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È in vigore Communis Vita. Mons. Carballo:dono e richiamo alla responsabilità

Per la vita religiosa la vita fraterna in comunità è un cardine, non un optional, e va protetta e potenziata. È questo il merito della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Communis Vita che entra in vigore da oggi. Il commento del segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

La Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Communis Vita, emanata dal Papa lo scorso 19 marzo, entra in vigore da oggi, rispondendo ad una esigenza precisa riscontrata dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ossia il bisogno di inquadrare e risolvere situazioni di assenza illegittima e prolungata di un religioso dal proprio Istituto, con particolare riferimento a coloro che non possono essere rintracciati. A parlarne a Vatican News, è il segretario della Congregazione, mons. José Rodríguez Carballo mettendo in evidenza quanto le modifiche apportate dal Papa rappresentino un "grande dono per la vita consacrata perchè risalta l'importanza della vita fraterna in comunità e nello stesso tempo è una chiamata alla responsabilità del singolo e dei superiori. L'amore impone misure adatte".

Motivo di dimissione e nuova procedura

Ciò che il Papa stabilisce, modificando in due punti il Codice di Diritto Canonico, è -  spiega mons Carballo - sia un terzo motivo di dimissione ipso facto dall’Istituto Religioso, cioè appunto l’assenza illegittima protratta per dodici mesi ininterrotti dalla propria Casa, tenuta presente l'irreperibilità del religioso stesso; sia la procedura da seguire nel nuovo motivo di dimissione ovvero che il superiore maggiore dopo aver raccolto le prove, dichiara l’irreperibilità e, trascorsi almeno dodici mesi, emette la dichiarazione del fatto. Tale dichiarazione, perché la dimissione consti giuridicamente, deve essere confermata dalla Santa Sede se l’Istituto da cui il sodale viene dimesso è di diritto pontificio, oppure deve essere confermata dal vescovo della sede principale se l’Istituto è di diritto diocesano .

Ascolta l'intervista a mons. José Rodríguez Carballo

R.- Dobbiamo partire da una convinzione e da una certezza, cioè che, per la vita religiosa, la vita fraterna in comunità non è un optional, quindi deve essere protetta anzi direi potenziata in modo tale da non venire meno. Un modo in cui la vita fraterna in comunità può essere indebolita è proprio l'assenza di cui parla il Motu proprio. Non stiamo parlando di un permesso, che può anche durare anni, non di una sclaustrazione, ma di una assenza illegittima quindi contro la volontà o senza la conoscenza dei superiori. Dall'altra parte stiamo parlando del fatto che questi religiosi non siano reperibili e non si possa fare un processo normale per la loro dimissione. Ecco perchè, tenendo conto di una assenza illegittima, che si prolunga oltre 12 mesi, e della irreperibilità, il superiore maggiore viene chiamato ad esercitare la sua responsabilità facendo il decreto di dimissione dall'Istituto. Però, affinche questa dimissione possa essere attuata, quindi reale, il decreto dovrà essere confermato dalla Sede apostolica, concretamente, dalla nostra Congregazione. E a questo punto avverrà anche un altro fenomeno conseguente: un religioso sacerdote, assente illegittimamente e non reperibile, non può rimanere sacerdote quando lascia lo stato religioso, non può rimanere un "Clerico vago". Ecco perchè noi, quando un superiore maggiore emette il decreto di dimissione, lo passeremo, prima di confermarlo, alla Congregazione del clero. Se in quel momento si constata che il religioso sacerdote non ha trovato un vescovo benevolo e non è stato da lui incardinato, perderà anche lo stato clericale.

Ma parliamo di numeri elevati, cioè ci sono tanti casi relativi al Motu proprio?

R.- Non è che siano numeri straordinari, però è importante mettere ordine in questo ambito, perchè un religioso assente illegittimamente, continua ad essere religioso, e per anni, quindi qualora arrivasse a commettere qualche crimine, per esempio un abuso sessuale, tutto ricadrebbe sull'Istituto. Quindi era necessario.

Dal 19 marzo ad oggi è passato già del tempo. Lei ha già raccolto delle reazioni dalle comunità nei confronti del Motu Propio?

R.- Posso dire che tutti i superiori maggiori con cui ho parlato in questo periodo, sono molto contenti anzi posso dire che qualcuno avrebbe voluto che già il Motu Proprio fosse valido e posso dire anche che le reazioni dei vescovi con cui ho parlato sono positive. E posso dire che già alcuni di questi che erano assenti illegittimamente hanno dato segnali di vita o per chiedere la dispensa dai voti o per rientrare nell'Istituto religioso o per avere un permesso legittimo.

Quindi parliamo di un Motu Proprio come un dono e insieme uno stimolo al rafforzamento del senso di responsabilità?

R.- E' un grande dono per la vita consacrata, io lo dico, perchè mette in risalto l'importanza della vita fraterna in comunità e nello stesso tempo è una chiamata alla responsabilità. prima di tutto degli individui: uno che ha fatto una professione religiosa non può comportarsi e vivere al margine della vita fraterna di comunità. Ed è anche una chiamata alla responsabilità per i superiori, che non possono d'ora in poi omettere queste situazioni: veramente l'amore per la vita consacrata impone quindi anche ai superiori maggiori di prendere misure adatte".

 

10 aprile 2019, 11:24