Cerca

Vatican News

Briefing sul Sinodo: la difesa dei popoli indigeni e il diaconato permanente

All’inizio dell’ultima settimana di lavori del Sinodo per l’Amazzonia, intervengono in Sala Stampa vaticana il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, il vescovo di Rieti monsignor Pompili, padre Dario Bossi, provinciale dei Missionari Comboniani in Brasile e la rappresentante del gruppo etnico Sateré Mawé, in Brasile, Marcivana Rodrigues Paiva

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Con questo Sinodo, Papa Francesco vuole risvegliare la coscienza di tutta la Chiesa sul destino dei popoli indigeni dell’Amazzonia, che vivono sotto la minaccia dell’estinzione da 500 anni. I missionari hanno servito queste popolazioni, ma la situazione resta drammatica”. Il cardinale Christoph Schönborn, 74enne arcivescovo di Vienna, al briefing del Sinodo per l’Amazzonia in Sala Stampa vaticana, ammette di non essere mai stato nella Regione, ma come padre sinodale "ho imparato tanto sul coraggio dei popoli indigeni. Noi come eredi delle potenze coloniali dobbiamo essere molto attenti e consapevoli di cosa significa per questi popoli essere a rischio di estinzione. Il Papa ci chiede di prestare attenzione a chi non ha voce, ai popoli e ai poveri dimenticati”.

A Vienna 180 diaconi sposati, in parrocchia e nelle carceri

L’ex allievo del teologo Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, e collaboratore di san Giovanni Paolo II, ricorda ai giornalisti di aver parlato in aula dell’esperienza della diocesi che guida da 21 anni. “A Vienna abbiamo 180 diaconi permanenti, la stragrande maggioranza sposati. Un’esperienza nata grazie all’intuizione del mio predecessore cardinal Konig, che ha messo in pratica una delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II. Oggi i nostri diaconi permanenti prestano servizio in parrocchie, nelle comunità, nella Caritas e anche nelle carceri. Il diaconato permanente può aiutare davvero la pastorale in Amazzonia”.

Schönborn: tutta la Chiesa è corresponsabile dell'Amazzonia

Un’ altro aiuto alla Chiesa in Amazzonia, per il cardinal Schönborn, può venire da una più equa “distribuzione del clero”. La Colombia, è il suo esempio “ha 1200 preti negli Stati Uniti, in Canada e in Spagna. Se almeno una parte potessero spostarsi in Amazzonia, sarebbero di grande aiuto”. L’Europa, rispetto agli altri continenti, aggiunge il presidente dei vescovi austriaci “ha una sovrabbondanza di sacerdoti, anche perché, dobbiamo ammetterlo, lo stipendio è migliore rispetto alle zone povere”. Insomma, per il porporato, “tutta l’America Latina, anzi tutta la Chiesa cattolica è corresponsabile dell’Amazzonia. Se c’è una necessità di aiuto, la Chiesa deve fare sforzi per mandare missionari, come ha già fatto in passato”. E deve anche fare autocritica: “Abbiamo avuto la fiducia di cercare, di affidarci davvero alle vocazioni degli indigeni?” si chiede Schönborn.

Mons. Domenico Pompili (a destra) e padre Dario Bossi
Mons. Domenico Pompili (a destra) e padre Dario Bossi

Pompili: quella ecologica è "la" questione

“L’Amazzonia è decisiva per il clima del mondo – conclude il cardinale, toccando il tema dell’ecologia integrale – e noi dobbiamo chiederci qual è il nostro contributo all’accrescere i pericoli per l’Amazzonia. Ad esempio usando cellulari costruiti con i minerali estratti dalla foresta amazzonica”. Gli fa eco il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili: “Ormai la questione ecologia è ‘la’ questione. La ‘Laudato sì’ ha dimostrato che non c’è sviluppo nel medio-lungo periodo, se questo non è sostenibile. Non servono né i negazionisti, che negano l’evidenza del problema, e i terroristi che vedono sempre più vicina la fine del mondo, ma nessuno ormai può evitare di riflettere seriamente, come stiamo facendo al Sinodo”. Proprio per aiutare i padri sinodali in questa riflessione, è intervenuto oggi, ne dà notizia il prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini, il climatologo tedesco Hans J. Schellnhuber, direttore emerito del Potsdam Institute for Climate Impact Research. La tragedia del terremoto del 2016 in Centro Italia, è la testimonianza di monsignor Pompili, è “la spia di un difficile e irrisolto problema nel rapporto uomo–ambiente. E oggi al ricostruzione, anzi la ‘rigenerazione’ va fatta seguendo rigorosi criteri ecosostenibili. Purtroppo ci sono ancora decine di migliaia di sfollati”.

