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L’Archivio del Papa aperto al mondo

I dicasteri della Santa Sede raccontati dall’interno: storia, obiettivi e "bilancio di missione", come funzionano le strutture che sostengono il ministero del Papa. Il Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, monsignor Sergio Pagano, racconta il servizio alla Chiesa e agli studiosi di ogni nazione

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Per volere di Papa Francesco l’Archivio Vaticano non è più “segreto” ma “apostolico”, in sostanza nulla della sua natura è andato perso o cambiato. Resta infatti una delle istituzioni più antiche che ha una missione chiara: conservare i documenti del Papa, dei vari organismi della Curia mettendoli a disposizione di chi ne fa richiesta. L’“Archivio centrale della Santa Sede”, come definito da Giovanni Paolo II, ha un’estensione di documentazione pari a circa 83 Km lineari e questo lo rende uno dei più vasti al mondo. È custode di una storia millenaria che non ha paura di aprirsi all’esterno, lo testimonia la possibilità di consultare i documenti del pontificato di Pio XII, il Papa che ha vissuto il difficile periodo del nazifascismo. Chi si rivolge a noi, sottolinea il prefetto dell'Archivio Apostolico Vaticano, monsignor Sergio Pagano, non è solo un cultore di storia religiosa o civile ma compie indagini che “si estendono ad ogni aspetto dell’umana società”.

In un contesto culturale secolarizzato come quello attuale, che sembra aver smarrito il senso della memoria e il riferimento a valori “forti”, che spazio ha un'istituzione nata per preservare le testimonianze storiche del Papato e della Chiesa?

Lo spazio e il compito che i pontefici hanno affidato all'allora Archivio Segreto Vaticano, oggi Archivio Apostolico Vaticano, sono gli stessi in ogni epoca, a prescindere - generalmente parlando - dal contesto culturale mutevole: ovvero conservare, ordinare e valorizzare la documentazione prodotta dalle segreterie dei Romani Pontefici e dai vari organismi della Curia Romana, nonché disporre che tale documentazione sia posta anzitutto al servizio interno del Papa e della Santa Sede, quindi (a partire dal 1881) alla diretta fruizione dei ricercatori di tutto il mondo che all'Archivio Vaticano ricorrono, in misura sempre maggiore, per i loro studi.

Il prefetto dell'Archivio Apostolico Vaticano, monsignor Sergio Pagano
Il prefetto dell'Archivio Apostolico Vaticano, monsignor Sergio Pagano

   Nonostante «il contesto culturale secolarizzato» che lei rileva nella sua domanda, a me consta che il numero dei ricercatori che chiedono ogni anno l'ammissione alle sale di studio dell'Archivio Vaticano sia da diversi decenni più o meno stabile e si aggiri sulla cifra di circa 1000 richieste di ammissione all'anno (siamo passati dalle 1228 tessere di ammissione del 2015 a 1011 tessere del 2018), salvo questo ultimo anno trascorso, che ha frenato di forza l'accesso a Roma dei diversi studiosi (soltanto 739 ammissioni).

   Il costante interesse verso la documentazione dell'Archivio Apostolico Vaticano (che la legge sugli archivi di s. Giovanni Paolo II ribadisce essere l'archivio centrale della Santa Sede), non mostra segni di flessione negli anni, e ciò, come lei diceva, anche in periodi di forte secolarizzazione. Ciò deriva dal fatto che la documentazione dell'Archivio Pontificio, oltre che uno scontato aspetto religioso, riveste anche un carattere di interesse storico, geografico, culturale, in pratica quella che gli eruditi chiamavano «géographie humaine». Perciò fra gli studiosi che rivolgono le loro investigazioni ai documenti custoditi dall'Archivio Apostolico vi sono sia cultori di storia religiosa che di storia civile; le loro indagini si estendono ad ogni aspetto della umana società. Vi è perciò chi ricerca documenti atti a costruire una determinata biografia (di Papi, di imperatori, di re e di sovrani o delle loro corti), chi studia una diocesi o una città, uno Stato o un impero, chi si muove nella vasto campo dell'agiografia, chi indaga le relazioni diplomatiche, chi studia fenomeni religiosi o movimenti teologici, chi privilegia la storia delle istituzioni, chi quella di un santuario, di un monastero, di una chiesa, chi ancora è interessato alla sua parrocchia o al suo paese.

Dopo il motu proprio che il 22 ottobre 2019 ne ha modificato la denominazione, eliminando il titolo di “segreto”, l'Archivio vaticano condivide ora con la Biblioteca la qualifica di “apostolico”. Qual è il senso di questa decisione di Papa Francesco e che cosa ha significato per l'Archivio?

Il senso della decisione del Santo Padre Francesco è bene espresso nel motu proprio del 22 ottobre 2019 con cui cambiò la plurisecolare intitolazione di Archivum Secretum Vaticanum, Archivio Segreto Vaticano, in Archivio Apostolico Vaticano. Leggendo attentamente quel documento si viene a sapere che già nel Seicento l'archivio del Papa era detto sia secretum, sia apostolicum, e che ancora nell'Ottocento si parlava di Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum. Papa Francesco, per evitare facili fraintendimenti che questo titolo causava o poteva causare nelle lingue moderne, italiano compreso, nel termine Segreto, credette bene (io penso con ragione) di lasciare cadere questo termine ormai «scomodo» e fuorviante e sostituirlo con il termine Apostolico, che nella pratica equivale a Segreto, perché in latino sia secretum (che vuol dire separato, privato), sia apostolicum (cioè del domnus apostolicus, che è solo il Papa) designano la medesima realtà, anche giuridica. L'Archivio Apostolico Vaticano non ha perso nulla della sua originaria natura abbandonando quel Segreto, perché anche nella nuova intitolazione voluta da Papa Francesco continua ad essere l'Archivio privato del Papa (perciò Apostolico), a lui solo soggetto e in esclusivo suo governo.

