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Un momento della presentazione del libro di monsignor Dario Viganò Un momento della presentazione del libro di monsignor Dario Viganò 

Viganò: il neorealismo è una bussola per ricostruire memoria e speranza

Intervista con mons. Dario Edoardo Viganò che nel suo libro sul cinema neorealista ha dialogato con Papa Francesco. Il volume è stato presentato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede

Massimiliano Menichetti

Il cinema neorealista italiano, sguardo autentico “aperto alla memoria, protesto verso il futuro”, diventa una bussola per il nostro tempo. È questa la tesi dell’ultimo libro di mons. Dario Edoardo Viganò, vice-cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali - “Lo sguardo: porta del cuore. Il neorealismo tra memoria e attualità” -. Il testo ospita un’intervista a Papa Francesco, il quale afferma “la forza testimoniale e documentale delle immagini e dei film, riconoscendo per alcuni di essi il loro valore universale e la loro capacità di interrogare il cuore dell’uomo”.

Come nasce il libro e l’idea di intervistare il Papa? Come lui ha accolto l’idea?

Il libro è nato durante i mesi più duri della pandemia quando tutti eravamo in cerca di uno sguardo capace di decifrare una realtà alla quale non eravamo preparati. Mi è sembrato subito che lo sguardo che il cinema neorealista italiano fu capace di proporre per l’Italia devastata dalla tragedia della guerra — uno sguardo autentico e puro, aperto alla memoria e protesto verso il futuro — fosse in grado di indicarci una rotta anche per il nostro tempo. Il coinvolgimento di Papa Francesco è venuto naturale: nel corso del suo pontificato sono stati infatti numerosi i momenti in cui il Papa ha fatto riferimento al neorealismo. Quelli neorealisti sono stati i film della sua infanzia, quelli che vedeva al cinema di quartiere insieme ai suoi fratelli grazie alle sollecitazioni dei genitori, veri protagonisti della sua educazione cinematografica. Quel cinema lo aiutò a comprendere in profondità il dramma del conflitto mondiale che in Argentina era arrivato solo attraverso i racconti dei tanti immigrati dall’Europa, ma quel cinema, come dice lui stesso, insegnò, e può insegnare anche oggi, a guardare tutta la realtà con occhi nuovi. Si è fatta così strada in me l’idea che valesse la pena chiedere al Papa un approfondimento sull’attualità del neorealismo e, da qui, provare a offrire uno sguardo di sintesi che tenesse insieme i vari frammenti sul cinema che di volta in volta Papa Francesco aveva disseminato nel suo magistero. È emersa così la proposta, subito accolta con molto favore, di una intervista che cerca di comporre un quadro unitario del suo rapporto con il cinema, ma che va anche molto oltre. In questa intervista Papa Francesco afferma la forza testimoniale e documentale delle immagini e dei film, riconoscendo per alcuni di essi il loro valore universale e la loro capacità di interrogare il cuore dell’uomo.

Monsignor Dario Viganò nella Filmoteca Vaticana
Monsignor Dario Viganò nella Filmoteca Vaticana

Memoria e storia a partire dall’esperienza del neorealismo. Perché partire dal dopoguerra italiano?

Sono molti ad aver paragonato la temperie della pandemia con quella del secondo dopoguerra: oggi come allora, disperazione e morte, sofferenza e dolore; allora (e molto meno oggi) una diffusa speranza per un futuro da ricostruire. Emerge con evidenza il grande punto dolente del nostro presente: la mancanza di speranza. È il risultato della rottura del filo della storia e della memoria, entrambe sostituite dall’immediatezza di una risposta che non apre lo sguardo e non dà visione. Ricordare, come sostiene padre Marko Ivan Rupnik, è comprendere di «essere collocato dentro un’esistenza fatta di cura, di attenzione». Per questo motivo, ora come mai prima, si può rivalutare lo sguardo che il neorealismo pose sul dopoguerra dell’Italia in frantumi, con legami familiari spezzati dai campi di battaglia, lavoro perduto e un tessuto sociale da rammendare. In questo siamo chiamati a riapprendere dal neorealismo uno sguardo che sappia andare oltre l’emozione del momento. Uno sguardo che sappia scandagliare nell’effluvio di immagini della cronaca, per scorgere nel profondo l’invocazione, la supplica, la coscienza che davvero tutto si tiene insieme, tutto è in relazione con il resto. La forza della poetica neorealista non si esaurisce con la produzione dei film ascrivibili a quel periodo storico, l’immediato dopoguerra, ma si riverbera nel tempo e accompagna ancora la costruzione di un racconto fatto di vita e memoria, che spesso prende spunto proprio dalle macerie della realtà per «insegnare a guardare».
 

Il Papa trasforma il neorealismo italiano in una lente che permette di dilatare lo sguardo verso l’uomo, mai schiacciato nonostante le miserie, portandolo a Dio…

Non mi sorprende perché è in questo modo che il Papa ha sempre fatto riferimento al cinema neorealista, definendolo indifferentemente una «scuola di umanesimo» o una «catechesi di umanità». Nell’intervista il Papa spiega approfonditamente che cosa intenda: per lui la qualità più importante del cinema neorealista è quella di aver saputo guardare non solo dentro la storia, ma dentro il cuore degli uomini. Uno sguardo che tocca la realtà, ma anche il cuore, è uno sguardo che la realtà la trasforma. Non è uno sguardo — dice ancora — che ti lascia dove sei, ma è uno sguardo che ti porta su, che ti solleva, che ti invita ad alzarti. È cioè uno sguardo creatore, profezia che cerca casa in ogni uomo, uno sguardo che nell’inverno dell’umanità vede grano che germina. In questo senso anche per Papa Francesco il neorealismo è paradigma per una lettura profonda di questo frangente inedito che rischia di non trovare codici interpretativi e di restare soffocato dalla disperazione. I maestri del neorealismo, con il loro sguardo peculiare, indicano un tracciato valido ancora per l’oggi.

