e, di conseguenza, non ha soluzioni semplici: queste non sono tecniche o economiche, piuttosto richiedono una vera conversione delle istituzioni, dei governi e delle persone.

Il Papa pensa ad una “ecologia integrale”. Le soluzioni stanno entro il quadro teologico della cura del creato e della ricerca della giustizia sociale. “Ecologia integrale” significa anzitutto ragionare in modo nuovo sull’ambiente, sulla società, sulla cultura; tradurre i principi astratti in stili di vita quotidiani e pratici. Sono evidenti i danni prodotti da una visione economica che considera la terra come un semplice serbatoio di ricchezze: i documenti del magistero, al contrario, ricordano che all’uomo non è consentito sfruttare la terra. Il dovere è coltivare e custodire il “giardino del mondo”, per fini non solo economici (Laudato si’, 67). Infatti, «lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune che è Dio» (Laudato si’, 83). Occorre, poi, abbandonare una prospettiva troppo astratta o verticistica: le problematiche ecologiche e sociali non sono risolte «con normative uniformi o con interventi tecnici», mentre richiedono la partecipazione attiva degli abitanti (Laudato si’, 144). Questi sono, in particolare, gli indigeni i quali hanno ben chiara l’interconnessione tra animali, piante, minerali e umani, tutti coinquilini del mondo (Amazzonia, 43-44). «È indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori» (Laudato si’, 146). E questo perché «la gestione tradizionale di ciò che la natura offre loro è stata fatta nel modo che oggi chiamiamo “gestione sostenibile”» (Amazzonia, 44).

Il risultato di questa “ecologia integrale” (ricorda di nuovo il Papa nel discorso al Meeting dei movimenti popolari) sarà una applicazione della saggezza e di un pensiero capace di sognare e lavorare per quel “buon vivere” ricercato dai popoli indigeni, che è armonia tra gli umani e tra questi e il creato (Amazzonia, 43-44). Ciò si ottiene se si tengono ben fermi i principi fondamentali dell’azione: la “solidarietà”, intesa come impegno per il bene comune, e la della “sussidiarietà” che lascia al privato (ai movimenti sociali, ai singoli cittadini, ai progetti comunitari) lo spazio e la libertà di agire.  Si tratta, infine, di riscoprire la capacità generatrice di azioni essenziali necessarie per “prendersi cura” della casa comune.

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16 novembre 2021, 14:30