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Papa Francesco in visita alle Nazioni Unite di New York del 2015 Papa Francesco in visita alle Nazioni Unite di New York del 2015  (Vatican Media)

Diplomazia della Santa Sede: sempre in dialogo per il bene della popolazione

Il prof. Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense: “La Santa Sede nella sua attività diplomatica non riconosce i governi: riconosce i Paesi. Anche se in un Paese cambia il governo, il rapporto diplomatico della Santa Sede rimane, perché l’attenzione è essenzialmente data alla popolazione del Paese”

Michele Raviart – Città del Vaticano

“La Santa Sede non intende ingerire nella vita degli Stati, bensì ambisce ad essere un ascoltatore attento e sensibile alle problematiche che interessano l’umanità, con il sincero e umile desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano”. Un concetto ribadito da Papa Francesco nel recente discorso al Corpo diplomatico della Santa Sede e che è uno dei tratti essenziali delle relazioni internazionali della Chiesa.

Libertà della Chiesa e libertà di religione

“Partiamo dall’idea che la Santa Sede ha relazioni con gli Stati con una finalità molto chiara e cioè la libertà della Chiesa da una parte e la libertà di religione dall’altra”, spiega il professor Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia università Lateranense e docente di diritto internazionale. “Le relazioni diplomatiche”, afferma infatti il professore, “se per gli Stati tra di loro sono in genere finalizzate ad accordi di natura economica o a contatti di natura culturale, per la Santa Sede hanno questo aspetto peculiare e caratteristico”, che avviene tuttavia utilizzando gli strumenti che sono propri sia della diplomazia sia del Diritto internazionale.

“Annunciare la buona novella a tutte le genti”

“La Santa Sede è il soggetto più antico della diplomazia, a livello mondiale”, ricorda il prof. Buonomo, “e nel corso della storia, ha esercitato questo tipo di attività nel modo affermato da Paolo VI alle Nazioni Unite: ‘noi siamo come quel pellegrino che da duemila anni ha iniziato un cammino e che oggi arriva qui come punto di destinazione, perché vogliamo annunciare la Buona Novella a tutte le genti’. Quindi questa idea di evangelizzare o di portare una dimensione ecclesiale anche attraverso la diplomazia è propria della Santa Sede”.

Dialogo a tutti i costi

Questo tipo di approccio viene sottolineato anche da Papa Francesco, attraverso tre grandi temi. “Uno è che lo strumento diplomatico deve servire al dialogo”, spiega ancore il rettore della Lateranense: “un dialogo a tutti i costi, che la diplomazia deve realizzare, anche con quei necessari compromessi che sono propri dell’attività diplomatica, quando bisogna tenere conto di posizioni che sono diametralmente opposte o diverse. Trovare l’elemento di compromesso, la costruzione dei ponti, come si dice”.

L’attenzione agli ultimi

“Il secondo aspetto è l’attenzione agli ultimi, che si lega, dal punto di vista dell’attività diplomatica, all’attenzione alla cooperazione internazionale, all’atteggiamento che bisogna avere verso i Paesi meno sviluppati o Paesi che hanno bisogno di apporto esterno”. In questo senso, afferma il prof. Bonomo, “i diplomatici pontifici svolgono anche un’azione che chiameremmo di advocacy della comunità internazionale, cioè danno l’idea di quali possano essere le situazioni reali. A volte ciò che conosce la Chiesa delle situazioni economiche di un popolo o di una nazione, non le conosce neanche la struttura di governo di quel Paese stesso”.

Proteggere i diritti

“Il terzo elemento è la protezione proprio dei diritti fondamentali delle persone, legati all’aspetto della libertà di religione e dei diritti cosiddetti civili, politici, economici e sociali. Quindi, una diplomazia a tutto campo, che ha un unico limite: quello di non andare in contrasto con la finalità stessa della Chiesa”. Il grande obiettivo, ricorda Bonomo è la salvezza delle anime e una diplomazia che “è soprattutto a servizio delle persone e di coloro che credono, e questo indipendentemente dall’appartenenza a una Chiesa”. La Santa Sede quando chiede il rispetto della libertà di religione “non lo chiede soltanto per i cattolici: lo chiede per tutti. In un mondo post-globale, in cui l’indifferenza verso il fenomeno religioso è qualcosa di quotidiano e costante, qualcuno che difenda la libertà di credere penso faccia un’attività non solo meritoria, ma essenziale, perché non ci sarebbe alternativa”.

Un approccio aperto con al centro la persona

In generale non c’è tema toccato dalla Dottrina sociale delle Chiesa che non sia affrontato tanto con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede quanto dai nunzi che operano dei diversi Stati e nelle organizzazioni internazionali. Un approccio aperto a prescindere dall’identità dell’interlocutore politico. “La Santa Sede nella sua attività diplomatica non riconosce i governi: riconosce i Paesi. E questo è fondamentale”, ribadisce il prof. Buonomo. "Anche se in un Paese cambia il governo, il rapporto diplomatico della Santa Sede rimane, perché l’attenzione è essenzialmente data alla popolazione del Paese, alla presenza della Chiesa nel Paese, non a un cambio di governo".

L’esempio di Haiti

Nel 1991, quando ad Haiti c’è stato un colpo di Stato che rovesciò il governo dell’allora presidente Aristide, la Santa Sede accreditò un nunzio di fronte a nuovo governo che era frutto, appunto, di questo colpo di Stato militare. E qualcuno criticò la Santa Sede per questo tipo di approccio, ricorda Buonomo. “Noi dobbiamo porre anzitutto l’attenzione alla presenza della Chiesa su quel territorio e quindi delle persone che sono sul territorio, indipendentemente da quelle che possono essere poi le situazioni a livello governativo”, fu la risposta della Santa Sede, “a dimostrazione che non c’è un interesse politico diretto; l’interesse è per la persona e per la salvezza delle anime, cioè un interesse di carattere religioso".

14 gennaio 2019, 17:20