Tale mutazione del titolo in Archivio Vaticano è stata accolta sulle prime - com'è comprensibile - con qualche nostalgia (il vecchio termine latino secretum aveva pure il suo fascino!), ma poi tutti si sono resi conto che il cambio del nome deciso dal Papa rispondeva e risponde in effetti ad un bisogno di incontrare il «sentire» moderno, che nel secretum poteva pensare a reconditi misteri racchiusi in oscuri e vasti depositi, romanzati solo da chi non ha mai conosciuto la realtà dell'Archivio Vaticano.

Come è strutturato il personale dell'Archivio e in che modo è organizzato il lavoro? Quali costi comporta? E quali sono le voci più rilevanti del vostro specifico “bilancio di missione”?

A capo dell'Archivio Apostolico Vaticano, così come della Biblioteca Apostolica, sta il cardinale Archivista e Bibliotecario, che coordina l'attività delle due istituzioni e le rappresenta, sia in curia romana, sia nel contesto internazionale. L'ordinaria gestione dell'Archivio Vaticano spetta al suo prefetto, nominato dal Papa, egli riferisce costantemente del governo dell'istituzione al cardinale Archivista e il prefetto è sempre coadiuvato dal viceprefetto, anch'egli di nomina Papale. Spetta al prefetto la distribuzione dei lavori scientifici agli officiali e dei lavori ordinari di gestione ad altro personale. Questo poi è composto da archivisti, scrittori, segretari, assistenti, addetti d'archivio, tecnici specializzati dei laboratori (informatico, fotografico, di legatoria e restauro), assistenti delle tre sale di studio e ausiliari per altre mansioni (in tutto oggi 63 persone, destinate a ridursi nel corso di cinque anni, per ragioni di contenimento dei costi, a 58 persone). Il costo della gestione annuale dell'Archivio Apostolico si aggira intorno al 2 % dell'intero bilancio della Santa Sede. Il costo certamente più rilevante del bilancio dell’Archivio è il personale, ovviamente, sebbene l'Archivio Apostolico, che possiede una estensione di documentazione pari oggi a circa 83 km lineari ed è quindi uno dei più vasti (certamente dei più antichi e preziosi) del mondo, abbia un personale al di sotto delle effettive necessità. Altri archivi di Stato (paragonabili all'Archivio del Papa) hanno almeno il doppio del personale. Ma è ovvio pensare che la Santa Sede più di questo sforzo economico non possa compiere, tenuto conto delle relative risorse economiche e del fatto che la considerevole spesa per il mantenimento annuale dell'Archivio Vaticano è volta a tutto e solo vantaggio culturale.

Archivio Apostolico, la Sala Pio XI per la consultazione dei materiali
Archivio Apostolico, la Sala Pio XI per la consultazione dei materiali

Dallo scorso anno, per volontà del Papa, sono disponibili alla consultazione degli studiosi i documenti del pontificato di Pio XII. Perché la Chiesa non deve avere “paura della storia”, come ha detto lo stesso Francesco annunciando l'apertura degli archivi di Pacelli?

Dopo una lunga e necessaria attesa di almeno vent'anni, il 4 marzo 2019 Papa Francesco annunciava la sua decisione di aprire alla consultazione degli storici le fonti del fondamentale pontificato di Pio XII (1939-1958). Ciò facendo il pontefice ribadiva una grande verità già palesata dai suoi predecessori (almeno da Leone XIII in poi), che cioè la Chiesa cattolica non ha «paura della storia». La Chiesa sa bene che il suo passaggio nei lunghi secoli della sua esistenza fra le diverse civiltà, gli uomini e le culture, ad altro non fu indirizzato, per volontà del suo istitutore Gesù Cristo, che alla salvezza degli uomini e alla costruzione di una città di Dio. Sa bene la Chiesa, parimenti, che il mandato del suo Signore fu ed è affidato ad altri uomini (costituiti nel sacerdozio e nella vita laicale), i quali, come insegna tutto il Vecchio e il Nuovo Testamento, sono «impastati» di grazia e di peccato, di fede forte (santità) e di debolezze personali e contingenti. Ciò vale a cominciare da san Pietro, il principe degli apostoli, per continuare nei suoi successori e con i pastori eletti a guidare il popolo santo di Dio. Grazia e peccato, robustezza spirituale e fragilità umana, luci ed ombre, insomma, sono innegabilmente intrecciate e riflesse nella storia della Chiesa e perciò anche nei documenti custoditi dall'Archivio Pontificio. Questa realtà si verifica anche con i molti, anzi moltissimi documenti del pontificato di Papa Pacelli, ma senza che ciò desti in Papa Francesco e in noi alcuna preoccupazione. Chi poi avrà la pazienza e l'onestà intellettuale di studiare l'insieme delle migliaia di carte trattate da Pio XII e dagli organismi della Santa Sede sotto il suo pontificato, dovrà alla fine ammettere (ne sono pienamente convinto) che nel clima assai torbido e oscuro della seconda guerra, la cattedra di Pietro non fu affatto eclissata od offuscata dai tempi crudi e terribili, nonostante tutte le circostanze avverse e le incertezze in cui si trovò ad operare Eugenio Pacelli. Risulta vero l'opposto. Anche agli di chi le muoveva attacchi e rimproveri d'ogni sorta, la Santa Sede rimase pur sempre un punto alto di riferimento, di umanità e di civiltà, per cattolici, per non cattolici e per non cristiani.

22 marzo 2021, 15:00