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Il cardinale Pietro Parolin Il cardinale Pietro Parolin 

Pandemia, Parolin: nonostante la paura, non chiudiamoci in noi stessi

Intervista con il Segretario di Stato: c’è davvero bisogno di impegnarci tutti affinché non venga mai meno la solidarietà internazionale. La proposta alle parrocchie di suonare le campane a mezzogiorno per invitare alla preghiera

ANDREA TORNIELLI

“La Chiesa veglia con ciascuno. È vicina a chiunque soffra e sia nel bisogno”. Il Segretario di Stato Pietro Parolin esprime così la prossimità della Chiesa in questo tempo drammatico che l’umanità sta vivendo a causa della pandemia. Il cardinale, in questa intervista con i media vaticani, invita a non far mai venir meno “la solidarietà internazionale”: nonostante l’emergenza e la paura, “è il momento di non chiuderci in noi stessi”.

Come stanno vivendo il Papa e la Curia romana questo momento di emergenza?

R. - Stiamo condividendo con tutte le persone un momento difficile. Per molti è un momento drammatico. Penso agli ammalati, agli anziani soprattutto, ai morenti, ai loro familiari. Siamo nel tempo della veglia pasquale. La Chiesa veglia con ciascuno. È vicina a chiunque soffra e sia nel bisogno. Abbiamo bisogno di essere liberati dalla prigionia del tempo vissuto nella frustrazione, dalla minaccia della malattia e della morte. “Lazzaro vieni fuori!” (Gv 11,43), è il grido che risuona nel tempo, in questo particolarmente, affinché esso sia un tempo nuovo della vita e dello spirito. Il Santo Padre Francesco sta cercando tutti i modi possibili per essere vicino alla gente, nel mondo intero. Per lui il contatto con le persone è sempre stato fondamentale e, anche se in maniera nuova e inedita, intende mantenerlo. La diretta quotidiana della Santa Messa a Santa Marta ne è un segno concreto. La preghiera costante per le vittime, i loro familiari, il personale sanitario, i volontari, i sacerdoti, i lavoratori, le famiglie è un altro segno concreto. Noi tutti collaboratori cerchiamo di aiutarlo a mantenere i contatti con le Chiese di tutti i Paesi del mondo.

Che cosa ci sta insegnando questa vicenda drammatica, che sta colpendo le famiglie, sta cambiando la vita delle persone e che provocherà gravi contraccolpi anche sul sistema economico?

R. - Stiamo vivendo un dramma destinato ad avere rilevanti conseguenze sulle nostre vite. Innanzitutto, veniamo messi di fronte alla nostra fragilità e alla nostra vulnerabilità. Ci rendiamo conto che noi non siamo creatori, ma siamo povere creature, che esistono perché Qualcuno dona loro in ogni istante la vita. Non ne siamo i padroni assoluti. Basta un nonnulla, un nemico misterioso e invisibile, per farci soffrire, per farci ammalare gravemente, per farci morire. Ci ritroviamo piccoli, insicuri, indifesi, bisognosi di aiuto. Siamo inoltre messi di fronte all’essenziale, a ciò che conta davvero. Ci viene offerta la possibilità di riscoprire il valore della famiglia, dell’amicizia, dei rapporti interpersonali, delle frequentazioni che normalmente trascuriamo, della solidarietà, della generosità, della condivisione, della vicinanza nella concretezza delle piccole cose. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e abbiamo bisogno di comunità e società che ci aiutino a prenderci cura gli uni degli altri. Io credo infine che questo è un momento opportuno per tornare a Dio con tutto il cuore, come ci ricordava Papa Francesco nel momento straordinario di preghiera del 27 marzo scorso e qualche giorno prima ancora nel Padre Nostro “ecumenico”, pregato assieme a tutti i cristiani del mondo.

Quale sguardo ci aiuta ad avere sulla realtà di questi giorni la fede cristiana?