La strada di Fellini è il film preferito dal Papa. Cosa lo colpisce?

In gioco è sempre la qualità dello sguardo. Quel film, in cui si ritrova un implicito riferimento a san Francesco, è per il Papa quello che meglio ha saputo donare una luce inedita allo sguardo sugli ultimi. Non è un caso se quest’opera di Fellini sia stata citata dal Papa, anche solo in modo allusivo, in alcune omelie e discorsi: penso in particolare alla scena che vede protagonista il Matto e Gelsomina, la nota «predica notturna» del discorso del sassolino in cui si racchiude uno dei significati più profondi del film. Se ha senso persino un sassolino nessuna sofferenza è vana: perché qualsiasi essere vivente ha un senso ben preciso nel disegno di Dio. Come riconosce il Papa, il film è profondamente intriso di richiami evangelici: lo è la la figura di Gelsomina che con la sua umiltà, «col suo sguardo pienamente limpido — dice il Papa — riesce ad ammorbidire il cuore duro di un uomo che aveva dimenticato come si piange».

Citando le sue parole è “peculiare atteggiamento di Papa Francesco verso il cinema”…

Perché nel rapporto che il Papa intreccia col cinema c’è un aspetto evidente di novità rispetto al passato che potremmo definire una sorta di capovolgimento di approccio: per Bergoglio il cinema da «oggetto» (di un progetto culturale, pedagogico, moralizzatore) forse per la prima volta diviene davvero, nelle parole e nelle azioni di un Papa, anche «soggetto» tout court, cioè esso viene accolto pienamente nella sua autonomia di forma di linguaggio, di cultura, di arte. Dunque, il cinema come linguaggio di per sé in grado interpellare le coscienze dei credenti, di aprire a domande di senso. È un elemento di grande novità di cui il cinema neorealista — citato in questa chiave e a più riprese nel magistero del Papa — offre il più chiaro esempio.

In questa lettura rientrano anche le immagini della Statio Orbis del 27 marzo 2020?

Quelle immagini hanno assunto un valore emblematico perché sono capaci di raccontarci, in profondità, quale sia il più generale approccio del Papa verso la cultura visuale che caratterizza il nostro presente. Quelle immagini hanno infatti universalmente cristallizzato in uno straordinario momento iconico di amore e compassione lo stile di un pontificato. Perché a ben vedere, la cura di ripresa di quell’evento, in un perfetto equilibrio tra regia liturgica e regia televisiva, è riuscita a render ragione non solo del peculiare sguardo del Papa sull’umanità sofferente per la pandemia, ma anche del suo modo di concepire il valore memoriale delle immagini.

Il Papa parla anche dell’importanza di custodire la memoria per immagini e afferma di stare pensando a una mediateca...

Il Papa si fa consapevole della necessità di non disperdere il patrimonio storico cinematografico nel suo complesso quale preziosa «memoria per immagini», ma anche dell’urgenza di salvaguardare e mettere a riparo dall’incuria e dalla distruzione tutti quei documenti audiovisivi di varia tipologia che costituiscono una fonte storica ormai imprescindibile per la storia recente della Chiesa universale, in tutte le sue declinazioni (comunità cristiane, congregazioni religiose, missioni, associazioni, ecc.). Una visione che afferma la centralità ormai assunta dalla documentazione audiovisiva quale «complemento permanente della documentazione scritta», ma che riverbera anche quel movimento di studi che su questi temi in questi ultimi anni si sta affacciando dinamicamente nel mondo accademico internazionale giungendo ad esiti conoscitivi sempre più fecondi. Indicando la necessità di pensare ad «un’istituzione che funzioni da Archivio Centrale» che vada ad affiancarsi all’Archivio e alla Biblioteca Apostolica gestendo la «conservazione permanente e ordinata secondo i criteri scientifici, dei fondi storici audiovisivi degli organismi della Santa Sede e della Chiesa Universale», Papa Francesco si propone in fondo di superare le inerzie in questo campo dando piena attuazione all’intuizione avuta a fine anni Cinquanta dai suoi predecessori Pio XII e Giovanni XXIII. Attraverso una Mediateca centrale si potrà così conferire finalmente al patrimonio cinematografico e audiovisivo quella centralità che merita nel sistema delle istituzioni vaticane specializzate nella custodia delle tracce del passato.

Il libro va oltre il cinema anche a livello visivo, infatti presenta delle opere inedite e originali dell’artista Walter Capriotti. Perché questa scelta?

Ho potuto vedere alcune opere di Walter Capriotti in alcune mostre e l’insieme di colori e forme così come l’ibridazione di tecniche mi sono parse subito come caratteristica di un tratto artistico di forte impatto. Del resto, sono caratteristiche che mi sono state confermate da Salvo Nunes curatore di alcuni padiglioni della Biennale di Venezia e della Biennale di Milano oltre che delle mostre del Festival di Spoleto. Così condividendo l’idea del libro ne sono emerse le reinterpretazioni di alcuni film neorealisti che Capriotti ha voluto impreziosire corredandole anche con didascalie d’autore.

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21 luglio 2021, 12:00