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Monsignore Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (AFP or licensors)

Ayuso Guixot: Documento su Fratellanza Umana dà già i suoi primi frutti

Il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, monsignor Miguel Ángel Ayuso Guixot, traccia un primo bilancio dei frutti della Dichiarazione sulla Fratellanza Umana, firmata nel febbraio scorso ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grand Imam di Al Azhar

di Alessandro Gisotti

Il dialogo interreligioso è l’unico antidoto efficiente al male del fondamentalismo. È quanto sottolinea il neopresidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Miguel Ángel Ayuso Guixot, in un’intervista con i media vaticani. Mons. Ayuso si sofferma sull’istituzione, pochi giorni fa, di un Comitato superiore per l’attuazione del Documento sulla Fratellanza Umana, firmata ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso, da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar. Per mons. Ayuso, questo Comitato, che oggi ha ricevuto l’incoraggiamento del Santo Padre, è un esempio concreto di come i leader religiosi possano costruire ponti, rafforzare il dialogo e vincere la tentazione di chiudersi in se stessi e alimentare lo “scontro di civiltà”.

Mons. Ayuso, a poco più di 6 mesi dalla firma del “Documento sulla Fratellanza Umana” ad Abu Dhabi, è stato costituito un Comitato superiore per la sua attuazione, il cui lavoro è stato incoraggiato dal Santo Padre. Che valore ha questa nuova iniziativa nel dialogo tra cristiani e musulmani?

R. - Come già espresso da vari media mondiali, la creazione di questo Comitato superiore è un atto significativo. Si tratta infatti, come si legge nel comunicato che ne annuncia la nascita, di promuovere gli ideali contenuti nel Documento sulla Fratellanza Umana perché è «una dichiarazione di comune impegno a unire l’umanità e lavorare per la pace nel mondo al fine di assicurare che le generazioni future possano vivere in un clima di rispetto reciproco e sana convivenza». Obbiettivo questo veramente nobile! Sono grato al principe ereditario di Abu Dhabi, sua Altezza Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan che ha operato perché si sviluppino iniziative volte a mettere in pratica gli obiettivi del documento di Abu Dhabi. Come sono anche grato a Papa Francesco e al Grande Imam di Al-Azhar perché con le loro parole e la loro testimonianza hanno reso possibile quanto detto dal principe ereditario nella presentazione di questo Comitato superiore.

Lei ha accompagnato il Papa nel viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti e ha lavorato al “Documento sulla Fratellanza Umana”. Cosa la colpisce maggiormente di questa instancabile volontà di dialogo del Santo Padre?

R. - Innanzitutto esprimo la mia gratitudine per il suo instancabile impegno nella promozione del dialogo. Veramente, in continuità con i Pontefici che lo hanno preceduto, Papa Francesco, col suo dialogo di rispetto e amicizia, in parole e in opere aggiungerei, non cessa di esortare il mondo e tutte le persone di buona volontà a promuovere tre cose: fraternità, pace e convivenza. Non dimentichiamo che questi tre elementi sono essenziali se vogliamo veramente guarire le ferite del nostro mondo. Sono l’ABC del nostro avvenire. Sono stati in tanti a collaborare al progetto della dichiarazione che secondo me, come direbbe Papa Francesco, ricorda l’immagine di un poliedro. Lo considero infatti nei suoi molteplici aspetti un documento inclusivo.

Il Santo Padre e il Grande Imam di Al-Azhar hanno elogiato l’istituzione del Comitato superiore, di cui anche lei fa parte. Che genere di attività svolgerà questo comitato e quali sono le sue aspettative?

R. - Mi permetta di esprimere la mia gioia personale e gratitudine, come presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, per il nobile elogio fatto dal nostro fratello il Grande Imam di Al-Azhar e dal Santo Padre. Al momento, non posso aggiungere altro riguardo alle attività più di quanto già espresso nella presentazione della creazione del Comitato. Comunque, le mie aspettative sono molte perché una volta iniziato un processo dobbiamo trovare tutti i modi per coinvolgere, dalla base verso l’alto e viceversa, a livello nazionale come internazionale, tanti organismi internazionali, responsabili sociali, religiosi, accademici e politici, cercando soprattutto di rivolgerci ai giovani.

In questi giorni a Taizè, giovani musulmani e cristiani si confrontano proprio sulla dichiarazione di Abu Dhabi. Come si possono incoraggiare e rafforzare queste iniziative “dal basso” oltre il dialogo tra i leader religiosi?

R. - Bella iniziativa che si aggiunge alle numerose iniziative già realizzate e che continuano a svilupparsi dal basso, e che mostrano che la dichiarazione di Abu Dhabi è stata siglata sia dal Papa che dal Grande Imam, quale impegno comune perché i suoi numerosi contenuti vengano attuati. L’evento di Taizé educa i giovani, ma dobbiamo pure pensare a educare gli educatori e i leader religiosi, perché come espresso all’ultimo meeting di Rimini, il futuro sarà religioso.

Il Santo Padre ha sottolineato, nella conferenza stampa in aereo di ritorno da Abu Dhabi, che questa dichiarazione va studiata nelle scuole, nelle università. Quanto si sta avanzando su questa via indicata da Papa Francesco?

