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La visita di Francesco all'isola di Lesbo nel 2016 La visita di Francesco all'isola di Lesbo nel 2016

Francesco: nei profughi e negli sfollati troviamo il volto di Gesù

Tweet del Papa in occasione dell’odierna Giornata mondiale delle Nazioni Unite dedicata ai rifugiati. Intervista con la rappresentante Unhcr, Chiara Cardoletti

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Nei profughi e negli sfollati è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. È quanto scrive il Papa in un tweet, dedicato all’odierna Giornata mondiale del rifugiato. Nei loro volti, prosegue Francesco, siamo chiamati a riconoscere il volto di Cristo che ci interpella e allora, conclude, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto amare e servire.

Nel mondo, è la drammatica denuncia dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, oggi ci sono circa 80 milioni di persone in fuga dalle loro case e dai loro Paesi - l’1% della popolazione mondiale - molti di questi sono sfollati interni a cui Papa Francesco ha dedicato il messaggio per la 106ma Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che la Chiesa celebra il prossimo 27 settembre. Chiara Cardoletti è la nuova rappresentante Unhcr per l’Italia, San Marino e designata per la Santa Sede:

Ascolta l'intervista con Chiara Cardoletti

R. – Papa Francesco vede sempre le cose in maniera molto chiara. La pace del mondo ci sta completamente sfuggendo. Ciò che più è visibile è la fuga delle persone dai loro Paesi a causa di violenze e di guerre, persone che e poi in cammino dalle loro terre e dalle loro  case  verso  parti  migliori. Vediamo questa parte, ma non vediamo il fatto che c’è una responsabilità internazionale nella gestione di questi conflitti e nel portarli alla fine e certamente anche nella gestione delle conseguenze di questi conflitti. Purtroppo, molto spesso, si ritiene che i rifugiati vengano dal nulla, non vengono dal nulla sono una conseguenza diretta di un mondo che è sempre più  in  subbuglio e che  sta  facendo  sempre  più  fatica a ritrovare la normalità. 

Il paradosso, se vogliamo, è che, negli anni passati, ad un numero inferiore di rifugiati corrispondeva un numero superiore di rientri a casa - nel  proprio  Paese - oggi si è capovolta la situazione…

R. – Totalmente, è dal 2011  che  non  vediamo  più  dei veri  programmi  di  rimpatri e conflitti risolti, quindi ci troviamo in una situazione in cui molte persone si ritrovano a dover  lasciare le loro case e molte poche riescono poi rientrarci e quindi, la conseguenza, è un mondo in cui il rifugiato, lo sfollato, è un vero problema e il capire come  trovare soluzioni, dare loro una speranza e un modo nuovo per ricominciare una vita, rimane sempre la vera sfida per tutti.

Come è stato più volte detto e ribadito anche in occasione dell’odierna giornata e  del vostro rapporto,  spesso i Paesi di accoglienza sono Paesi limitrofi a quelli di uscita, anche loro con gravi crisi al loro interno che possano essere politiche, alimentari o ambientali …

R. – Assolutamente, l’80% dei Paesi recettore sono i Paesi in via di sviluppo, Paesi in crisi. Un esempio è ciò che sta accadendo nella regione del Sahel in questo momento, dove tre o quattro Paesi sono Paesi di asilo, ma che  stanno  gestendo anche gravi situazioni di sfollamento interno. Molti altri Paesi hanno aperto le loro porte, le  mantengono aperte e hanno  integrato,  in maniera anche molto creativa, tantissime persone bisognose,  tantissimi  rifugiati. Certo, questo si vede poco sui media, è  chiaramente molto più  visibile quando questo fenomeno arriva alle porte  di  casa nostra,  nei Paesi ricchi, però la realtà è che non solo la povertà, il cambiamento  climatico, i problemi legati ai disastri naturali, stanno avendo un impatto molto forte nei Paesi in via di  sviluppo, in più c'è anche il fatto che devono assorbire in maniera  sempre più grande popolazioni di rifugiati, di sfollati che, chiaramente, portano una ennesima sfida alle popolazioni locali e alla gestione del Paese stesso. Noi chiediamo  di capire che i rifugiati non sono responsabili, le Nazioni Unite possono fare solo quello che insieme la comunità internazionale intende fare quindi, se si vuole che questo  problema venga gestito nel miglior modo, e che i rifugiati possano effettivamente avere una speranza e un futuro e non continuare a muoversi da un Paese all’altro  per  cercare questa speranza, bisogna tutti quanti contribuire a una cooperazione internazionale che sia seria ben gestita e con una visione ben chiara.

