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Sinodo. L’esperta Anselmi (AC): "No a soluzioni calate dall’alto”

Margherita Anselmi, progettista sociale e membro di Azione Cattolica, parla della proposta di momenti di discernimento e esperienze comuni tra giovani seminaristi e laici, per “una Chiesa che si unisca al mondo”. E il documento finale “va applicato aprendosi ai giovani, adattandolo alle comunità locali”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Bisogna “premere”, spingere “tutti i vescovi, i sacerdoti ed i laici impegnati, anche con un buon messaggio del Papa, ad aprirsi ai giovani”. Questo, per Margherita Anselmi, progettista sociale e membro di Azione Cattolica, al Sinodo come esperta collaboratrice del segretario speciale ma anche una dei 34 giovani che partecipano ai lavori, sarà il miglior modo per applicare il documento finale, la cui bozza è stata presentata oggi in aula. (Ascolta l'intervista a Margherita Anselmi)

"Camminare insieme gerarchia e popolo di Dio"

La Anselmi sottolinea che il documento “dà delle linee, non è una risposta totale a tutte le richieste dei giovani”, ma è uno strumento “che a sua volta deve essere destrutturato e applicato alle comunità locali. Perché la Chiesa è vero che è una e universale, ma è influenzata anche moltissimo dalle culture locali e dalle specificità di ogni continente, territorio, e ogni giovane che ha una storia a sé”. A Margherita, che è impegnata nell’Azione Cattolica di Ascoli Piceno, la sua città, chiediamo quali parole chiave, oltre ad ascolto e accompagnamento, userebbe per sintetizzare questo Sinodo.

R. – Sicuramente la “sinodalità”, che è questo camminare insieme, ascoltandosi, facendo momenti di silenzio, e conoscendosi. Quindi credo che questo sia un po’ il riassunto di tutto, di questa nuova scoperta di un Sinodo, che appunto diventa integrazione tra gerarchia ecclesiale e popolo di Dio.

Siete già arrivati quasi alla fine, quindi sono emerse anche proposte pastorali. Quali ti hanno convinta di più?

R. – Di proposte ne sono state intuite di diverse: da momenti di discernimento che possono essere comunitari a cammini di esperienze insieme tra seminaristi e laici; quelli che possono essere percorsi di integrazione, di apertura di porte delle Chiese, proprio per far sì che questa Chiesa si unisca al mondo, e il mondo entri nella Chiesa: questa totale apertura. Io ovviamente, in qualità di esperta, non ho fatto proposte, se non quella di ricordare la corresponsabilità dell’apostolato: quindi una Chiesa di Dio che cammina tutta insieme, alla luce di quelli che sono stati anche i risultati del Concilio Vaticano II. E qui si è proprio vissuto questo: questo nuovo slancio anche apostolico e missionario di tutta la Chiesa.

Come potrà arrivare il messaggio di questo Sinodo anche a chi non c’era e che probabilmente attraverso i media ha scoperto poco dei lavori? Perché i media “laici” di questo Sinodo hanno parlato ben poco…

R. – L’impegno è in carico a ciascuno di noi quando torniamo nelle nostre Chiese. Ed  è in carico a ciascuno dei vescovi presenti in questa sessione: quello di riportare al mondo esterno, e nelle proprie comunità locali, come si vive un Sinodo e che cosa significa essere davvero aperti al mondo. Come si può concretizzare? Lo si può fare aprendo e “uscendo” verso i giovani. Se tutti lo faranno. Questo è chiaramente nella libertà di ognuno. Ma l’impegno è sicuramente quello di arrivare a tutte le Chiese. Perché la Chiesa è vero che è una e universale, ma è influenzata anche moltissimo dalle culture locali e dalle specificità di ogni continente, ogni territorio, e ogni giovane che ha una storia a sé. Quindi la prima cosa è conoscere tutti i giovani per nome, e questo comporta che l’applicazione del documento deve essere studiata in maniera sinodale, anche con i giovani, all’interno delle proprie comunità locali e delle parrocchie stesse, dei gruppi e dei movimenti. Deve essere applicato nel miglior modo possibile. Dare soluzioni che scendono dall’alto è sicuramente molto interessante ma poi non applicabile, perché ognuno non lo vedrebbe adatto a sé.

Ti rendi conto che essere una delle ambasciatrici di questo Sinodo sarà un impegno da “far tremare i polsi”?

R. – Assolutamente sì. Anche quando sono venuta qui a Roma in qualità di esperta, ho vissuto e vivo tutto questo come un grandissimo dono, ma anche come una grandissima responsabilità. Soprattutto significa che tanto più si riceve tanto più di deve dare. Io non so se avrò tutta la vita per restituire tutto quello che ho ricevuto. Sicuramente il mio impegno sarà diffondere i risultati di questo Sinodo e far sì che davvero diventi una prassi il camminare insieme: facendo i giovani un passo avanti, così come i sacerdoti e i vescovi. Perché ci si deve incontrare al centro: nessuno deve fare più passi dell’altro. È un lavoro che si deve fare necessariamente insieme, anche riprendendosi in maniera fraterna come ci insegna il Vangelo, perché poi è lì dove attingiamo e abbiamo fonte di tutto.

23 ottobre 2018, 14:49