R. - Siamo grati per questo buon inizio che è già realizzato a vari livelli e in diverse regioni del mondo. Non cito scuole o università per non ometterne qualcuna ma una cosa è fondamentale: siamo in cammino! Certamente, sono convinto che attraverso il Comitato superiore appena creato, si possano incoraggiare ulteriormente i responsabili scolastici ed accademici, anche attraverso le strutture ufficiali responsabili dell’educazione perché in un modo più ragionato la Dichiarazione arrivi al cuore dello studio e delle riflessioni e condivisioni nelle scuole e nelle università. La prospettiva di educarsi ed educare a una cultura dell’incontro, della fraternità, della pace comporta, come conseguenza inevitabile, la volontà di rivedere, in questa luce, anche i percorsi formativi e accademici nelle scuole, negli istituti di formazione, nelle università. Un primo passo concreto sarà quello di studiare, riflettere e diffondere il “Documento sulla Fratellanza” come ci ha chiesto di fare il Santo Padre. Aggiungerei inoltre che il Papa, con il suo discorso tenuto alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale, lo scorso giugno a Napoli, ha dato indicazioni precise su come avviare una “teologia dialogante”. Sono certo che quanto espresso dal Santo Padre offrirà anche la possibilità di approfondire e diffondere il documento di Abu Dhabi.

In alcuni ambienti cattolici si ritiene che la dichiarazione di Abu Dhabi cercando il dialogo rischi di scivolare nel sincretismo. Lei come commenta questa critica?

R. - Pur rispettando le opinioni di coloro che possono pensare che la dichiarazione di Abu Dhabi possa scivolare nel sincretismo o nel relativismo, anche in buona fede, credo che la paura sia il nemico numero uno del dialogo interreligioso. La Chiesa cattolica ricorda il valore della propria identità, del coraggio della alterità e della sincerità delle intenzioni. Non si tratta di fare un “melting pot” nel quale tutte le religioni sono considerate uguali, ma che tutti i credenti, quanti cercano Dio e tutte le persone di buona volontà prive di una affiliazione religiosa, hanno pari dignità. Dobbiamo quindi impegnarci perché Dio, che ci ha creati, non sia motivo di divisione, bensì di unità. Apriamoci all’avventura di farci compagni di viaggio di ogni essere umano nel nostro cammino verso la Verità. Vivere la propria identità nel “coraggio dell’alterità” è la soglia che oggi la Chiesa di Papa Francesco ci chiede di attraversare. Solo così la fedeltà a Dio, in Gesù, si fa storia nuova, costruzione di una civiltà dell’alleanza che abbraccia nella pace e nello scambio dei doni la ricchezza delle differenze. Il pluralismo, non solo religioso, delle nostre società è una realtà che ci invita a riflettere sulla nostra identità senza la quale non si ha un dialogo interreligioso autentico.

Fra pochi giorni ricorre il diciottesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Un evento tragico che ha alimentato le tesi dei sostenitori dello “scontro di civiltà”. La dichiarazione di Abu Dhabi può essere anche un antidoto al virus dello “scontro di civiltà”?

R. - Penso che la dichiarazione di Abu Dhabi sia un appello globale alla “civiltà dell’amore”, che si contrappone a chi desidera uno scontro di civiltà! Preghiera, dialogo, rispetto e solidarietà sono le uniche armi vincenti contro terrorismo, fondamentalismo e ogni genere di guerra e di violenza. E sono armi che fanno parte degli arsenali spirituali di tutte le religioni. La pace è un bene prezioso, un’aspirazione che abita nel cuore di ogni uomo, credente o non credente, e che dovrebbe ispirare ogni azione umana. Papa Francesco nel suo intervento durante la Global Conference of Human Fraternity ad Abu Dhabi ha detto: «Non c’è alternativa. O costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture». È giunto il tempo in cui «le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace».

Il Comitato, come la dichiarazione, nasce dal dialogo islamo-cristiano. È possibile pensare a un “allargamento” dell’iniziativa anche alle altre religioni?

La dichiarazione nasce dal dialogo islamo-cristiano nel contesto di una Conferenza globale sulla fratellanza umana. Ed è in questo contesto globale che il messaggio della dichiarazione viene effuso in tutto il mondo quale finestra “nuova” che si apre nel contesto dello Spirito di Assisi. Di conseguenza, al di là del chi, del dove e del quando, questo messaggio universale di fratellanza, di pace e di convivenza comune è inclusivo e condivisibile da tutti i credenti di tutte le religioni, assieme a tutte le persone di buona volontà. Per esempio, il prossimo mese di settembre, parteciperò a Madrid all’incontro internazionale uomini e religioni, organizzato dall’arcidiocesi di Madrid e dalla comunità di Sant’Egidio, intervenendo a una tavola rotonda proprio sul tema della fraternità umana assieme a esponenti di varie religioni. Le religioni monoteiste assieme a tutti gli altri si dovranno adoperare perché quanto siglato da Papa Francesco e dal Grande Imam sia diffuso e vissuto da tutti per il bene dell’umanità. In questo senso, il nuovo Comitato sarà uno strumento prezioso. Per questo rinnovo il mio personale ringraziamento per la preziosa valutazione che il nostro fratello il Grande Imam di Al Azhar ha fatto ai media e alle quali mi unisco a nome del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, quale suo presidente.

26 agosto 2019, 14:05