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Editoriale
Vatican News

Nell’anno del distanziamento, la prossimità del Papa

Nel 2020, senza viaggi apostolici e con poche udienze generali in presenza di fedeli, Francesco ha accompagnato con la Messa di Santa Marta tante persone credenti e non credenti di tutto il mondo

ANDREA TORNIELLI

Il 2020 di Papa Francesco, come quello di ciascuno di noi, è stato profondamente segnato dalla pandemia. Nessun viaggio, poche udienze generali con la presenza contingentata di persone alla fine dell’estate poi nuovamente interrotte con l’arrivo della seconda ondata di contagi, celebrazioni pubbliche in forma ridotta con la partecipazione di piccoli gruppi di fedeli. Ciò che è mancato è stato il contatto quotidiano con la gente, il contatto fisico fatto di abbracci, di strette di mano, di parole sussurrate con le lacrime agli occhi, di benedizioni tracciate sul capo, di sguardi che si incrociano e si incontrano. Anche Francesco, a suo modo, ha dovuto svolgere la sua missione in smartworking, restando a casa, collegandosi in modo virtuale, moltiplicando i contatti telefonici.

L’anno di Papa Francesco è stato segnato dalle parole dell’esortazione Querida Amazonia, che ha raccolto il discernimento del Sinodo dell’ottobre 2019 ed è stata pubblicata alla vigilia dello scoppio della pandemia: un richiamo forte a guardare quanto accade in quella regione dimenticata. L’indicazione di vie concrete per un’ecologia umana che tenga conto dei poveri, per la valorizzazione delle culture e per una Chiesa missionaria dal volto amazzonico. Poi, appena il covid-19 è sembrato concedere una tregua, almeno in Italia, Francesco ha ripreso le udienze generali con i fedeli proponendo loro un ciclo di catechesi su quale futuro vogliamo costruire dopo la pandemia. Infine, lo scorso ottobre, il dono di una nuova enciclica, Fratelli tutti, che ha indicato la fraternità e l’amicizia sociale come risposta alle ombre dell’odio, della violenza e dell’egoismo che sembrano talvolta prevalere nel nostro mondo piagato non soltanto dal coronavirus, ma da guerre, ingiustizie, povertà, cambiamenti climatici.

L’evento simbolo dell’anno appena trascorso, nella memoria di tutti, è rimasto quello del 27 marzo, con la Statio Orbis, la supplica a Dio perché intervenga e aiuti l’umanità colpita dalla pandemia: Francesco solo, sotto la pioggia, in una piazza San Pietro desolatamente vuota come non mai e allo stesso tempo mai così piena, grazie a milioni e milioni di persone collegate in mondovisione per pregare in silenzio. Il Papa che risale lentamente i larghi gradini per arrivare sul sagrato e ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca, impossibilitati a salvarci da soli; il Papa bacia i piedi del Crocifisso di San Marcello, portato in processione dai romani contro la peste; il Papa che benedice con il Santissimo la città e il mondo mentre sullo sfondo si odono le sirene in una Roma paralizzata dal lockdown.

Ma c’è stato un altro evento quotidiano, meno eclatante eppure più importante, che ha permesso a Francesco di accompagnare milioni di persone in tutto il mondo durante la prima parte di questo 2020, nel tempo della paura e dello smarrimento. È stata la Messa quotidiana celebrata nella cappella di Casa Santa Marta alle 7 del mattino: per tre mesi il Successore di Pietro ha bussato sommessamente alle porte delle nostre case, ci ha invitato non ad ascoltare grandi discorsi o lunghe catechesi, ma innanzitutto ad ascoltare le parole della Scrittura, commentate con brevi omelie a braccio e seguite, dopo la celebrazione eucaristica, da alcuni minuti di adorazione silenziosa davanti al Santissimo. Ogni mattina, ogni mezzogiorno od ogni sera, a seconda dei fusi orari, tante, tantissime persone anche non praticanti e non credenti, si sono sintonizzate con la radio, la TV, lo streaming, per ascoltare il messaggio del Vangelo e la voce del Vescovo di Roma divenuto parroco del mondo. E se hanno colpito le immagini del Papa solo in piazza il 27 marzo, ancor di più hanno commosso quelle di tanti fedeli in ginocchio davanti a uno schermo o ad uno smartphone durante la consacrazione, dalle Americhe all’Europa, in Cina come in Africa L’essenziale sobrietà di quelle celebrazioni, precedute da brevi preghiere per le categorie più colpite dal Covid-19, ha fatto compagnia, ha offerto barlumi di speranza, ha aiutato a pregare, ci ha fatti sentire tutti meno soli, meno isolati, meno abbandonati. La prossimità al popolo di Dio, l’accompagnamento realizzato con quelle Messe condivise sugli schermi in ogni parte del mondo, ha reso evidente che cosa significa, per il Papa, essere pastore della Chiesa universale, intercessore per l’umanità ferita, testimone del Vangelo che è all’opera in tutta la famiglia umana in tanti modi spesso imprevedibili e nascosti.

29 dicembre 2020, 10:00