Padre Bossi: no all'oro nelle liturgie, per estrarlo si inquina

Dei danni all’ambiente e alle popolazioni dell’Amazzonia provocate dalle industrie dell’estrazione mineraria, parla al briefing l’italiano padre Dario Bossi, superiore provinciale dei Missionari comboniani in Brasile, membro del Repam e della rete Iglesias y Minería, in Amazzonia da 15 anni. “Sarebbe un segno molto forte se la Chiesa riuscisse ad eliminare l’uso dell’oro nelle sue liturgie e sacramenti” dice rispondendo ad una domanda. I cercatori d’oro, denuncia il comboniano, “per l’equivalente di un anello d’oro spostano quintali di terra e inquinano i fiumi con mercurio e cianuro”. Solo il 10% dell’oro  - spiega padre Bossi  - viene usato per processi effettivamente utili, come l’impiego in medicina, il resto viene stoccato o usato per l’oreficeria”. “Nel nostro territorio di Piquia de Baixo –racconta – c’è la più grande miniera a cielo aperto di estrazione di ferro del mondo, con un processo di esportazione lungo 900 chilometri, che attraversa più di 100 comunità”. I frutti di questo “modello estrattivista predatorio”, chiarisce, sono il disboscamento e l’inquinamento. Per non parlare delle tragedie dovute alla rottura delle dighe minerarie, come a Mariana nel 2015 e quest’anno a Brumadinho.

L' estrazione mineraria è il male comune dell'Amazzonia

“L’associazione tra governo e grandi imprese è molto pericolosa - denuncia il provinciale dei comboniani - si modificano le leggi e si riducono i controlli”. La Chiesa è accanto alle comunità colpite, con la rete ecumenica Iglesias y Minería, e una commissione ad hoc dell’episcopato brasiliano. “Questo sistema non lo sopporta più nessuno – commenta padre Bossi - L’estrazione mineraria è un male comune dell’Amazzonia, e nel 25 per cento del territorio amazzonico sono già state individuati nuovi punti adatti all’ estrazione”. Per fortuna le comunità indigene reagiscono: “da 10 anni la comunità di Piquia de Baixo – racconta il missionario - si sta organizzando per chiedere riparazione integrale dei danni sofferti, e ora stanno riuscendo a costruire un nuovo quartiere lontano dalle zone inquinate”.

Marcivana Rodrigues Paiva, rappresentante del gruppo etnico Sateré Mawé, in Brasile
Marcivana Rodrigues Paiva, rappresentante del gruppo etnico Sateré Mawé, in Brasile

L'indigena Paiva: sostegno a chi diventa "invisibile" in città

“Per gli indigeni che arrivano in città il pericolo più grande è l’invisibilità: quando sei invisibile, non hai diritti”. A spiegarlo è Marcivana Rodrigues Paiva, rappresentante del gruppo etnico Sateré Mawé, in Brasile, che parla della questione dell'”urbanizzazione”, fenomeno sempre crescente per i popoli indigeni, che sottratti alle loro terre migrano verso i grandi centri urbani. Soltanto a Manaus, ad esempio, “ci sono 45 popolazioni indigene, 35mila abitanti in tutto, che parlano 16 lingue diverse”. “Senza territorio, non abbiamo diritto alla nostra identità”, denuncia Marcivana, lanciando un appello per “sostenere le popolazioni indigene che arrivano in città” attraverso una “pastorale indigena” a loro indirizzata.

Ruffini: il processo di ascolto al Sinodo non è terminato

Il prefetto del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede Paolo Ruffini, informa che il relatore generale del Sinodo, il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo emerito di Sào Paulo e presidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), ha presentato questa mattina in aula la bozza del documento finale dell’Assemblea speciale. Quattro i temi principali: “Il cammino del popolo dell’Amazzonia,  la conversione integrale alla pienezza e alla vita, la conversione pastorale, sinodale e missionaria, e infine la conversione culturale ed ecologica, quindi la questione dell’inculturazione”. Ma, conclude Ruffini, “il cardinale ha chiarito che il processo di ascolto non è terminato”.

Paolo Ruffini (a destra), prefetto del Dicastero per la Comunicazione
Paolo Ruffini (a destra), prefetto del Dicastero per la Comunicazione

Le statuette rubate e gettate: "furto che si commenta da solo"

Infine il prefetto Ruffini interviene, sollecitato da una giornalista, per commentare il gesto compiuto questa mattina da ignoti che hanno prelevato dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina e gettato nel Tevere le statuette in legno raffiguranti donne indigene incinte utilizzate durante la cerimonia in Vaticano dello scorso 4 ottobre alla presenza di Papa Francesco. Il gesto è stato ripreso dagli autori che l'hanno pubblicato sui social. "Abbiamo già ripetuto più volte in questa sede – chiarisce Ruffini - che quelle statue rappresentavano la vita, la fertilità, la madre terra. E' un gesto, mi sembra, che contraddica lo spirito di dialogo che dovrebbe sempre animare tutti. non so cos'altro dire se non che è stato un furto, e che forse si commenta anche da solo".

Photogallery

Immagini dal briefing in Sala Stampa della Santa Sede
21 ottobre 2019, 16:48