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La testimonianza: io mamma in attesa e le parole del Papa

"Le sue parole mi hanno regalato una carezza sul cuore capace di lenire ansie e preoccupazioni totalmente nuove che il coronavirus sta foraggiando accanto alle inquietudini più ordinarie sullo stato di salute del bambino"

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Mascherina, guanti, gel igienizzante. Cos’altro devo ricordarmi? Ah sì, la distanza sociale. Giusto. Ma basterà un metro? Meglio due? Per non sbagliare direi: più distante possibile da chiunque. E se poi mi contagio? E se il virus raggiunge il mio bambino? Dicono che non ci sia trasmissione diretta, ma non ne sono sicuri. E allora quel neonato finito in terapia intensiva e tutti quei parti prematuri? Ma è proprio necessario uscire di casa per fare quella visita?

Tra qualche giorno entro nell’ottavo mese di gravidanza e prima di imbarcarmi in questa meravigliosa esperienza, in cui la vita la senti pulsare dentro ogni istante, pensavo che le domande e le ansie di una mamma fossero diverse. Pensavo che ogni controllo medico, ogni analisi clinica potesse essere attesa con un po’ di sana apprensione per l’esito, com’è normale che sia, ma anche con tanta gioia ed entusiasmo. E invece l’emozione costante, quella che fa da sottofondo ad ogni visita specialistica, al tempo del coronavirus, è la paura, insieme all’inquietudine, come l’ha definita il Papa stamattina, offrendo nella Messa del mattino tutte le future mamme alle prese con la minaccia quotidiana, fisica e psicologica, del Covid-19.

La preghiera del Papa

Dall’altare di Santa Marta in queste settimane dure di quarantena, bollettini e vittime ad ogni latitudine, Francesco che dal 9 marzo ha deciso di celebrare l’Eucarestia in diretta streaming, ha pregato davvero per tutti: dai medici agli infermieri, dalle signore delle pulizie, a chi lavora nei supermercati e nelle farmacie, dalle suore e preti che donano la vita per accudire i malati fino ai governanti e ovviamente ogni giorno ha presentato a Dio i defunti e quanti, in vario modo, entrano in contatto con questo morbo sconosciuto. Non nego di aver desiderato che pregasse per le future mamme, che invocasse su di noi pace e coraggio e stamattina il Papa ha risposto:

Vorrei che oggi pregassimo per le donne che sono in attesa, le donne incinte che diventeranno mamme e sono inquiete, si preoccupano. Una domanda: “In quale mondo vivrà mio figlio?”. Preghiamo per loro, perché il Signore dia loro il coraggio di portare avanti questi figli con la fiducia che sarà certamente un mondo diverso, ma sempre sarà un mondo che il Signore amerà tanto.

Dio non lascia soli

Le sue parole mi hanno regalato una carezza sul cuore capace di lenire ansie e preoccupazioni totalmente nuove che il coronavirus sta foraggiando accanto alle inquietudini più ordinarie sullo stato di salute del bambino. Sono arrivate, come l’abbraccio di un padre con la forza di quel “non temere” che l’Arcangelo dice alla Madonna, rassicurandola di aver trovato grazia presso Dio o l’altro non temere, anzi il “non abbiate paura”, che il giovane vestito di bianco rivolge a Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome giunte al sepolcro tristi e sconsolate per imbalsamare il corpo di Gesù, che invece non è più lì, è risorto.

Le routine che cambiano

Un mondo diverso, in verità, me lo immagino quasi come prima, in un impeto di nostalgia. Un ritorno alla normalità dove però i rapporti con gli altri, consolidati da mesi di isolamento forzato, diventino oasi dell’amore di Dio che circola e che produce frutti di bene. Me lo immagino con le routine al loro posto, coi nonni che giocano coi nipoti. E invece oggi i nonni li salutiamo dal balcone perché andarli a trovare è troppo rischioso. Oggi entri in clinica o in ospedale per una visita di controllo per la gravidanza e ti danno nuovi guanti da mettere sopra i tuoi. Una cuffia per i capelli, i copri-scarpa monouso. E poi c’è un medico, bardato come un palombaro, che in un lungo triage ti misura la temperatura, si accerta del tuo stato di salute e dei tuoi eventuali contatti con persone infette. E quando finalmente hai il via libera per recarti al piano, aspetti senza una mano da stringere, e non ti accorgi nemmeno che, sotto la mascherina, stai trattenendo il fiato, come a voler fare ancora più scudo contro il nemico invisibile.

Non cedere alla solitudine

A casa ovviamente è diverso. Ci sentiamo più protette: si lavora, si legge, si cucina.  Cerchiamo un corso pre-parto on line, facciamo la lista delle cose da portare in ospedale, ma poi si insinua l’idea che forse saremo sole ad affrontare il parto e che nessuno potrà venirci a trovare. E così c’è un altro mostro che arriva a popolare la quarantena, quello della solitudine. E pensi che non è giusto, che vorresti condividere questo momento con la famiglia, con gli amici. Certo ci sono le video-chiamate, i social, ma non è lo stesso. Attraverso lo schermo non si possono sentire i suoi calci né le sue carezze, e la voce degli zii, dei cugini, di nonno o di nonna non si distingue poi così bene. Eppure Francesco ci spinge a non cedere alla solitudine ad avere speranza che Dio continua ad amare il mondo  nonostante tutto, continua a prenderci in braccio mentre attraversiamo il fuoco. E io mi sento presa in braccio, ancor più sollevata nello spirito e nella fede dopo aver scoperto di essere nei pensieri del Papa. 

La fede dei gesti

Oltre alla preghiera del Pontefice, mi colpisce il suo metterci in guardia, nell’omelia di oggi, dal rischio di coltivare una fede gnostica, senza comunità e contatti umani reali, vissuta solo attraverso lo streaming che “viralizza” i sacramenti. Per quanto partecipare ad una celebrazione attraverso i media, in questo tempo, sia ritenuta una “grazia”, ammetto di avere anche io nostalgia della familiarità concreta propria di ogni comunità cristiana, e della condivisione dell’Eucarestia col “Santo Popolo di Dio”.

La fede alimentata virtualmente aiuta, ma forse a sedare la tempesta di noi mamme in attesa, aiuterebbe più ricevere una benedizione sul pancione. Il Papa lo fa sempre dopo le udienze generali incontrando i novelli sposi. Lì dove c’è un pancione si avvicina col sorriso, allunga la mano, chiede il nome del piccolo e poi prega perché sia sano, si rivolge a lui come se lo vedesse, rassicura i genitori con le parole di un padre, certo che la vita vince su ogni morte, anche su questa diffusa e incontrollata della pandemia. 

17 aprile 2020, 15:31