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Sinodo giovani: don Falabretti: fede è relazione

Per don Michele Falabretti, responsabile Servizio Nazionale Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana, il Sinodo sta insegnando che la fede non si trasmette a parole ma nell’incontro

Fabio Colagrande - Città del Vaticano

“Mi sono accorto che il Sinodo non è solo un lavoro quantitativo. Siamo infatti alla fine dell’analisi della seconda parte dell’Instrumentum laboris, ma, secondo me, siamo ancora in ricerca di qualche cosa”. La testimonianza, rilasciata ai microfoni di Radio Vaticana Italia, è di uno dei partecipanti alla XV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi: don Michele Falabretti, che guida il Servizio nazionale della pastorale giovanile dei vescovi italiani. “È interessante vedere – spiega – che ci sono movimenti e scambi di ricerca. Mentre si cammina, infatti, ci si rende conto della complessità delle questioni e questo ci porta a non semplificare e a non liquidare le varie questioni ragionando a compartimenti stagni. Alla fine il discorso deve funzionare nella sua complessità”.

Una Chiesa disponibile diventa credibile

“La visione di una Chiesa in ascolto dei giovani e di una Chiesa maestra dei giovani non sono assolutamente in antitesi”, aggiunge don Falabretti. “L’esperienza di ciascuno di noi ci dice che abbiamo apprezzato gli educatori che ci hanno ascoltato e ci hanno capiti. E da loro noi abbiamo appreso di più”. “Credo che questa dimensione sia sempre esistita. Tanto più la Chiesa riesce a far emergere questa sua effettiva disponibilità nella pratica quotidiana di ascolto e attenzione per la vita dei giovani, tanto più la sua credibilità sarà forte”, spiega il sacerdote. “Forse – aggiunge – noi abbiamo immaginato che per spiegare tutto ciò che riguarda la nostra Fede, tutti i contenuti della nostra religione, avessimo bisogno di tanti libri e di tante parole. In realtà, i giovani che si sentono accolti e ascoltati riescono ad arrivare laddove li si vorrebbe portare, in termini di annuncio, con poche parole. Basta che ci sia la disponibilità all’ascolto”.

La Fede non si risolve in una dottrina da spiegare

“La dimensione dell’accompagnamento non si può mai dare per scontata, perché è una sorta di scambio”, aggiunge il responsabile della pastorale giovanile della Cei. “Se infatti io mi dispongo all’ascolto, allora l’accompagnamento si trasforma in un’invocazione da parte dei giovani che accompagno. Sono loro a chiedermi di essere accompagnati. E allo stesso tempo sono loro che ci accompagnano perché ci portano il loro sentire: sono come le antenne, capaci di captare anche i segnali più difficili della cultura del nostro tempo”. “Tutto ciò – precisa don Falabretti – ci aiuta a non chiuderci dentro il concetto della dottrina, dietro l’idea di una fede che si risolve solo nelle verità immutabili che vanno solo spiegate. E ci aiuta ad entrare in un concetto di fede che è relazione che si gioca nell’incontro tra le persone, come in effetti è stato il Vangelo di Gesù”.

Educhiamo i giovani, ma lasciamo che ci contestino

“La questione intergenerazionale nella Chiesa è sempre esistita. Le difficoltà del dialogo tra generazioni sono antiche come il mondo”, spiega ancora il sacerdote italiano che partecipa al Sinodo. “Ora è evidentissimo che i giovani sono parte della Chiesa e che in loro agisce lo Spirito di Dio, c’è il sigillo della Creazione, quindi è da loro che viene qualche cosa di buono e interessante per tutti, anche per gli adulti”. “Ma – aggiunge – nel gioco intergenerazionale c’è un atteggiamento educativo al quale non bisogna abdicare: tutti noi siamo diventati quello che siamo grazie alla cura che qualcuno ha avuto nei nostri confronti. E allo stesso tempo, nel gioco intergenerazionale ci deve essere la possibilità che i giovani si sperimentino e si mettano alla prova”. Un giovane si mette alla prova quando contesta un adulto e gli dice ‘non sono d’accordo’. E un giovane normalmente lo fa anche solo per provare il gusto dell’ebbrezza della libertà: per poter dire ‘io ci sono e sono un altro da te’. Questo è un gioco che noi dobbiamo accogliere perché è necessario per la costruzione dell’identità di una persona. Quindi la Chiesa deve vivere e custodire questi rapporti intergenerazionali”.

Un esercizio di conversione

“Il Sinodo è davvero un cammino di conversione”, conclude don Falabretti. “È’ un esercizio molto lungo di ascolto reciproco, le giornate sono veramente piene e si arriva a casa la sera stanchi, perché la testa è piena di riflessioni e idee”. “Ma mi sembra che sia un esercizio produttivo, che produce condivisione, i pensieri s’illuminano a vicenda”. “Ogni volta che entriamo nell’aula, ciascuno di noi pensa di avere chiare alcune questioni, ma ne usciamo con la convinzione che c’era molto altro ed era l’altro, seduto vicino a me, che mi ha aiutato a capire”. “Spero davvero – aggiunge – che quest’esercizio diventi respiro di una Chiesa che insieme ai giovani continua a voler abitare questo tempo: non maledicendolo, ma considerando quello spazio tempo di grazia che ci viene offerto per vivere la cosa più bella che abbiamo: la vita e la fede nel Vangelo di Gesù”.

Ascolta l'intervista a don Falabretti
16 ottobre 2018, 15:00