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Gli sfollati interni sono i più a rischio Covid: investire nella pace

Nella conferenza stampa di presentazione del messaggio di Papa Francesco per la 106.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, in prima linea il dramma dei 50,8 milioni di sfollati nel proprio Paese - dai 6,5 della Siria ai 5,5 della Repubblica Democratica del Congo, che fuggono da guerre civili o disastri naturali - con la pandemia che colpisce con il contagio e la fame per la diminuzione degli aiuti

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Ora è il momento di un massiccio investimento nella pace” che è “l’unica soluzione per fermare lo sfollamento forzato delle persone”. Parlano quasi ad una voce sola padre Joseph Cassar, direttore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs) in Iraq, e Amaya Valcárcel, coordinatrice internazionale di advocacy sempre del Jrs, mentre portano in primo piano il dramma di milioni di sfollati interni, al quale Papa Francesco ha dedicato il suo messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Eppure padre Joseph parla da Herbil via Skype, mentre Amaya è nella Sala Stampa della Santa Sede per la conferenza stampa di presentazione del messaggio, sul tema “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”.

Il dramma dei 6,5 milioni di sfollati in Siria

Sei milioni e mezzo in Siria, 5,5 nella Repubblica Democratica del Congo e in Colombia, 4,9 in Venezuela, 1,4 in Iraq e 450 mila in Myanmar: numeri fatti di persone, quei 50,8 milioni di sfollati interni che il Papa denuncia come “dimenticati” nel suo messaggio e che pure sono la maggioranza degli 80,1 milioni di sfollati forzati oggi nel mondo. Poco più di 45 milioni lasciano le loro case e si spostano in un'altra città o regione del loro Stato, per conflitti e violenze, 5,1 a causa di disastri naturali, ricorda il cardinal Michael Czerny, gesuita e sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che introduce la conferenza.

Il terzo messaggio del Papa dedicato agli sfollati

Il porporato sottolinea che questo è il terzo messaggio che il Pontefice argentino dedica alle persone sfollate, dopo quelli del 2014, “Verso un mondo migliore", e del 2017, "Bambini migranti, vulnerabili e senza voce", ma il primo che “si concentra sulla cura pastorale degli sfollati interni”. Il cardinal Czerny spiega che questi messaggi, radicati in più di un secolo di tradizione, “arricchiscono il magistero di Papa Francesco riguardo alle persone più vulnerabili di ogni società: gli scartati, i dimenticati, i messi da parte”.

L'intervento del cardinal Czerny
L'intervento del cardinal Czerny

Czerny: “Sono cittadini di carta”, sradicati nel proprio Paese

Gli sfollati interni, chiarisce infine il sottosegretario, “abbandonando la propria casa e l'ambiente familiare, vivono sradicati all'interno del proprio Stato nazionale, tra i connazionali che possono provare antipatia e risentimento nei loro confronti”. Diventano “cittadini ‘sulla carta’, che non si adattano, anche se hanno molto da offrire”: i loro bisogni, conclude, “richiedono attenzione e sono una nostra responsabilità”, ma in questo momento sembrano esserci “altre priorità”.

Baggio: le sei coppie di verbi della pastorale migratoria

L’altro sottosegretario, lo scalabriniano padre Fabio Baggio, si concentra sull’analisi del messaggio pontificio per sottolineare che Francesco propone una “nuova articolazione dei 4 verbi con i quali ha voluto sintetizzare la pastorale migratoria: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E sintetizza il messaggio in ognuna delle sei coppie di verbi, legate da una “relazione di causalità”.

L'intervento di padre Fabio Baggio
L'intervento di padre Fabio Baggio

Conoscere le loro storie per comprendere i bisogni

Nella prima coppia, “conoscere per comprendere”, per padre Baggio il Papa chiarisce “che gli sfollati interni non sono numeri, ma persone. Solo conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere il loro dramma e i loro bisogni”. E a questa coppia è dedicato il primo video della campagna di preparazione alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, presentato nel corso della conferenza, preparato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

La mancanza di conoscenza porta al pregiudizio

Su questa coppia si sviluppa anche il dibattito con i giornalisti via Skype, con il padre scalabriniano che ha sottolineato che è la mancanza di conoscenza nell’altro a portare al pregiudizio. Amaya Valcárcel porta l’esperienza personale dell’incontro con uno sfollato somalo, nel 1996, alla mensa di Via Dandolo a Roma, gestita dalla Comunità di Sant’Egidio dove era volontaria, quando era studentessa in Legge. “Non sapevo bene cosa fare della mia vita – racconta – e l’amicizia con questo padre di famiglia che mi raccontava del dramma dei suoi cari rimasti nella Somalia in guerra e che cercava di far venire in Italia, mi ha portato ad indirizzare il mio percorso di studi nell’assistenza legale a queste persone, fino all’ingresso nel Jrs”.