In questa Giornata mondiale del  rifugiato, ricorrenza  drammatica  che  viene  celebrata  ogni  anno,  quale è  la  speranza  più  forte  dell'Unhcr, e quale la più  grande  preoccupazione?  Ogni conflitto porta  con  sé  una  sua  drammaticità però, probabilmente, starete guardando ad alcune aree con maggiore attenzione …

R. – La speranza è  che davvero si  ponga  fine  a  questi conflitti e che la comunità internazionale,  seriamente,  faccia  un  po'  di  ordine  in  quello  che  è questo  mondo  così  impattato  da  tutte queste criticità. Quindi, la speranza è che veramente si faccia  uno  sforzo  per  risolverli, perché  continuano  a  crescere  e  non  vengono  mai  affrontati. Chiaramente la speranza è anche che i rifugiati vengano visti sempre più  come  una  risorsa,  come  un  qualcosa  che  aggiunge, che  crea, che unisce e  che  può  portare  cose  nuove  e positive  alle  comunità  ospitanti.  Questa è ciò su cui stiamo lavorando  molto  e  vediamo che anche  durante la  pandemia  Covid-19,  i  rifugiati  hanno portato in tutto il  mondo il loro supporto alle comunità  locali,  lavorando come  interpreti, come dottori,  facendo  campagne di informazione. Insomma, vogliamo veramente cercare di far passare il messaggio che i rifugiati, gli sfollati,  sono persone come  le  altre, con tutta una serie  di cose positive che possono portare alle società.  Per quanto riguarda  invece la nostra attenzione sulle varie situazioni, in questo  momento una di quelle che ci  preoccupa di più è quella del Sahel molto drammatica, multifattoriale, con tantissime problematiche  che  si  uniscono e che ha visto negli ultimi tre mesi aumentare i numeri di sfollati interni in maniera veramente drammatica . È una situazione che stiamo guardando molto attentamente, anche perché questi Paesi già avevano delle problematiche molto serie ancor prima che  i  conflitti  iniziassero  e  ora sappiamo  che  più  di  5  milioni  di  persone,  nei  prossimi  mesi,  avranno  bisogno  di  aiuti  e di  supporti a livello  alimentare. Quindi, è una  situazione  che  ci  preoccupa e che stiamo gestendo come Nazioni Unite nel  miglior  modo possibile, ma che veramente richiede una soluzione a livello di conflitto ma anche un  aiuto  molto  sostenuto  a  livello umanitario.

Quella libica è anch’essa una situazione sotto il riflettore delle Nazioni Unite, è soltanto di pochi giorni fa la drammatica notizia di altri bimbi, piccolissimi, morti nell’ennesimo naufragio al largo delle coste libiche …

La situazione in Libia è molto preoccupante, e noi la osserviamo molto attentamente. Il conflitto è estremamente complicato e il destino di quelli che  vengono  riportati  in  Libia  è  di  essere  nuovamente  esposti  ad  abusi,  sfruttamento,  torture e  violenze,  quindi  chiaramente  il  ritorno in Libia è  una  cosa che l’Unhcr non supporta, non appoggia, è una cosa a cui  dobbiamo fare estrema attenzione. Come Organizzazione abbiamo parlato di questo tante volte, bisogna veramente avere dei meccanismi efficaci per il  soccorso in  mare, per la recezione delle  persone a livello  europeo e  davvero portare l’ Italia in Europa e l'Europa in  Italia, cercare di trovare meccanismi  che  siano  più  condivisi e più equi per  quanto  riguarda  la  distribuzione  di  persone  in  cerca di protezione e che arrivano  in  Europa. Chiaramente è anche profondamente una questione di coscienza pensare di riportare persone molto vulnerabili, bambini e donne, in Libia, in una situazione di  conflitto e dove gli abusi, il terrore, lo sfruttamento e la tortura sono cosa di ogni giorno.

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20 giugno 2020, 13:51