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Santuario dei Sette Dolori della Vergine Maria in Slovacchia- Sastin Santuario dei Sette Dolori della Vergine Maria in Slovacchia- Sastin 

Šaštín, la Basilica dei Sette Dolori: luogo di fede oltre il totalitarismo

Oggi, l'ultima giornata del Papa in Slovacchia si svolge per lo più al Santuario nazionale mariano di Šaštín, da secoli meta di pellegrinaggio. Francesco giunge intorno alle 9.10 direttamente dalla nunziatura, per la preghiera con i vescovi e la celebrazione della Messa, nella Solennità dedicata alla Vergine Patrona del Paese

Debora Donnini – Città del Vaticano

Siamo nel pieno del XVI secolo. Angelika Bakičová, moglie del conte Imrich Czobor, signore del territorio di Šaštín, chiede, disperata, l’intercessione della Vergine Maria perché il marito, uomo irascibile, cambi atteggiamento. La sua preghiera viene esaudita e la donna commissiona una statua di legno di pero che raffigura la Madonna Addolorata con suo figlio Gesù morto che giace sulle sue ginocchia. Una piccola cappella custodisce l’effige e qui i fedeli iniziano a recarsi in preghiera. Al centro della storia di questo luogo, c'è dunque la grazia ricevuta per la guarigione di una famiglia.

Ed è proprio con questa invocazione nel cuore, che tante persone vi andranno nei secoli. Un luogo dove avvengono anche guarigioni miracolose che una apposita commissione d'inchiesta studia. La statua viene affidata alla custodia del parroco di Šaštín, per poi essere passare sotto la cura dell’Ordine di San Paolo Primo Eremita.

La consacrazione del Santuario nel 1762

La costruzione della Chiesa inizia nel 1736 e la realizzazione si deve anche alle offerte dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, alla cui presenza, assieme a quella del marito Francesco I, avviene la consacrazione dell’edificio nel 1762. Nel 1786 l’imperatore Giuseppe II abolisce l’Ordine di San Paolo Primo Eremita e la Chiesa passa ancora una volta sotto l’amministrazione del parroco di Šaštín. Nel 2017, dopo 231 anni, la cura pastorale della Basilica torna nuovamente all’Ordine di San Paolo Primo Eremita. Nel corso dei secoli la Basilica viene abbellita e più volte restaurata, anche recentemente. Gli affreschi, all’interno, sono del 1757, realizzati da Jean Joseph Chamant.

L’attenzione dei Papi

Importante anche l’attenzione dei Papi per questa effige. L’8 settembre 1864 l’arcivescovo di Esztergom, il cardinale Ján Scitovský, la incorona con manufatti in oro consacrati da Pio IX. Nel 1927 è Pio XI, con il decreto Celebre apud Slovaccham gentem, a dichiarare la Vergine dei Sette Dolori patrona della Slovacchia e Paolo VI,  con il decreto Quam pulchra del 1964, eleva la chiesa a Basilica Minore. Il Santuario fu visitato da pellegrini illustri come Madre Teresa di Calcutta e san Giovanni Paolo II che nel 1995 celebrò qui la Messa nel corso del suo pellegrinaggio apostolico in Slovacchia:

È provvidenziale che proprio questo sia il santuario mariano del vostro popolo, il tempio verso il quale si muove in pellegrinaggio tutta la Slovacchia. I vostri connazionali hanno cercato qui conforto per la loro non facile esistenza, specialmente nei periodi maggiormente segnati dalla sofferenza.

Il 15 settembre Francesco al Santuario

Oggi Papa Francesco presso il Santuario Nazionale di Šaštín, o Basilica dei Sette Dolori della Vergine Maria, celebra la Messa, dopo un momento di preghiera con i vescovi. E' l’ultimo appuntamento del suo viaggio apostolico in Slovacchia prima di recarsi all’aeroporto di Bratislava per la cerimonia di congedo e la partenza alla volta di Roma.   

