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Suor Róża Czacka e il cardinale Stefan Wyszyński Suor Róża Czacka e il cardinale Stefan Wyszyński

Semeraro: i due nuovi Beati uniti nella fedeltà al Vangelo a qualunque costo

La fede come dono ricevuto e la propria vita come dono offerto: questa una delle caratteristiche che hanno in comune il cardinale Stefan Wyszyński e Madre Elisabetta Róza Czacka, secondo il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che li ha beatificati oggi in Polonia, nel Tempio della Divina Provvidenza di Varsavia

Roberta Barbi – Città del Vaticano

Erano entrambi polacchi ed entrambi “avevano ricevuto dal Signore, tramite la famiglia, la Chiesa e questa Nazione, il bene inestimabile della fede e la vivacità di una tradizione secolare di amore a Dio”. Questa una delle principali eredità che avevano in comune il cardinale Stefan Wyszyński e Madre Elisabetta Róza Czacka, evidenziata nell’omelia del Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, cardinale Marcello Semeraro, il quale prosegue sottolineando dei due nuovi Beati anche il comune esempio di vita, a partire dalla “certezza vissuta del primato di Dio capace di ridonare all’uomo la sua dignità”. E poi c’è anche una straordinaria, simile testimonianza: quella di “una vita fedele al Vangelo a qualunque costo”.

Uno storico incontro

Nell’omelia della Beatificazione, il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi ricorda lo storico incontro avvenuto tra i due a Laski nel 1926, dove l’allora giovane sacerdote Wyszyński era cappellano di un istituto per non vedenti, settore in cui la Madre, non vedente a sua volta, era impegnata. “Il giovane sacerdote fu edificato dalla fede e dalla tenacia di quella donna che, mossa dalla carità divina, era totalmente dedita a Dio e al prossimo”, ricorda il porporato. Da quell’incontro “nacque una preziosa collaborazione, una condivisione sincera di intenti e di propositi, ma soprattutto una comunione di fede e di amore a Dio e all’uomo bisognoso e indifeso”. L’unica differenza tra loro era l’identità dell’uomo bisognoso e indifeso verso cui rivolgevano il proprio impegno: coloro che “erano lesi nella loro libertà e ostacolati nel proprio credo” per il futuro cardinale Wyszyński; “i non vedenti fisicamente e spiritualmente” e “quanti si trovavano ai margini della società” per Madre Czacka.

“Amerai”: un appello e un testamento per il cardinale Wyszyński

Ma il Prefetto si sofferma a raccontare un altro episodio importantissimo che ebbe luogo a Laski, alla periferia di Varsavia, circa vent’anni dopo, durante l’insurrezione nella Capitale del 1944, una delle pagine più drammatiche della Seconda Guerra Mondiale, e che ebbe come protagonista Wyszyński. Il sacerdote raccolse da terra un pezzetto di carta scampato agli incendi che imperversavano in città, su cui era scritta solo la parola “Amerai”. Colpito da quanto accaduto, “portò il biglietto in cappella mostrandolo alle suore e disse: ‘Questo è l’appello più santo per noi e per il mondo intero che ci lascia la combattente Varsavia. Un appello e un testamento: amerai’”. A questo semplice ma fondamentale verbo, il futuro Beato seppe conformare tutta la sua vita, “il suo servizio di pastore e vescovo a Lublino prima, poi a Gniezno e Varsavia, affrontando tutte le difficoltà che la sua Nazione ebbe a soffrire”.

San Giovanni Paolo II: senza Wyszyński non ci sarebbe un Papa polacco

L’importanza che il cardinale Wyszyński ebbe per la Chiesa in Polonia, secondo il cardinale Semeraro, è ancor più evidente nella Lettera ai connazionali polacchi che il 23 ottobre 1978, pochi giorni dopo la sua elezione al Soglio Pontificio, scrisse Giovanni Paolo II: “Non ci sarebbe sulla Cattedra di Pietro questo Papa polacco se non ci fosse la tua fede che non ha indietreggiato dinanzi al carcere e alla sofferenza – scriveva – se non ci fosse la tua eroica speranza, la tua fiducia senza limiti nella Madre della Chiesa”. Il Santo Padre conosceva bene “il coraggio, la costanza e la decisione” con cui il nuovo Beato guidò “la nave della Chiesa che è in Polonia, opponendo a un’ideologia che disumanizzava l’uomo e lo allontanava dalla pienezza della vita”. Così come conosceva – sottolinea ancora il Prefetto – la “devozione profonda alla Vergine Maria” che serbava nel cuore e sotto al cui sguardo era nata la sua vocazione.

Madre Elisabetta, non vedente tra i non vedenti  

Si potrebbe riassumere così la parabola umana di questa suora della quale il cardinale Semeraro sottolinea soprattutto “la fede incrollabile in Dio e nella sua Provvidenza”. Avvertendo in sé fin dalla fanciullezza la chiamata divina alla quale nel suo cuore aveva già risposto, a 22 anni divenne cieca e fu proprio questo evento che le mostrò la strada giusta: prendersi cura dei non vedenti che allora in Polonia non ricevevano un’istruzione adeguata. Così, ricorda il porporato, “fondò la Società di cura per i non vedenti e la Congregazione delle Suore Francescane Ancelle della Croce”, poi “adattò l’alfabeto Braille alla lingua polacca e perfezionò il metodo delle forme abbreviate nella scrittura”. Il suo esempio ci dice che “non ci sono ostacoli per chi voglia amare Dio e come Dio”.

Vivere come i Santi è possibile

Nella conclusione della sua omelia, il Prefetto Semeraro ha poi chiesto l’intercessione dei due nuovi Beati “perché si accenda in noi il desiderio di vivere da Santi” e citato le parole di Papa Francesco che nell’Udienza generale del 7 aprile 2021 ci ricordava cosa sono i Santi, e cioè “testimoni che veneriamo e che in mille modi diversi ci rimandano a Gesù Cristo, unico Signore e mediatore tra Dio e l’uomo”.

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12 settembre 2021, 13:30