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Quei nove frammenti ossei che Papa Montini volle accanto a sé

Il prezioso dono di Francesco a Bartolomeo è il frutto delle ricerche dell’archeologa Margherita Guarducci

Andrea Tornielli

Il dono che Papa Francesco, successore dell’apostolo Pietro, ha voluto fare senza alcun preavviso al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, successore dell’apostolo Andrea, è legato inscindibilmente alla memoria di san Paolo VI. Era stato lui il 26 giugno 1968, due giorni prima di concludere solennemente l’Anno della fede, ad annunciare a sorpresa il ritrovamento delle reliquie attribuite a Pietro durante l’udienza generale del mercoledì.

Era stato Pio XII, nel giugno 1939, subito dopo la sua elezione, a ordinare l’inizio degli scavi sotto la basilica di san Pietro, affidandone la direzione a monsignor Ludwig Kaas. Le ricerche erano durate dieci anni e avevano portato alla scoperta della sepoltura dell’apostolo, ma non delle sue reliquie. Nel radiomessaggio natalizio del 1950, Papa Pacelli aveva potuto annunciare con gioia e commozione: «È stata veramente ritrovata la tomba di san Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo “sì”».

Appariva dunque corrispondente al vero quanto affermato durante il pontificato di papa Zefirino (199-217) dal prete romano Gaio, il quale, rivolgendosi a Proclo, seguace dell’eresia montanista, aveva scritto: «se vorrai venire in Vaticano e sulla via ostiense, potrai vedere i trofei [cioè le tombe] di coloro ... che hanno fondato questa Chiesa», vale a dire di Pietro e Paolo.

Nel 1952 i lavori di scavo erano ripresi ed era stata coinvolta anche l’archeologa Margherita Guarducci. Sotto l’altare papale della basilica era stata ritrovata un’edicola funeraria appoggiata a un muro contemporaneo, risalente circa all’anno 150, detto «muro rosso» per il colore e particolarmente prezioso per i numerosi graffiti sovrapposti, che la studiosa avevadecifrato. Tutti contengono invocazioni a Pietro al quale sono uniti talvolta i nomi di cristo e di Maria. Fondamentale è uno di questi graffiti, risalente all’anno 160, nel quale si legge in greco la scritta Petros enì, «Pietro è qui dentro». l’annotazione sembra dunque indicare il luogo preciso della sepoltura dell’apostolo.

La professoressa Guarducci aveva ritrovato in una cassetta, nei locali delle Grotte Vaticane, le ossa che erano state raccolte nel loculo identificato come la tomba di Pietro. «Nel 1964, giunsi alla certezza dell’identificazione; nel 1965 pubblicai per la prima volta i risultati raggiunti... le eccezionali reliquie di Pietro provenienti da una tomba scientificamente accertata e dichiarate esse stesse autentiche dai più rigorosi esami scientifici, dimostrano con assoluta certezza che la chiesa di Roma è fondata non già metaforicamente ma realmente su Pietro».

Le ossa, dopo essere state analizzate, risultano appartenenti a un solo uomo, di corporatura robusta, morto in età avanzata. Erano incrostate di terra e mostravano di essere state avvolte in un panno di lana colorato di porpora e intessuto d’oro, una sepoltura particolarmente preziosa. Rappresentano frammenti di tutte le ossa del corpo a esclusione del sia pur minimo frammento di quelle dei piedi. Un particolare significativo, che richiama alla mente la circostanza della crocifissione a testa in giù e gli esiti provocati sul corpo, vale a dire il distacco dei piedi, a causa della prolungata esposizione sul luogo del supplizio.

Quel 26 giugno 1968, Paolo VI annuncia: «Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di san Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica».

«Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche» continua Papa Montini. «Ma da parte nostra ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità… e, nel caso presente, tanto più solleciti ed esultanti noi dobbiamo essere, quando abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli».

Margherita Guarducci ha raccontato: «Paolo VI fu inamovibile, resistendo a qualsiasi pressione, quando si trattò di annunciare un risultato del quale era perfettamente convinto, cioè l’identificazione non solo della tomba, ma anche dei resti mortali dell’apostolo Pietro». Va detto che un altro studioso, il gesuita padre Antonio Ferrua, che aveva scavato la tomba, non concorderà con le conclusioni della Guarducci.

Di quelle ossa ora conservate nella necropoli sotto San Pietro, Paolo VI si fece consegnare nove frammenti, per conservarli nella cappella privata dell’appartamento papale, all’interno di una cassetta di bronzo riportante questa scritta: «Ex ossibus quae in Arcibasilicae Vaticanae hypogeo inventa Beati Petri Apostoli esse putantur» (Dalle ossa rinvenute nell'ipogeo della Basilica Vaticana, che sono ritenute del Beato Pietro Apostolo).

La teca contenente i nove frammenti ossei era stata esposta aperta sul sagrato della Basilica Vaticana a lato dell’altare per volere di Papa Francesco in occasione della messa conclusiva dell’Anno della Fede, celebrata domenica 24 novembre 2013. Con questo dono si saldano ancora di più i rapporti tra Roma e Costantinopoli, facendo memoria di un Papa - Paolo VI - che è stato protagonista di passi fondamentali del cammino ecumenico dopo lo storico incontro di Gerusalemme con il Patriarca Atenagora.

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30 giugno 2019, 17:40