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Giornate San Francesco di Sales, Ruffini: la verità è una ricerca

In occasione dell’apertura, in Francia, delle “Giornate Internazionali San Francesco di Sales”, intervista con il prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Giornalismo e convinzioni religiose. È su questo tema che si declina a Lourdes la 23.ma edizione delle “Giornate Internazionali San Francesco di Sales”. All’evento, apertosi oggi e organizzato congiuntamente dal Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, dalla Federazione dei Media Cattolici e dall’organizzazione “Signis”, partecipano 300 professionisti provenienti da quasi 30 Paesi. Si tratta di giornalisti dei media cattolici, di editori e responsabili della comunicazione nella Chiesa.

A questo evento, scandito dallo “sguardo” di San Francesco di Sales patrono dei giornalisti, partecipa anche Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione. Nel suo intervento, il prefetto ha sottolineato che per i mezzi di comunicazione cattolici la sfida è quella di essere “cercatori di verità”: “esercitare nel giornalismo l’arte di vedere prima di raccontare”, di “comprendere prima di riassumere”, di “saper vedere oltre l’apparenza”. Si tratta di “vedere cose che altri non vedono, raccontare cose che altri non raccontano, capire i segni dei tempi, mettere in rete quello che altri scartano, vincere l’indifferenza interpellando, interrogando”.

Come comunicare

Papa Francesco - ha aggiunto Paolo Ruffini - ci invita costantemente a domandarci come comunichiamo. Il Pontefice, che definisce i giornalisti “custodi delle notizie” e “cercatori della verità”, spinge i media cattolici, ha affermato Ruffini, a porsi questo interrogativo: “La nostra comunicazione semina un futuro felice di comunione o un futuro tragico di scontri e contrasti tra figli di Dio?” Il prefetto del dicastero della comunicazione ha poi ricordato le parole rivolte dal Papa ai giornalisti nel 2013, pochi giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro:

“ Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza. (Papa Francesco, udienza ai rappresentanti dei media del 16 marzo 2013) ”

Lasciarsi sorprendere

Paolo Ruffini ha inoltre ricordato che Papa Francesco durante il viaggio apostolico a Panama ha sottolineato che non si deve mai perdere la capacità di lasciarsi sorprendere da Dio. “Come è accaduto a Maria, influencer di Dio che, senza bisogno delle reti sociali, è la donna che ha avuto maggiore influenza nella storia”. “Lasciarsi sorprendere – ha aggiunto Ruffini – è esattamente il contrario di pensare di sapere già tutto, di etichettare tutto”.

Sguardo cristiano nel giornalismo

Intervistato dall’inviata di Vatican News a Lourdes, Hélène Destombes, il prefetto sottolinea che “il buon giornalismo deve essere sempre una ricerca costante della verità”. (Ascolta l’intervista al prefetto Paolo Ruffini)

R. – Spesso il giornalismo viene viziato da false convinzioni o da pregiudizi. Le convinzioni servono se hanno una radice di verità, e ci portano fuori strada se hanno una radice di menzogna. Quindi, il buon giornalismo deve essere sempre una ricerca costante della verità. E quindi deve evitare per esempio di pensare che la conclusione possa essere trovata immediatamente. Il nostro giornalismo, a volte, rimane troppo, troppo, nella superficie. A proposito dello sguardo cristiano nel giornalismo, un giornalista cattolico, cristiano, deve sempre cercare di ricomprendere l’unità del reale. E quindi provare a capire che cosa tiene insieme le cose. Mentre quel giornalismo che le divide, a volte, perde la complessità della realtà, e quindi perde alla fine la verità delle cose.

Le convinzioni sono multiple: ci sono convinzioni religiose, politiche, convinzioni scientifiche. Servono a costruire la nostra identità e, per quel che riguarda i media, servono anche a definire la linea editoriale?

R. – Noi viviamo in un mondo che spesso fa prevalere l’opinione sulla verità: per cui io ho un’opinione a prescindere dalla verità. La convinzione si deve fondare, innanzitutto, sulla ricerca della verità. Dobbiamo essere attenti - tutti gli uomini di qualsiasi identità, culturale, religiosa, etc – al fatto che le nostre identità non vengano usate, non diventino lo strumento di uno scontro perché le convinzioni fondate sulla ricerca della verità si possono comunque incontrare. Soltanto le identità deboli rifiutano il confronto. Le identità forti, che sono radicate, cercano il confronto e nel dialogo confermano la verità. Io penso che un buon giornalismo debba fondarsi sulla capacità di dialogo.

Convinzione, dunque, per identificarci, ma esiste questo rischio di rinchiudersi nelle proprie convinzioni, con la conseguenza di non essere disposto, aperto, all’altro…

R. – Il Papa una volta, incontrando dei giornalisti cattolici di Tv2000 in Italia, ha detto: attenzione a farsi prendere dalla sindrome del “troppo pieno”. Se tu sei troppo pieno non hai lo spazio per ascoltare l’altro. Ovviamente, l’altro rischio da evitare è la sindrome del “troppo vuoto”, cioè di non avere più la tua radice, la tua convinzione, e quindi di pensare che una cosa vale l’altra. Noi, in quanto cristiani, in quanto cattolici, abbiamo una identità, abbiamo una fede, ma questa fede tanto è forte quanto noi la offriamo al confronto con gli altri, alla condivisione degli altri. È questo il modo in cui la fede si diffonde. È questo il modo in cui la verità si diffonde. Nello stesso tempo, noi possiamo dagli altri imparare modi di percepire le cose, e quindi capire come la nostra fede, la verità di cui siamo portatori, si possano inculturare in culture diverse, in lingue diverse, in Paesi diversi. Questa è la storia del cristianesimo, il modo in cui il cristianesimo si è diffuso.

Noi, come media del Vaticano, come possiamo nutrire, alimentare le nostre convinzioni per proporre un messaggio che tenda a proporre una verità, un messaggio di speranza?

R. – Io credo che la cosa principale di un buon giornalismo è l’umiltà di sapere che la verità – quando parliamo della verità giornalistica – è una ricerca. Ci vuole umiltà: non c’è peggior giornalista di chi crede di sapere già tutto, non c’è peggior giornalista di chi ha già una versione preconfezionata della realtà, di chi non è più capace di lasciarsi stupire dalla realtà. Credo che il modo migliore in cui possiamo testimoniare il nostro essere buoni giornalisti è quello di essere, e di essere percepiti, come cercatori della verità, e non come chiusi in un nostro mondo arroccato che non dialoga con la realtà.

La sfida oggi, come ha detto il Papa nel suo ultimo messaggio per le Comunicazioni Sociali, è essere presenti sulla rete, essere in dialogo con il mondo. Come assicurare questa presenza senza tradire le nostre convinzioni, senza cercare di andare a trovare un pubblico perdendo la nostra identità?

R. – A Panama il Papa l’ha detto benissimo: la rete crea connessione ma la connessione da sola non basta. Servono le radici. Mettere insieme le radici è la connessione che conferisce di nuovo alla rete il suo significato originario, quello della condivisione. Il nostro compito è di fare in modo che la rete non sia una rete come una tela di ragno o una rete che ti intrappola, ma una rete che ti libera e ti permette l’incontro con le persone. In che modo? Essendo lo strumento per riportarti sulla realtà, per incontrare persone guardandole negli occhi, e non soltanto attraverso la connessione telematica. Questo penso che sia quello che questo messaggio ci dice. Ed è il modo per riportare la tecnologia al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio di un paradigma tecnocratico.

Ultimo aggiornamento ore 16.30 del 31.01.2019

30 gennaio 2019, 13:40