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Il campo profughi colpito da un bombardamento Il campo profughi colpito da un bombardamento  (AFP or licensors)

Siria: ancora bombe sui civili. Khazen: attacchi minano gli accordi di pace

Strage di bambini in un campo profughi nel nord della Siria, colpito da un bombardamento che ha causato almeno 16 morti. Vittime anche alla periferia di Aleppo raggiunta da diversi razzi. Monsignor Khazen: le potenze garanti delle pace non riescono ad impedire le nuove violenze

Marco Guerra – Città del Vaticano

Nuova fiammata di violenze nel nord della Siria, dove ieri almeno 16 persone sono morte, tra cui otto bambini e sei donne, nel bombardamento che ha colpito il campo profughi di Qah, a nord di Idlib e a pochi chilometri dal confine con la Turchia. L’attacco è stato attribuito dall’esercito siriano con un missile terra-terra sparato da una base militare di Aleppo. Dal canto suo il governo di Damasco non conferma l’azione ma invece denuncia il lancio di missili da parte dei ribelli, presenti ad Idlib, verso quartieri periferici di Aleppo. L’agenzia siriana Sana riferisce dell’uccisione di cinque civili e il ferimento di 31 persone nella seconda città siriana. Altre fonti parlano di almeno sette morti.

Unicef: circa 1800 violazioni contro i minori

Molti osservatori internazionali ritengono che questa ripresa dei bombardamenti sia il preludio di una imminente campagna militare di Damasco e di Mosca nell’ultima sacca di territorio ancora in mano alle opposizioni integraliste. E la tragedia dei minori in Siria è messa a fuoco da nuovi dati diffusi dall’Unicef. Tra gennaio e settembre, l’agenzia delle Nazioni Unite ha verificato 1.792 gravi violazioni contro i bambini, tra cui omicidi, ferimenti, reclutamenti e rapimenti. A questo si aggiunge che oltre il 90% degli sfollati interni sono donne e bambini.

10 e 11 dicembre vertice del “Gruppo di Astana”

Fronte internazionale proseguono gli sforzi per arrivare ad una soluzione del conflitto. Si terrà il 10 e 11 dicembre in Kazakistan un nuovo round di colloqui sulla Siria nel quadro del cosiddetto Processo di Astana, promosso da Russia, Turchia e Iran. Lo ha confermato oggi il ministro degli Esteri del Kazakistan, Mukhtar Tleuberdi. I primi colloqui risalgono al 2017, gli ultimi allo scorso agosto.

In merito ai recenti attacchi e alla situazione generale nel nord della Siria, Marco Guerra ha intervistato mons. Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo dei Latini:

Ascolta l'intervista a monsignor Abou Khazen

R. – Purtroppo, ieri questi bombardamenti sui quartieri civili hanno ripreso di nuovo ma in modo violento. Abbiamo avuto sette morti e 31 feriti. Quello che ci preoccupa di più è che sono partiti da un punto dove i turchi dicono di avere un punto di osservazione, quindi non lontano dai turchi. E i turchi devono essere i garanti per la pace, per il dialogo e per gli accordi per il ritiro dei jihadisti, soprattutto dalla regione di Idlib. E questo ci dispiace molto; non solo ci dispiace, ma fa nascere in noi delle domande. Ma questi accordi avranno un valore? Riusciremo ad arrivare alla pace, sia per Aleppo sia per tutta la Siria e soprattutto nel Nordest della Siria, adesso?

Ieri è stato colpito anche un capo profughi nel quale tra le vittime ci sono stati otto bambini. La Chiesa è preoccupata ed è vicina a tutte le famiglie che soffrono in questa nuova fiammata di violenze?

R. – Certo! Siamo molto preoccupati per questa povera gente: sono sempre i civili e i più poveri che pagano e che sono costretti a scappare dalle loro case e dai loro paesini per rifugiarsi alla meglio in questi campi che si chiamano “campi profughi” ma che spesso non si sa bene cosa sono. E anche lì sono stati bombardati di nuovo. E purtroppo lì non sono lontani, anzi, c’è ancora la presenza degli alleati, dei francesi, degli inglesi e degli americani. E anche loro non impediscono tutto questo. Il mondo vuole veramente la pace in Siria, o no? Purtroppo, finora sembra di no, che abbiano altri interessi.

C’è delusione nei riguardi della comunità internazionale, che avrebbe dovuto garantire la pace nel Nord della Siria e invece queste nuove violenze fanno vedere un territorio che è ancora fuori controllo …

R. – In quella regione ci sono tanti gruppi etnici e religiosi diversi: ci sono gli armeni, gli assiri, i siriani, ci sono i caldei e sono tutti figli e nipoti di gente che è scappata dalla Turchia, scappata dal massacro ottomano dell’inizio del secolo scorso, e adesso si trovano di fronte le truppe di un Paese che 100 anni fa li ha massacrati, per questo c’è paura e tutti scappano.

Alcuni sostengono che si stia preparando una nuova offensiva contro i territori ancora controllati dai ribelli. Che cosa succede, ce cosa vedete voi, ad Aleppo?

R. – Certo, la popolazione vuole liberarsi del tutto dalla violenza e da tutti questi bombardamenti e vuole di nuovo avere la pace, cioè una Siria unita. Questa è l’aspirazione di tutta la popolazione, sia da una parte sia dall’altra. Certo, noi speriamo che questo processo sia pacifico e non violento.

La Chiesa siriana continua ad essere vicina a tutta la popolazione che soffre: lì ad Aleppo c’è persino un progetto per accogliere e dare un futuro ai figli dei jihadisti. E’ difficile questo percorso di riconciliazione?

R. – Noi ringraziamo Dio che la Chiesa è sempre stata vicino alla popolazione che soffre: cristiana e non cristiana. Quindi, ha giocato un ruolo ecumenico anche inter-religioso. Questa posizione della Chiesa ha avvicinato anche molti gruppi e ha rivelato anche la nostra missione: essere un ponte e una mano tesa all’altro. Noi se possiamo continuare i nostri progetti dobbiamo ringraziare i nostri benefattori. Molti di loro dicono: “La guerra ad Aleppo è finita”, ma la situazione ora per certi versi è molto più difficile. Ci sono tensioni nei riguardi della popolazione siriana dall’Europa e dall’America, e poi c’è l’inflazione della moneta locale, c’è il carovita … Ma noi, come sempre, abbiano la fiducia nella Provvidenza.

C’è una forte vicinanza anche della Chiesa europea?

R. – Certo, certo, ma questo già all’inizio, a partire dal Santo Padre fino a tutta la Chiesa d’Europa che ci è stata sempre vicina. E questo a noi dà molto coraggio, ci solleva il morale perché non ci sentiamo più soli, ma sentiamo di fare parte di una grande famiglia, che abbiamo molti fratelli che ci vogliono bene e che ci aiutano.

22 novembre 2019, 13:14