Un santuario significativo 

Si tratta di un Santuario molto importante per gli slovacchi, aveva sottolineato in un’intervista a Vatican News, don Martin Kramara, portavoce della Conferenza episcopale slovacca. Un luogo dove ogni anno si tiene il grande pellegrinaggio nazionale del 15 settembre per la festa per la Patrona della Slovacchia, quest’anno condivisa con Papa Francesco. E' un pellegrinaggio molto importante “che la Chiesa slovacca - ha rimarcato don Kramara - ha portato avanti con coraggio anche durante il comunismo, anche se il regime totalitario era molto contrario e cercava di cancellarlo, così come ha cancellato tutti gli ordini religiosi, ma non ci è riuscito”.

Un Santuario molto significativo durante gli anni del regime comunista perché lì “è nata una nuova vita dei cattolici che si sono uniti e radicati nella preghiera, nella fede, ma anche per liberare il Paese dal comunismo”, racconta anche padre Jozef Bartkovjak, responsabile della sezione slovacca di Vatican News. Nel santuario si organizzavano pellegrinaggi notturni di giovani e molti degli animatori che guidavano i gruppi di fedeli erano religiosi, sacerdoti che non potevano agire pubblicamente. Hanno incoraggiato la generazione più giovane a creare la comunità che si unisce intorno alla Parola di Dio. “Questi pellegrinaggi hanno creato quasi un movimento tra i giovani cattolici, che poi è stata la forza principale per opporsi al totalitarismo”, spiega padre Jozef Bartkovjak. Nel 1988, ricorda, c’è stata una protesta pacifica dei cattolici a Bratislava, sulla piazza Hviezdoslav, con le candele, nel silenzio, con preghiera e canti, un esercito disarmato opposto ai carri armati delle forze antisommossa della polizia, che pure aggredirono quelle persone raccolte in preghiera. Dagli anni Ottanta del secolo scorso, anno dopo anno, si è radunata questa gioventù cattolica accompagnata da sacerdoti e suore da cui ha avuto origine questo risveglio.

Ascolta l'intervista a padre Jozef Bartkovjak

Una liberazione con la forza del Vangelo

Per la Slovacchia, dunque, il santuario è molto importante perché tocca l'identità della nazione. “La nostra nazione - spiega padre Bartkovjak - è molto pacifica, con la forza del Vangelo si è sconfitto un regime violento totalitario ed era la preghiera in questo santuario a nutrire il coraggio della gente”. Padre Jozef Bartkovjak ricorda che già solo partecipare a questo pellegrinaggio, era un atto di coraggio, perché c'erano agenti di polizia segreta che fotografavano le persone e il giorno successivo, o dopo una settimana, le interrogavano. Quindi, ciascuno dei partecipanti conosceva i rischi: avrebbe anche potuto essere cacciato via per esempio dalla scuola, oppure dal lavoro. I giovani di solito passavano tutta la notte in canti e preghiera, “un’esperienza esistenziale per un adolescente", che così veniva formato nella fede, afferma ancora il sacerdote, spiegando che le vocazioni che sono nate a Šaštín sono molto forti. E venti anni dopo, si è visto anche quante vocazioni sono cresciute in Slovacchia.  

La fede che nutre

Nel periodo sotto il comunismo, erano state proibite le attività della Chiesa fuori dagli edifici delle chiese, ma non all'interno, prosegue padre Bartkovjak, spiegando che il pellegrinaggio era quindi un modo per “soddisfare” quella regola, perché si stava dentro le mura e così la gente riusciva dappertutto a radunarsi in modo pacifico. All'interno di quelle regole restrittive si faceva crescere ciò che è sostanziale, la fede. Quella stessa fede, sottolinea, che poi ha nutrito anche azioni politiche, che però non sono state dirette dalla Chiesa ma semplicemente dalla società civile. 

15 settembre 2021, 07:00