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All'udienza generale il direttore de L'Osservatore Romano mostra al Papa l'inginocchiatoio ricavato da legno del barcone affondato a Cutro All'udienza generale il direttore de L'Osservatore Romano mostra al Papa l'inginocchiatoio ricavato da legno del barcone affondato a Cutro  (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

Donato al Papa un inginocchiatoio fatto col legno del barcone di Cutro

Dalla tragedia di un anno fa sulle coste calabresi che costò la vita a 94 migranti, molti dei quali bambini, portato oggi a Francesco in Aula Paolo VI un simbolo di memoria e solidarietà. Le altre storie dell'udienza generale

di Rosario Capomasi

È passato un anno da quella maledetta notte a Cutro, quando un’imbarcazione partita dalla Turchia con a bordo circa 200 migranti si schiantò contro una secca ad un centinaio di metri dalla spiaggia del comune calabrese. Oltre 90 le vittime, delle quali 35 minori. Una tragedia che ancora oggi colpisce le coscienze, le provoca, le scuote ogni qual volta si ripetono questi terribili eventi. «Che il Signore ci dia la forza di capire e di piangere» aveva detto Papa Francesco all’Angelus del 5 marzo 2023. E dalle lacrime è nata un’idea: trasformare un pezzo di quel barcone, simbolo di morte, in un richiamo alla speranza.

L’idea è venuta a Giuliano Crepaldi, presidente dell’associazione San Vincenzo de’ Paoli - Consiglio centrale di Roma, che ha pensato di ricavare dal legno del natante un inginocchiatoio donato stamane a Papa Francesco nell’udienza in Aula Polo VI.  «Addolorato da questa tragedia — ha raccontato — ho pensato a come offrire un segno di solidarietà e di vicinanza. Il tema dei profughi, del resto, è per me prioritario perché opero in un’organizzazione che si occupa di accoglienza e integrazione di coloro che, in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla fame, sono stati costretti ad abbandonare il loro Paese d’origine». Come Alireza, profugo iraniano, ospite della San Vincenzo de’ Paoli, che ha realizzato l’opera basandosi su un disegno elaborato dall’ingegnere Guglielmo Zamparelli, collaboratore dell’organizzazione caritativa. «Dare forma all’inginocchiatoio — ha spiegato Alireza — è stata per me una testimonianza d’amore, un modo per ricordare chi perde la vita in queste e in altri terribili sciagure». Tutti e tre, accompagnati dal direttore de «L’Osservatore Romano», hanno donato al Pontefice questo primo inginocchiatoio proveniente da Cutro con una promessa, che Francesco ha pienamente accolto: quella di donare a tutte le diocesi italiane altri inginocchiatoi costruiti con i legni dei barconi carichi di migranti. Anche il cardinale Zuppi e  l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes della Cei, presenti all’udienza per la visita ad limina dei vescovi dell’Emilia-Romagna, hanno appreso con favore dell’impegno preso dall’Opera San Vincenzo. Quello di oggi è quindi il primo di una lunga serie di doni, il segno che da una ferita, da una drammatica piaga, può nascere un’occasione di preghiera, una luce di speranza. A patto che l’uomo abbia il coraggio di mettersi in ginocchio.

Un altro omaggio ligneo a Papa Francesco è stato portato in udienza da don Sauro Profiri, parroco di San Martino ad Apecchio, in provincia di Pesaro: si tratta di un pastorale interamente decorato a mano da ragazzi ugandesi del Karamoja assistiti dall’associazione onlus Africa Mission — fondata 50 anni fa da don Vittorio Pastori, noto come “don Vittorione” — con la quale il sacerdote da tempo collabora. «Sul manufatto campeggiano tre bandiere — ugandese, vaticana e italiana — a sottolineare il legame esistente tra questi Stati», ha sottolineato don Profiri.

«Siamo un “miracolo” sportivo ma soprattutto sociale e lo abbiamo voluto raccontare a Papa Francesco perché tutti noi, anche i musulmani, avvertiamo la sua condivisione per le vicende umane dei migranti e il suo “grido” di giustizia». Ecco la vivace testimonianza dei protagonisti del servizio della cooperativa sociale “Rinascita”, venuti da Copertino, nel leccese, proprio per condividere con il Papa le loro storie di inclusione e di speranza attraverso 13 progetti del “Sistema di accoglienza e integrazione”.

In particolare, spiegano, «da tre anni il calcio è divenuto un’opportunità di accoglienza per migranti, rifugiati e richiedenti asilo, tanto che la squadra Rinascita Refugees oggi milita nel girone B del campionato di promozione e sta per giocarsi la finale di Coppa Italia di categoria. E a novembre, a Roma, ha anche vinto il torneo del progetto inclusivo “Rete” per minori stranieri non accompagnati».

La squadra è composta da giovani arrivati da Senegal e Gambia soprattutto, ma anche da Mali, Costa d’Avorio e altri Paesi africani. «Culture, religioni, etnie differenti che s’incontrano, si conoscono, stringono amicizia» fanno notare il presidente Antonio Palma, il direttore sportivo Vincenzo Nobile e l’allenatore Hassane Niang Baye, ex calciatore arrivato dal Senegal e oggi mediatore culturale

Nel pomeriggio il team Rinascita Refugees gioca — nel campo dell’Università “La Sapienza” a Tor di Quinto — una partita “fraterna” con la squadra “Fratelli tutti”, organizzata dal Dicastero per la cultura e l’educazione, che proprio nei contenuti della «lettera sulla fraternità e l’amicizia sociale» firmata da Francesco il 3 ottobre 2020 — il cui titolo campeggia anche sulle magliette — trova senso e motivazione. Della squadra fanno parte dipendenti vaticani, sacerdoti della Curia Romana, preti e seminaristi che studiano nei Pontifici collegi e nelle pontificie università.

Oltre a numerosi pellegrini delle diocesi dell’Emilia-Romagna e di San Marino  - Montefeltro — giunti in occasione della vista «ad limina» dei loro vescovi — e al vescovo di Piacenza-Bobbio, Adriano Cevolottto, erano presenti stamane anche l’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan, e lo storico Rolando Pizzini, per presentare al Papa una ricerca, durata 14 anni, che ha riportato in piena luce la vita di un missionario trentino, Angelo Confalonieri, inviato nel 1846  in Australia. Primo sacerdote cattolico nella regione, visse con i nativi, cercando di comprendere la loro cultura e avviando un dialogo rispettoso in quella che oggi  è l’attuale diocesi di Darwin. 

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28 febbraio 2024, 15:38