La fede cristiana è l’irruzione di Dio nella storia dell’uomo. Dio che si fa carne, Dio che viene a condividere tutto della nostra esistenza, fuorché il peccato, ed è disposto a patire e morire per salvarci. Ci stiamo preparando a celebrare la Pasqua in questa Quaresima così particolare: Gesù risorge, vince la morte, dona la vita. Lo sguardo di fede, in questi tempi difficili, ci aiuta ad abbandonarci sempre di più a Dio, a bussare alla sua porta con la nostra incessante preghiera affinché abbrevi questo tempo di prova. Ci aiuta a vedere il tanto bene che ci circonda e che viene testimoniato da molte persone. Conforta toccare con mano la creatività pastorale, già ricordata da Papa Francesco, di vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e l’impegno di tanti laici. Sono la “voce” del Vangelo. Così come lo sono tutti coloro (dai medici agli infermieri, ai volontari) che combattono la malattia. Credo faccia bene vedere come la Chiesa, che vive immersa nella realtà della sua gente, cerca e trova mille strade, usando tutti i mezzi possibili, per far sì che le persone non siano sole, possano pregare, possano ricevere una parola di conforto. Mi ha colpito che, pur nel dramma attuale, si trovi il modo di esprimersi - ad esempio con la musica e il canto - per essere insieme. Mi piacerebbe che ciò potesse avvenire in qualche modo anche per le parrocchie. Sarebbe bello se tutte le chiese, alla stessa ora, ad esempio a mezzogiorno, suonassero le loro campane per un minuto; e che questo loro suono fosse un richiamo a pregare insieme anche se fisicamente lontani…

Che cosa può dirci sulla situazione sanitaria dei dipendenti della Santa Sede?

R. - Come sapete allo stato attuale sono sette i casi di positività conclamata al Covid-19. A inizio marzo c’era stato il caso di una persona che è transitata negli ambulatori del nostro servizio sanitario per degli esami medici in vista di un impiego in Curia. A questo primo caso, nelle scorse settimane se ne sono aggiunti altri sei. Tutti hanno superato la fase critica e ora stanno migliorando. Ovviamente come in Italia e in tutti i Paesi del mondo, monitoriamo la situazione giorno per giorno, ora per ora, grazie all’impegno dei nostri medici e infermieri.

Che cosa sta facendo concretamente la Santa Sede in questo momento per aiutare le Chiese del mondo?

R. - La Santa Sede, attraverso i suoi Dicasteri, si impegna a mantenere i contatti con le Chiese particolari, cercando di aiutare, per quanto è possibile, le popolazioni particolarmente colpite dalla diffusione del coronavirus, indipendentemente dall’appartenenza religiosa o nazionale, come sempre ha fatto. Da quando è cominciata l’emergenza sanitaria a livello globale, il Santo Padre stesso ha voluto esprimere la sua vicinanza e solidarietà alla popolazione cinese, inviando un dono all’organizzazione caritativa Jinde Charities e alla Diocesi di Hong Kong, e successivamente anche all’Iran, all’Italia e alla Spagna. E sono allo studio diverse iniziative per dare concretezza alla solidarietà e per testimoniare la carità.

Le Messe e le altre celebrazioni - compresi i funerali - sono sospese, ma le chiese sono quasi dovunque ancora aperte. Che cosa significa questo? Che cosa si sente di dire ai credenti che non possono ricevere i sacramenti?

R. - La sospensione delle celebrazioni si è resa necessaria per evitare gli assembramenti. Ma in quasi tutte le città le chiese restano aperte ed io spero che siano riaperte al più presto anche quelle che eventualmente fossero state chiuse: vi è la presenza di Gesù Eucarestia, i sacerdoti continuano a pregare e a celebrare la Santa Messa per i fedeli impossibilitati a parteciparvi. È bello pensare che la porta della casa di Dio rimane aperta, come sono aperte le porte delle nostre case, anche se siamo fortemente invitati a non uscire se non per cause di forza maggiore. La famiglia è Chiesa domestica, possiamo pregare e prepararci alla Pasqua seguendo le liturgie e le preghiere alla televisione. Ai tanti credenti che soffrono di non poter ricevere i Sacramenti vorrei dire che condivido il loro dolore, ma ricordare, ad esempio, la possibilità della comunione spirituale. Papa Francesco, inoltre, tramite la Penitenzieria Apostolica, ha concesso il dono di speciali indulgenze ai fedeli, non solo ai colpiti dal Covid-19, ma anche agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a vario titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi. Ma c’è anche un altro aspetto che in un tempo di vigilia come questo va evidenziato e rafforzato. Ed è possibile a tutti. Pregare con la Parola di Dio. Leggere, contemplare, accogliere la Parola che viene. Dio ha riempito con la sua Parola il vuoto che ci spaventa in queste ore. In Gesù Dio si è comunicato, Parola piena e definitiva. Non dobbiamo semplicemente riempire il tempo, ma ricolmarci della Parola.

