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Monsignor Emmanuel Metropolita di Calcedonia, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli alle celebrazioni dei Santi Pietro e Paolo in Vaticano, 29 giugno 2021 Monsignor Emmanuel Metropolita di Calcedonia, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli alle celebrazioni dei Santi Pietro e Paolo in Vaticano, 29 giugno 2021 

Emmanuel: i nostri tempi non sono molto diversi da quelli dei primi cristiani

Intervista con il metropolita di Calcedonia, capo della delegazione del Patriarcato di Costantinopoli per la celebrazione dei santi Pietro e Paolo: “Annunciare il Vangelo nel mondo non è una questione di strategia. Temo che stiamo pensando più alla sopravvivenza del cristianesimo che alla condivisione della buona notizia di Cristo risorto”

ANDREA TORNIELLI

“Temo che stiamo pensando più alla sopravvivenza del cristianesimo che alla condivisione della buona notizia di Cristo risorto”. Il metropolita Emmanuel da pochi mesi ha lasciato la Francia per assumere il titolo della Chiesa di Calcedonia diventando il numero due nella gerarchia del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. È l’inviato del Patriarca Bartolomeo alla celebrazione dei santi Pietro e Paolo. In questa intervista con i media vaticani fa il punto sul cammino ecumenico, riflette sulle ultime encicliche di Papa Francesco e a proposito dell’evangelizzazione ricorda: “Il problema non è la globalizzazione, ma il nostro rapporto con il mondo”.

Eminenza, in diverse parti del mondo le Chiese faticano ad annunciare il Vangelo e a trasmettere la fede. Quali risposte bisogna dare alle sfide del mondo globalizzato? 

Annunciare il Vangelo nel mondo non è una questione di strategia. Temo che stiamo pensando più alla sopravvivenza del cristianesimo che alla condivisione della buona notizia di Cristo risorto. Infatti, vediamo come la postmodernità sfida sistematicamente ogni forma di istituzione. Le nostre Chiese non sono immuni da questa dimensione della secolarizzazione contemporanea. Questo fenomeno di disincanto è reale e tocca il cuore stesso della nostra missione di cristiani, come Cristo ci invita a fare: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20). Questa conclusione del Vangelo secondo il Santo Apostolo Matteo sottolinea chiaramente come trasmettere la fede in Cristo a coloro che sono nel dubbio. Cristo è l’alfa e l’omega della nostra missione. Egli è allo stesso tempo presente nel cammino attraverso cui si trasmette la fede, e alla fine di questo cammino spirituale. Perciò non c'è altra risposta che rivestirsi di Cristo (Rm 13,14), cioè vivere nella parte più intima del proprio cuore il mistero della morte e risurrezione del Signore prima di offrirlo e consacrarlo per la vita del mondo. Sì, in alcune parti del mondo i cristiani sono perseguitati per la loro fede. Sì, in alcune parti del mondo la secolarizzazione sta emarginando il cristianesimo. Ma nulla di ciò che stiamo vivendo oggi è significativamente diverso da ciò che le prime comunità cristiane hanno dovuto passare durante trecento anni di persecuzione attiva. Rivedere la letteratura di quel tempo è di grande importanza per noi oggi. Il problema non è la globalizzazione, ma il nostro rapporto con il mondo. “Essere nel mondo, senza essere del mondo”, come ci invita a fare il testo della Lettera a Diogneto.

Due recenti documenti magisteriali del Vescovo di Roma hanno aperto possibilità di incontro e di confronto con le altre religioni e con i non credenti su temi importanti per il nostro futuro: come l’enciclica Laudato si’ e l’enciclica Fratelli tutti possono aiutare i cristiani a preparare un futuro migliore?

Vedo nei due documenti che lei cita una grande opportunità di dialogo e di avvicinamento. Ma vorrei sottolineare qui l’importanza di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo sia in termini di protezione dell’ambiente sia in termini di quell’ethos di solidarietà che ci anima tutti come cristiani. Infatti, durante il suo pontificato trentennale come capo del Patriarcato Ecumenico, il Patriarca Ecumenico ha ripetutamente sottolineato l’interdipendenza tra la conservazione della natura e la cura degli altri. Questa lettura spirituale del mondo smonta le nostre certezze e ci rende consapevoli della responsabilità dei cristiani di accogliere con gratitudine il mondo, la sua creazione e coloro che lo compongono. Dobbiamo a lui questa sintesi quasi sacramentale. Tutta la creazione diventa un sacramento, un mistero in cui si rivela la presenza salvifica di Dio, che può realizzarsi solo in un gesto sacrificale, offrendo a Dio ciò che Dio ha offerto a noi. Il Patriarca Ecumenico Bartolomeo ha dichiarato in questo senso: “Il rispetto e la cura del creato sono parte integrante della nostra fede, la base della nostra vita nella Chiesa e come Chiesa”. Vedo quindi in questi due testi di Papa Francesco un’opportunità di dialogo, ma soprattutto di cooperazione ecumenica. L’unità dei cristiani riguarda la protezione dell’ambiente e la cura degli altri.

