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Parolin: Sant’Egidio, popolo di “sale e luce”

Fin dai suoi primi passi la Comunità di Sant’Egidio ha scelto di “portare il Vangelo” dentro la vita delle persone. Questa la riflessione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, nella liturgia di ringraziamento per i 52 anni di vita della Comunità, presieduta sabato scorso a San Giovanni in Laterano. Riportiamo l’articolo pubblicato dall’Osservatore Romano

Roberto Zuccolini

Il “sale e la luce del Vangelo” da diffondere in tutte le città, a partire da Roma. E, in particolare, quel sale che è la pace “da spargere in tanti paesi del mondo”. È la vocazione che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha riconosciuto nella serata di sabato, 8 febbraio, nel “popolo di Sant’Egidio” - gente di ogni età, italiani insieme a immigrati “nuovi europei” e tanti amici - che affollava la basilica di San Giovanni in Laterano per i cinquantadue anni di vita della Comunità. Celebrando la V domenica del tempo ordinario, il porporato ha sottolineato che, “fin dai suoi primi passi, Sant’Egidio ha scelto di portare il Vangelo dentro la vita delle persone, così da essere sale e luce. Giovanissimi, siete andati nelle periferie e le avete abitate con amore”. Senza fermarsi a Roma: “Avete guardato verso nuovi orizzonti e tracciato nuove strade in tante città del mondo, tutte bisognose di sale e di luce”.

La luce delle opere buone

“Non voglio parlare di ciò che fate - ha continuato Parolin - ma indicare l’anima di tutto ciò: la carità che parte dal povero, da chi è stato scartato e costituisce la nuova pietra d’angolo”. In un mondo pieno di egoismi, divisioni e muri, “mentre troppi odi abitano nelle vene della società”, la “nostra risposta non è la contrapposizione, ma far risplendere ancor più la luce delle ‘opere buone’, che cambiano, trasformano la solitudine in comunione, i conflitti in pace, la rassegnazione in speranza di un nuovo futuro”.

Una casa comune

Sant’Egidio - ha aggiunto il segretario di Stato vaticano - “sente che il mondo deve essere una casa comune, una patria universale per tutti i popoli. Lo si vede anche nell’accoglienza e nell’integrazione dei rifugiati, degli emigrati, di quanti raggiungono l’Italia attraverso i corridoi umanitari”. Una comunità che è nata a Roma, ma “vive di una romanità” che “non è nazionalismo o chiusura, reazioni, in fondo, infantili, dinanzi al grande mondo globale”. Perché “romanità è universalità e solo all’insegna dell’universalità Roma potrà davvero rinascere”. Papa Francesco - ha continuato - “ci sta innanzi. Non possiamo, né vogliamo che sia solo. Questo vuol dire comunicare il Vangelo e fare il bene, come lui fa. Ci stringiamo a lui. Sant’Egidio si trova a suo agio nel solco che il Papa traccia. Continuate a percorrere i luoghi del dolore e delle periferie”.

Il saluto del Papa

Il cardinale Parolin ha infine ringraziato il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, e il suo presidente, Marco Impagliazzo: “Il Santo Padre mi incarica di portarvi il suo saluto e di trasmettervi il desiderio che continuiate a portare frutti di spiritualità, di solidarietà e di pace e, come ha detto in Mozambico, a manifestare l’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano morte e sofferenza”. E, tra le iniziative di pace della Comunità, ha ricordato il recente “accordo per l’apertura del dialogo in Sud Sudan”.

Una città fraterna

Al termine della liturgia, Impagliazzo ha rivolto un saluto all’assemblea: “Con il Papa, nostro vescovo, sogniamo una Chiesa popolo di tutti, nessuno escluso, perché la misericordia del Signore tocchi il cuore di tutti, senza esclusioni. La vita nella periferia di Roma e nelle periferie umane ed esistenziali del mondo ci ha insegnato tanto. Gli incontri con persone di ogni condizione e provenienza, anno dopo anno, sono stati la nostra scuola: la strada come storia. Chi di noi ha incontrato un povero, si è fermato ad ascoltarlo, ne è divenuto amico, ha ricevuto ciò che non si sarebbe immaginato”. Ma il “sogno” parte dalla città in cui è nata la Comunità: “Oggi guardiamo al futuro di Roma come una città fraterna. Verso questo sogno si muove una comunità in uscita verso le periferie della città e del mondo”.

La festa del popolo di Sant’Egidio

Dopo la celebrazione si è fatto festa nel cortile del palazzo lateranense: anziani e giovani insieme, senza dimora, persone con disabilità, molte delle quali inserite in percorsi artistici e lavorativi, immigrati che da anni vivono l’esperienza dell’integrazione nel tessuto sociale e civile italiano. Un popolo che sente oggi, ancora di più, la necessità di lavorare per la pace, minacciata in troppe parti del mondo.

10 febbraio 2020, 15:29