Uno dei drammi di questi giorni è rappresentato dalla solitudine. Nei reparti Covid-19 si muore soli, senza il conforto dei propri parenti impossibilitati ad entrare nelle stanze di terapia intensiva. Come può la Chiesa manifestare la sua vicinanza alle persone?

R. - È una delle conseguenze dell’epidemia che, in un certo senso, mi sconvolge. Ho letto e ascoltato racconti drammatici e commoventi. Quando purtroppo non è possibile la presenza del sacerdote al letto di chi è in punto di morte, ogni battezzata e ogni battezzato può pregare e portare conforto, in forza del sacerdozio comune ricevuto con il Sacramento del Battesimo. È bello ed evangelico immaginare in questo tempo difficile, che in un qualche modo, anche le mani dei medici, degli infermieri, degli operatori sanitari, che ogni giorno consolano, guariscono o accompagnano nell’ultimo momento di vita questi malati, diventino le mani e le parole di tutti noi, della Chiesa, della famiglia che benedice, saluta, perdona e consola. È la carezza di Dio che sana e dà vita, anche quella eterna.

Come avverranno le celebrazioni della Settimana Santa in Vaticano?

R. - Abbiamo studiato delle modalità diverse da quelle tradizionali. Non sarà infatti possibile accogliere i pellegrini come è sempre avvenuto. Nel pieno rispetto delle norme precauzionali per evitare il contagio, cercheremo di celebrare i grandi riti del Triduo Pasquale in modo da accompagnare tutti coloro che purtroppo non potranno recarsi nelle chiese.

La crisi sta diventando mondiale e sta iniziando a coinvolgere anche Paesi del Sud del mondo. In che modo la Chiesa può contribuire a uno spirito di aiuto reciproco tra nazioni e continenti diversi e con diversi problemi, perché non venga meno lo spirito di solidarietà e di collaborazione multilaterale?

R. - Purtroppo ci troviamo di fronte a una pandemia e il contagio si diffonde a macchia d’olio. Da una parte, vediamo quanti sforzi straordinari hanno impegnato i Paesi sviluppati, con non pochi sacrifici a livello di vita ordinaria delle singole famiglie e di economia nazionale, per affrontare efficacemente la crisi sanitaria e debellare la diffusione del virus. Dall’altra parte, però, devo confessare che mi preoccupa ancora di più la situazione nei Paesi meno sviluppati, dove le strutture sanitarie non saranno in grado di assicurare le cure necessarie ed adeguate alla popolazione nel caso di una maggiore diffusione della malattia Covid-19. Per vocazione, la Santa Sede cerca di avere come orizzonte il mondo intero, cerca di non dimenticare chi è più lontano, chi più soffre, chi magari fatica ad essere illuminato dai riflettori dei media internazionali. Questa non è una preoccupazione legata solo all’attuale emergenza per la pandemia: quante guerre, quante epidemie, quante carestie flagellano tanti nostri fratelli e sorelle! C’è davvero bisogno di pregare e di impegnarci, tutti, affinché non venga mai meno la solidarietà internazionale. Nonostante l’emergenza, nonostante la paura, è il momento di non chiuderci in noi stessi. Ce ne stiamo purtroppo rendendo conto in questi giorni: problemi e drammi che consideravamo lontani dalle nostre vite, hanno bussato alla nostra porta. È un’occasione per sentirci più uniti e far crescere lo spirito di solidarietà e condivisione fra tutti i Paesi, fra tutti i popoli, fra tutti gli uomini e le donne del nostro mondo. Da questa emergenza nasceranno difficoltà e cambiamenti profondi. Abbiamo bisogno che chi ha responsabilità politiche le eserciti oltre l’egoismo del proprio interesse, personale, di gruppo, nazionale, ma sappia guardare con sapienza e con responsabilità, secondo valori di libertà e di giustizia, al bene comune.

02 aprile 2020, 13:45