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Appello del Papa per i braccianti che “tante volte vengono duramente sfruttati”

All’udienza generale, dopo la catechesi, il pensiero di Francesco è andato ai "molti immigrati che lavorano nelle campagne italiane”. Intervista con il vescovo della diocesi di San Severo, monsignor Giovanni Checchinato

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

La crisi sia l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro. È questo  l’accorato appello lanciato oggi all'udienza generale da Papa Francesco che chiede di ascoltare la voce, spesso emarginata, dei braccianti agricoli, “tante volte duramente sfruttati”.

Ascolta l'appello di Papa Francesco per i braccianti agricoli

In occasione del primo maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati. È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro.

 

Riferendosi all’appello di Papa Francesco, monsignor Giovanni Checchinato - vescovo della diocesi di San Severo, territorio in Puglia dove sono sorti i cosiddetti "ghetti" di braccianti agricoli - sottolinea che è una "palese ingiustizia" mettere il profitto al di sopra della dignità delle persone. Il lavoro, ricorda il presule, è “un’esperienza santa” collegata all’umanità e questo il Papa lo ha ricordato tante volte, soprattutto nell’enciclica Laudato si'. Il lavoro, aggiunge monsignor Checchinato, è l’esperienza con cui gli uomini collaborano con Dio: è assolutamente ingiusto "manipolare la dimensione del lavoro"

Ascolta l'intervista a monsignor Checchinato

R. - Sono parole che non mi stupiscono sulle labbra di Papa Francesco: conosciamo tutti l'impegno costante del nostro Papa per le persone che, come i braccianti, lavorano. C'è un aspetto di palese ingiustizia nei loro confronti: è sempre sbagliato mettere il profitto sopra la dignità delle persone.  Non si rende giustizia all'umanità. Il lavoro è un'esperienza santa collegata all’umanità. Papa Francesco ce lo ha ricordato mille volte, soprattutto nell’enciclica Laudato si’. Il lavoro è l'esperienza con la quale i cristiani e tutti gli uomini e le donne collaborano con Dio. Per questo, è assolutamente ingiusto manipolare la dimensione del lavoro con altri fini che non siano quelli della promozione umana.

Questa crisi è una minaccia ma è anche l'occasione, auspica Papa Francesco, per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro…

R. – Questo, purtroppo, non avviene automaticamente. Dipende da quanto noi ‘ci facciamo parlare’ da quello che sta succedendo e da quello che è successo. E se ci facciamo interlocutori di quanto questa pandemia sta provocando. Il Papa e tante altre persone dicono che, in questa situazione così estrema, non possiamo procedere ognuno per conto proprio. Siamo tutti sulla stessa barca. Se noi accettiamo questa logica e, quindi, ci facciamo interrogare positivamente dall'esperienza della pandemia, potremmo uscire migliori da questa crisi. Però devo dire, purtroppo, che tanti segnali in Italia e nel mondo non seguono questa lunghezza d’onda. Si continua a riproporre modelli assolutamente fallimentari, ma vincenti sulla piazza del mercato perché questi modelli presentano costi minori e sembra che fruttino di più. Questo non è vero, ma è quello che succede.

In particolare, quali segnali arrivano dalla zona della sua diocesi?

R.- La situazione, grosso modo, è  sempre la stessa ma con questa variabile: il lavoro, in questo tempo, si è rallentato. E, dunque, i braccianti lavorano anche di meno perché c'è il problema legato alla mobilità, al trasferimento di queste persone dal “ghetto” dove vivono fino al luogo di lavoro. In questi ultimi giorni, si sta riprendendo un po’ il lavoro. Il problema, nelle nostre zone, è che se questi nostri amici non ci danno una mano, i campi si perdono. Si perdono il raccolto e i frutti della terra su cui si è lavorato già molto. Abbiamo bisogno di loro, sono davvero compagni di strada. Abbiamo bisogno che ci diano una mano.

 

A proposito di frutti, lo scorso anno è stato trovato un accordo tra diocesi e comune di San Severo per dare domicilio e residenza ai braccianti agricoli. Quali frutti ha portato questa intesa e quale è oggi la situazione?

R. - Il protocollo è stato firmato lo scorso mese di ottobre. Subito la Caritas e il comune di San Severo si sono messi al lavoro. Poi questa emergenza ha rallentato il lavoro del centro di ascolto perché le richieste, in questo periodo, erano di tutt’altro genere. La cosa sta andando bene. Ma la cosa che più mi fa piacere, sinceramente, è vedere diversi uomini e donne del governo che stanno richiedendo la regolarizzazione degli immigrati presenti. E questo perché abbiamo bisogno di loro. È un piccolo segnale che indica come ci siano altre strade da percorrere nell’integrazione. E non si devono percorrere le vie della separazione e dello sfruttamento. Anche uomini e donne di varie forze politiche, come ci informano anche i giornali, si stanno impegnando perché questo, nel rispetto delle leggi, possa avvenire in tempi brevi. E ci possa essere una promozione delle persone per quello che sono e per quello che fanno.

Il fatto che i braccianti agricoli, anche in questa fase di ripartenza, siano “anelli” necessari può essere un’opportunità per arginare in qualche modo la cultura dello scarto?

R. - Mi auguro di si, ma la cultura dello scarto non è legata solo al mondo dei braccianti agricoli. È legata a qualche angolino oscuro del nostro cuore e della nostra mente. Io mi auguro che si possa andare nella direzione giusta.

In questi giorni, ha sentito i braccianti agricoli della sua zona? Cosa le dicono e quali sono le loro richieste?

R. - Non dicono cose diverse rispetto a quelle che hanno sempre detto. Dicono che sono qui per lavorare, per guadagnare un po' in maniera possibile ed onesta. Hanno spesso famiglie sulle loro spalle che vivono in Africa. E non voglio niente di più che essere riconosciuti come persone e poter lavorare. Mi pare che sia una richiesta assolutamente logica, comprensibile e giusta che vada rispettata.

06 maggio 2020, 10:20