Lei ha una notevole esperienza nel dialogo interreligioso, in particolare tra cristiani e musulmani. Quali passi bisogna fare per una maggiore conoscenza reciproca di fronte ai fondamentalismi e all’abuso della religione per giustificare odio e violenza?

La questione del fondamentalismo e dell’estremismo religioso non è recente, e tanto meno è limitata a una sola religione. Molti studi tendono a svelare le radici della violenza nel suo contesto religioso. Temo che la religione sia diventata un colpevole ideale che offre una certa legittimità all’odio dell’altro. Permettetemi di citare un’espressione della Dichiarazione di Berna del 1992, che il Patriarca Ecumenico ha ripetutamente articolato nei suoi vari messaggi: “Un crimine in nome della religione è un crimine contro la religione”. Dietro questa espressione si rivela una concezione molto particolare della religione, libera da coloro che intendono deviarla per un guadagno politico. I miei anni di esperienza nel campo del dialogo interreligioso mi hanno mostrato che l’accento non è tanto sulla religione quanto sulla necessità del dialogo tra le religioni. Il dialogo è l’unica arma capace di disinnescare gli abusi del fondamentalismo e dell’estremismo. L’Enciclica del Santo e Grande Consiglio della Chiesa Ortodossa riunito a Creta nel giugno 2016 abbonda in questo senso: “Un franco dialogo interreligioso contribuisce allo sviluppo della fiducia reciproca nella promozione della pace e della riconciliazione. La Chiesa lotta per rendere la ‘pace dall’alto’ più tangibile sulla terra. La vera pace non si ottiene con la forza delle armi, ma solo con l’amore che ‘non cerca il proprio interesse’ (I Cor 13,5). Il balsamo della fede dovrebbe essere usato per legare e guarire le vecchie ferite degli altri, non per riaccendere nuovi focolai di odio” (par. 17).

La Chiesa cattolica sta intraprendendo un cammino sinodale dedicato proprio alla sinodalità, con nuove modalità di coinvolgimento e partecipazione della Chiese locali. Il documento di Ravenna parlava di sinodalità e del modo di intendere il primato: a che punto è secondo lei il cammino ecumenico su questi temi?

Il cammino sinodale della Chiesa cattolica, che è dovuto all’influenza diretta di Sua Santità Papa Francesco, parla con forza alla Chiesa ortodossa. In questo senso, attendiamo con ansia le conclusioni del prossimo Sinodo dei Vescovi del 2023, che si concentrerà sul tema: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Oso vedere nella scelta di questo tema uno dei frutti delle nostre relazioni ecumeniche. Infatti, non è certo un caso che i più recenti documenti della Commissione internazionale mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa si siano occupati, fin da Chieti nel 2016, dell’articolazione tra sinodalità e primato. Lascio al documento stesso il compito di gettare la necessaria luce su questo: “Durante tutto il primo millennio”, ci dice il documento di Chieti, “la Chiesa in Oriente e in Occidente era unita nella conservazione della fede apostolica, nella continuità della successione apostolica dei vescovi, nello sviluppo di strutture di sinodalità inseparabilmente legate al primato, e nella comprensione dell’autorità come un servizio (diaconia) di amore. Sebbene l’unità tra Oriente e Occidente fosse talvolta disturbata, i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente erano consapevoli di appartenere all’unica Chiesa” (par. 20).

Nel 2025 si celebreranno i 1700 anni del Concilio di Nicea e in quell’anno coincideranno le date della Pasqua per i cristiani. Come prepararsi a questo anniversario?

Come lei sa, fu al Concilio di Nicea che fu stabilita la formula per calcolare la data della Pasqua. La data della Pasqua è ancora calcolata secondo questo metodo, anche se si basa su due calendari diversi: il calendario gregoriano per la Chiesa cattolica e il calendario giuliano per la Chiesa ortodossa. E le date possono coincidere o differire fino a cinque settimane. La questione della celebrazione comune della Pasqua si impone gradualmente come una questione ecumenica di prim’ordine. Infatti, come possiamo testimoniare la verità del mistero che sta al cuore della testimonianza del cristianesimo se rimaniamo divisi su questo tema? Credo che il Giubileo che è alle porte dovrebbe invitarci a riflettere sulle nostre pratiche liturgiche nel rispetto dell’integrità del corpo di Cristo. Per la Chiesa ortodossa, le questioni del calendario rimangono spinose e la storia ci ha mostrato che possono portare allo scisma. Anche il contesto pan-ortodosso preconciliare non è stato in grado di affrontarle senza generare fenomeni di polarizzazione meno teologici e più propriamente identitari. Celebrare la Pasqua la stessa domenica in tutto il mondo cristiano su questa base storica conciliare sarebbe un potente messaggio di testimonianza e riconciliazione

28 giugno 2021, 14:30