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Il Papa: il pellegrinaggio ecumenico in Sud Sudan per dire no alla spirale delle armi

Nell’udienza ai membri della Commissione internazionale anglicano-cattolica, Francesco parla del prossimo viaggio in Sud Sudan con il primate della Comunione Anglicana e il moderatore della Chiesa di Scozia per essere insieme promotori di riconciliazione. Quindi sottolinea che ogni ricerca di una comunione più profonda “non può che essere uno scambio di doni”

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Sono due parole, cammino e dono, le linee guida del discorso di Papa Francesco ai membri della Commissione internazionale anglicano-cattolica romana (Arcic). Un organismo, ricorda il Santo Padre, che si è impegnato “a lasciare alle spalle ciò che compromette la comunione e ad accrescere i legami che uniscono cattolici e anglicani”. “È stato un cammino, a tratti veloce, a volte lento e difficile”. “Ma è stato è e sarà un cammino”.  (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Preghiere per il pellegrinaggio ecumenico in Sud Sudan

Oltre ai passaggi sulle parole cammino e dono, il discorso del Papa si intreccia anche con un viaggio imminente. Rivolgendosi ai membri della Commissione internazionale anglicano-cattolica romana, il Papa chiede preghiere per “una tappa importante” e una strada “incominciata anni fa con un ritiro spirituale, in Vaticano, con i dirigenti del Sud Sudan”.

L’arcivescovo Justin Welby e il moderatore della Chiesa di Scozia, due cari fratelli, saranno i miei compagni di viaggio quando, tra poche settimane, potremo finalmente recarci in Sud Sudan. Sarà un pellegrinaggio ecumenico di pace. Preghiamo affinché ispiri i cristiani del Sud Sudan e del mondo a essere promotori di riconciliazione, tessitori di concordia, capaci di dire no alla perversa e inutile spirale della violenza e delle armi.

Il senso del cammino

Camminare, sottolinea il Pontefice, significa “andare avanti, lasciando indietro le cose che dividono, nel passato come nel presente, e tenendo insieme lo sguardo fisso su Gesù” e sulla meta “della visibile unità fra di noi”. “È un’unità da accogliere con umiltà, come grazia dello Spirito, e da portare avanti in cammino, sostenendoci a vicenda”.

Il dialogo ecumenico è un cammino: è molto più, cioè, che parlare insieme. No, è fare: fare, non solo parlare. Fare. Si tratta di conoscerci di persona e non soltanto sui libri, di condividere traguardi e stanchezze, di sporcarci le mani soccorrendo insieme i fratelli e le sorelle feriti che giacciono scartati ai bordi delle strade del mondo, di contemplare con un unico sguardo e custodire con il medesimo impegno il creato che ci circonda, di incoraggiarci nelle fatiche della marcia. Questo è il senso del cammino.

Il dono rivela l’anima dell’ecumenismo

La seconda parola indicata dal Pontefice è dono. Il cammino indica la modalità, “il dono - spiega Francesco - rivela l’anima dell’ecumenismo”. Ogni ricerca di una comunione più profonda “non può infatti che essere uno scambio di doni, dove ognuno assimila come proprio quanto Dio ha seminato nell’altro”. Francesco pone poi una domanda: “Qual è l’atteggiamento giusto perché uno scambio di doni non si riduca a una sorta di atto formale, di circostanza?”.

Parlare con franchezza di questioni ecclesiologiche ed etiche, confrontarsi su quanto ci scomoda, è rischioso, potrebbe aumentare le distanze anziché favorire l’incontro. Pensiamo, invece, che ciò richiede, quali condizioni fondamentali, l’umiltà e la verità. Così si comincia, ammettendo con umiltà e onestà le proprie fatiche. Questo è il primo passo: non badare ad apparire belli e sicuri davanti al fratello, presentandosi a lui come sogniamo di essere, ma mostrargli con cuore aperto come siamo veramente, e mostrare anche i nostri limiti.

Udienza con i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica (13-05-2022)
Udienza con i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica (13-05-2022)

Ogni dono richiede trasparenza e coraggio

I peccati che hanno portato a divisioni storiche, afferma il Santo Padre, “possono essere superati solo nell’umiltà e nella verità, iniziando a provare dolore per le ferite reciproche e sentendo il bisogno di dare e ricevere il perdono”.

Ciò domanda coraggio, ma è lo spirito del dono, perché ogni dono vero comporta una rinuncia, richiede trasparenza e coraggio, sa aprirsi al perdono. Solo così i diversi scambi di doni e di esperienze aiuteranno a superare le formalità dovute e toccheranno i cuori. Solo così si entrerà in sintonia con lo Spirito Santo, il dono di Dio, Colui che si dona a noi per ricomporre l’armonia, perché è Egli stesso armonia, che riconcilia le diversità nell’unità.

I doni dello Spirito, spiega Francesco, “non sono mai ad uso esclusivo di chi li accoglie”. “Sono benedizioni per l’intero popolo di Dio: la grazia che riceviamo è destinata anche agli altri e quella che gli altri ricevono è necessaria per noi”.

La crisi si supera, il conflitto porta alle guerre

Parlando a braccio Francesco sottolinea infine che non si deve “cadere nella schiavitù del conflitto”; la strada dell’unità “è superiore al conflitto”. La crisi, invece, “è buona”. Si deve distinguere “tra crisi e conflitto”. “Noi, nel nostro dialogo - afferma il Papa - dovremo entrare in crisi, e questo è buono, perché la crisi è aperta, ti aiuta a superare. Ma non cadere nel conflitto che ti porta alle guerre e alle divisioni”. 

13 maggio 2022, 12:24