L'intervento di Amaya Valcarcel
L'intervento di Amaya Valcarcel

Farsi prossimi per servire, oltre i pregiudizi

Analizzando infatti le altre coppie di verbi fondamentali per una pastorale migratoria, padre Baggio spiega che “sull’esempio del Buon Samaritano” il Pontefice “ci invita a farci prossimi per servire, superando le paure e i pregiudizi che distanziano dagli sfollati interni impedendoci di ‘farci prossimi’ di ciascuno di loro”.

Condividere le risorse: nessuno rimanga escluso

E’ necessario poi un “ascolto umile – prosegue lo scalabriniano - per giungere a una vera riconciliazione, capace di sanare i conflitti che hanno causato la migrazione forzata di tanti sfollati interni”. Per la coppia condividere per crescere, “Papa Francesco richiama l’esempio della prima comunità cristiana, che metteva tutto in comune. Le risorse del mondo sono un patrimonio di tutti gli esseri umani e dobbiamo imparare a condividerle in modo più equo, in modo che nessuno - profugo o sfollato, migrante o rifugiato - rimanga escluso”.

Collaborare per costruire un futuro migliore per tutti

“La vera promozione umana”, continua guardando alla coppia di verbi “coinvolgere per promuovere”, passa per “il coinvolgimento diretto degli sfollati nel loro riscatto”. Infine “collaborare per costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani”, e anche “per l’azione a favore degli sfollati interni è necessario collaborare per costruire un futuro migliore per tutti”.

La nostra precarietà oggi è quella degli sfollati sempre

Il Papa, per padre Baggio, “ci invita a comprendere la nostra precarietà di questi giorni come una condizione costante della vita degli sfollati. Ci incoraggia a lasciarci ispirare dai dottori e dagli infermieri che negli ultimi mesi hanno corso rischi per salvarci. Ci raccomanda di approfittare del silenzio delle nostre strade per ascoltare meglio il grido dei più vulnerabili e del nostro pianeta. Ci sprona a condividere di più, ricordandoci che nessuno si salva da solo”. Infine Francesco “ci rammenta che solo con il contributo di tutto, anche dei più piccoli, è possibile superare la crisi”, ribadendo “che oggi non possiamo permetterci di essere egoisti, perché stiamo affrontando una sfida comune, che non conosce differenze”. Insomma, citando la preghiera del Pontefice che chiude il messaggio, chi accoglie gli sfollati  dovrebbe avere “un po’ della tenerezza” di san Giuseppe  “padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino”.

Valcárcel: i dimenticati, senza diritti e servizi essenziali

Delle drammatiche condizioni delle persone sfollate interne, nei 14 paesi dove il Jrs le assiste, parla Amaya Valcárcel, sottolineando che “devono affrontare sfide simili a quelle dei rifugiati: violazioni dei diritti umani, solitudine e isolamento, difficoltà nell'accesso al cibo, all'alloggio o all'istruzione”. Ma mentre le autorità nazionali hanno la responsabilità primaria della loro protezione, denuncia Valcàrcel, “gli sfollati interni hanno spesso difficoltà ad accedere ai servizi più elementari e ai diritti umani, e rischiano di passare inosservati e di essere completamente dimenticati”.

I 6,5 milioni di sfollati della Siria

Nel suo intervento illustra quindi la situazione degli sfollati in cinque paesi: Siria, Myanmar, Venezuela, Colombia e Repubblica Democratica del Congo. In Siria, dal marzo 2011, per la guerra sono fuggite dalle loro case restando nel Paese più di 6,5 milioni di persone. A molti di loro il Jrs Siria, nato nel 2008 per assistere i tanti rifugiati iracheni, offre assistenza sanitaria, istruzione, protezione dei bambini, formazione per il sostentamento e assistenza d'emergenza, in aree, spiega Amaya, “dove non c'era quasi nessuna presenza umanitaria. Solo ad Aleppo il Jrs ha fornito una media di 18 mila pasti al giorno”.

Nei loro volti, ora,  i segni della fame

Oggi, aggiunge, “al loro dolore si aggiunge una grande povertà e il Covid-19”. L'ottanta per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà, anche a causa “delle sanzioni internazionali, che impattano sulle persone più povere”. E per gli sfollati interni la vita è ancora più difficile, perché molti “devono pagare l'affitto, ma spesso non hanno né acqua corrente né elettricità”. E purtroppo si cominciano a vedere nei volti “di molti sfollati, sia bambini che adulti, i segni della fame”.

La conferenza stampa di presentazione del messaggio del Papa
La conferenza stampa di presentazione del messaggio del Papa

Myanmar: sfollati a rischio pandemia, per il sovraffollamento

In Myanmar, racconta ancora l’avvocata del Jrs, “oggi ci sono più di 450 mila sfollati interni a causa di conflitti etnici” e solo nei primi 4 mesi del 2020, i numerosi scontri tra l’esercito e gruppi etnici armati, soprattutto negli Stati di Rakhine e Kachin, hanno causato la fuga di circa 16 mila persone. “Molte organizzazioni e la Chiesa cattolica – ricorda - hanno chiesto un cessate il fuoco in questo periodo di pandemia”. Anche perché “gli sfollati interni sono maggiormente a rischio di contrarre il virus, poiché vivono in situazioni di sovraffollamento con accesso limitato all'acqua e dove l'assistenza sanitaria è molto precaria”.

