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Un padre che sa prendersi cura rende il figlio sicuro nella vita Un padre che sa prendersi cura rende il figlio sicuro nella vita  

L’ombra di un padre che ama, la luce di un figlio libero

L’Osservatore Romano conclude oggi la rubrica inaugurata il 17 marzo sulla “Patris Corde”. La riflessione della psicoterapeuta Rossella Barzotti per superare le fragilità della paternità: oggi i padri hanno bisogno di fiducia nel ruolo per custodire e accompagnare “l’incognita” dei figli

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Può essere impronta di molte cose, un’ombra. Una macchia che tallona e inquieta o lo spettro di una evanescenza. Oppure il loro opposto, il contorno di una certezza, il segno di una presenza rassicurante su cui si può contare ma che resta un passo indietro per non essere invadente, perché rispetta la libertà altrui. Di più: la ama. San Giuseppe è il modello della seconda categoria. “Padre nell’ombra” lo definisce Papa Francesco della Patris corde, perché capace di un amore “casto” nei riguardi di Gesù, cioè non dominante, accentratore, esclusivista. “L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici”, scrive Francesco. Mentre Giuseppe sa che paternità “significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze”.
 

Orfani di una funzione

Tuttavia, alle spalle del modello si allungano altri tipi di ombre, spettri di insicurezze, di fragilità diffuse. “Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre”, constata Francesco. Fragilità che hanno radici nella psiche umana e nel contesto sociale. “Il Papa sicuramente ha intercettato una criticità che stiamo vivendo nella contemporaneità”, osserva la professoressa Rossella Barzotti, psicoterapeuta, docente di Psicologia all’Università Lateranense.

Associata alla figura maschile, afferma, si riscontra una “difficoltà ad assumersi una responsabilità rispetto alla propria funzione”. Un papà, spiega, è in certo modo un “elemento di rottura” che si inserisce nella simbiosi mamma-figlio e questa rottura “è possibile immaginarla attraverso un atto di estrema accoglienza e cura e custodia di ciò che caratterizzare il proprio figlio”. In questa linea, “non si nasce padre, ma si diventa padri” ed è qui che si manifesta l’insicurezza, la “fatica nello scegliere di essere padre”.

Meno del dono, la frustrazione

Anche per il padre putativo di Gesù l’ombra non è sempre stata uguale. Per certi versi ha cambiato natura partendo dal velo del dubbio. All'inizio, considera la psicologa, San Giuseppe “ha avuto dei tentennamenti rispetto alla notizia della paternità”. Poi, “sicuramente illuminato dallo Spirito Santo, ha avuto la grazia di credere nel suo ruolo. Ed è questo – sottolinea – ciò che dobbiamo stimolare oggi, da un punto di vista del processo della paternità: aiutare i padri a credere che loro vanno bene nel loro ruolo paterno, educativo”. Che sono giusti nel loro compito “di introdurre il figlio alla vita e di aprirlo al mondo e questo aiuterà di conseguenza il figlio ad essere accolto, a trovare una giusta posizione nel mondo”.

Questo accade se alla tendenza del figlio-possesso si sostituisce la logica del padre-dono. Se per il figlio il padre è “il primo altro” con cui imparare a relazionarsi rispetto al “bozzolo” materno – il modeling che lo aiuta a strutturarsi come individuo – il padre da parte sua deve scoprire, esercitare e affinare la capacità “di riconoscere nel proprio figlio la propria dignità di altro da sé”. Un distacco che non è frutto solo di sacrificio, che in fondo è solo il primo gradino di una vocazione, matrimoniale o consacrata che sia. Francesco lo scrive chiaramente nella Patris corde: “Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione”.

Ruolo potente

Invece, distingue il Papa, “la felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia”. Giuseppe compie questo salto esprimendo verso Gesù la logica dell’amore gratuito, che è sempre una logica di libertà. “E qui san Giuseppe secondo me è stato molto potente – sostiene la Barzotti – probabilmente ha visto in Gesù la potenza del suo ruolo e ha rispettato dignitosamente questo ruolo, nel suo mistero, nella sua segretezza e anche nella sua evoluzione, mantenendo quella giusta distanza protettiva, ma allo stesso tempo molto dignitosa rispetto alla figura del figlio”.

Figlio, spazio dell’inedito

Il dono è quindi un atto di intelligenza in senso etimologico, inteso cioè “come la capacità di intus legere, cioè di leggere dentro ciò che è il proprio figlio”, senza per questo “tracciargli mai un percorso di vita” o “proiettare su di lui quelle che sono le proprie aspettative, i propri ideali, i propri desideri”, quanto piuttosto “cercare di vedere nel proprio figlio, come dice il Papa, una sorta di mistero e di mantenerlo tale”. Ecco perché, annota Francesco, “la paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito”. Una paternità espressa con questo grado di consapevolezza, conferma la docente alla Lateranense, rende un padre “custode di un’incognita”. E per altro verso, soggiunge, “è la stessa incognita del figlio che ci rende poi genitori, ci rende padri e ci rende madri”.

Padre, tempo del dono

C’è un lavoro da fare dunque perché tanti uomini vivano con i loro figli patris corde, con cuore di padre. “Quello che sarebbe auspicabile nel mondo contemporaneo – è l’idea della professoressa Barzotti, ma anche il tratto distintivo di un impegno umano e professionale – è favorire un processo di maggiore fiducia nella funzione paterna”. Rispetto alla figura autoritaria, “normativa”, dei padri anni ’60-’70, oggi “da un punto di vista psicologico osserviamo che il padre ha una maggiore capacità di accesso al mondo emotivo del figlio”. Ciò che invece è spesso debole, e quindi va stimolata, è la fiducia cosciente in questo modello di paternità. “In questa società che è molto performativa, individualista, un po' narcisista, il padre – conclude la Barzotti – proprio nella sua scelta consapevole di paternità può scegliere di fare qualche passo indietro, di decentrarsi, e fare un atto donativo di se stesso nei confronti di una stabilità emotiva, psicologica, spirituale verso il proprio figlio”. Un figlio al quale ha insegnato “a camminare nel mondo con i propri piedi”, sapendo che l’ombra alle sue spalle sarà pronta, se serve, a farsi abbraccio.

19 ottobre 2021, 15:18