Venezuela, fuggiti in 4,9 milioni dalla crisi  

Anche se in Venezuela “è difficile sapere quanti sono gli sfollati interni” la crisi sociale, politica ed economica iniziata nel 2014, riferisce Valcàrcel, “ha causato l'allontanamento di quasi il 15 per cento della popolazione, con il più grande esodo della storia recente dell'America Latina: oltre 4,9 milioni di persone a marzo 2020”.   Lì, spiega, “lavoriamo in rete con la Chiesa locale per l’alimentazione e l’alloggio degli sfollati e per aiutare a far andare i bambini a scuola nonostante l'accesso limitato ai beni di prima necessità”.

Colombia, la pandemia e i danni sugli sfollati

Nella confinante Colombia, che ora è il rifugio di 1,8 milioni di venezuelani, il lungo conflitto tra il governo colombiano e i gruppi di guerriglieri ha lasciato più di 5,5 milioni di persone sfollate. Oggi, denuncia Amaya, “molti di loro sono già cronicamente sfollati all'interno del Paese, avendo sperimentato due, tre o anche quattro fughe dovute alla presenza di bande criminali nelle città”. In Colombia il Covid-19 “colpisce in modo sproporzionato gli sfollati interni, poiché si riflette nella perdita di reddito, nelle restrizioni alla circolazione, nella riduzione dell'accesso ai mercati e alla terra e nell'aumento generale del costo della vita”.

Congo, in fuga dalle violenze per coltan e oro

Nella Repubblica Democratica del Congo, infine, teatro di “uno dei conflitti mondiali più dimenticati”, ci sono oggi 5,5 milioni e mezzo di sfollati interni, per gli scontri, iniziati quasi trent’anni fa, a causa della contesa su risorse minerarie come il coltan o l'oro. “Solo nel 2019, ci sono stati 1,6 milioni di nuovi spostamenti, soprattutto nelle zone ricche del Kivu, nella parte orientale del Paese”.  Gli sfollati interni, chiede il Jrs, “dovrebbero essere inclusi nei piani nazionali di lotta contro Covid-19, compreso l'accesso alle informazioni, ai test e al trattamento”.

La pace unica arma che può fermare lo sfollamento

La speranza è che “la risoluzione della crisi politica nel Paese possa anche portare a una riduzione dei conflitti, della violenza e degli spostamenti”. Per questo, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati si unisce alla richiesta di Papa Francesco “di un cessate il fuoco globale, fatta lo scorso aprile, poiché crediamo che la pace sia l'unica soluzione per porre fine allo sfollamento forzato delle persone”.

Padre Cassar, in Iraq 1,4 milioni di dimenticati

E’ quello che chiede da Herbil anche padre Joseph Cassar, direttore del Jrs in Iraq, dove gli sfollati a causa dell’occupazione dell'autoproclamato Stato islamico, nel 2014, furono circa sei milioni, e oggi nel restano quasi 1 milione e 400 mila, che si sentono “dimenticati”. Padre Joseph approfondisce il caso del Kurdistan iracheno, che ospita poco meno di 320 mila sfollati interni, la stragrande maggioranza Yazidi, sopravvissuti al genocidio dell'agosto 2014. La fuga prolungata, racconta “unita alle limitate prospettive di ritorno nel breve-medio periodo, da’ soprattutto ai giovani, la sensazione di non avere futuro, e questo aumenta l'incidenza dei suicidi”.

Anche rimpatriare dopo anni può essere un trauma

Il Jrs lavora molto anche con i cristiani, ma non solo, recentemente rimpatriati nelle pianure di Ninive. “A più di due anni e mezzo dalla prima grande ondata di rimpatri – racconta padre Cassar -  quella dura esperienza è ancora molto viva nella loro memoria Per i più vulnerabili, il ritorno è vissuto quasi come un’altra fuga”. Tra gli sfollati, le comunità di recente ritorno, le comunità ospitanti “e tutte le persone di buona volontà – conclude - il desiderio di pace non potrebbe essere più forte” dopo quarant’anni di fughe. “Ho incontrato molte persone e famiglie che sono state sfollate cinque, sette, nove volte negli ultimi tre o quattro decenni” e la pandemia sta aumentando il numero già altissimo, oltre 4 milioni, di persone che all'inizio del 2020 avevano bisogno di assistenza umanitaria in Iraq.

Essere angeli che portano gli altri all’incontro col diverso

Il cardinale Czerny conclude che “la paura è l’ostacolo più forte alla fede, e la paura dell’altro, del diverso da noi non si supera con argomenti e concetti, ma con l’incontro”. C’è bisogno, spiega, “di un angelo che ci prenda per mano e ci porti all’incontro che è scoperta dell'altro come fratello e sorella, per far sparire la paura” e noi cristiani possiamo essere questo angelo per chi non crede. Come le associazioni e le parrocchie, “che fanno lo sforzo anche comunicativo di condividere le loro ‘buone pratiche’ per farci capire che le nostre paure sono infondate”.

15 maggio 2020, 12:30