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Come Mosè il cristiano difende i deboli dal disprezzo dei "faraoni"

Alla terza meditazione degli Esercizi spirituali della Curia Romana ad Ariccia, il predicatore padre Bovati riflette sul dilagare odierno del rifiuto di Dio in nome della rivendicazione del diritto a scegliere da sé. Una resistenza su cui la Chiesa, dice il teologo, deve interrogarsi per comprendere le proprie responsabilità

Con Mosè diciamo no al «modello faraonico che teorizza che il bene è il bene degli egiziani, in funzione del quale tutti gli altri devono prodigarsi: prima e solo l’Egitto. Ma il Dio di Israele è promotore di un radicale mutamento di prospettiva  quando fa emergere il diritto degli stranieri, degli oppressi, degli sfruttati, in favore del quale il sistema dovrebbe operare quale manifestazione suprema dello Spirito, che ribalta i valori». Sembra scritto oggi il libro dell’Esodo che padre Pietro Bovati sta rileggendo, con il Vangelo di Matteo e i salmi, durante gli esercizi spirituali ad Ariccia per la Curia romana. Ed è «dal far resistenza alla grazia, dall’opporsi allo Spirito», che il predicatore ha messo in guardia nella terza meditazione, tenuta martedì mattina, 3 marzo.

«Il linguaggio dello Spirito», ha affermato il predicatore, è: «prima gli altri, prima gli ultimi; e la resistenza alla grazia si esprime proprio nel respingere questo rovesciamento di valori di cui parlano i profeti, che si rivolgono sempre agli ultimi, ai diseredati, ai sofferenti, come annuncio di quella grazia che viene a liberare i prigionieri». Attualizzando la vicenda di Mosè, «mandato a liberare gli oppressi», padre Bovati ha fatto notare che il faraone — con l’arrogante dichiarazione: «chi è il Signore?» — «è l’incarnazione del potere come potenza distruttrice nei confronti degli oppositori». Ma «tutto ciò presenta riscontro nella realtà contemporanea — ha spiegato — e va rimarcato perché è fonte di grandi sofferenze per gli uomini; ed è principio di persecuzione per coloro che disapprovano i sistemi tirannici».

Attenzione a rispondere con le stesse armi dei “faraoni” di oggi. Infatti «ogni forma di orgogliosa prepotenza — ha affermato il predicatore — dovrà essere bandita totalmente dal nostro vivere, lasciando spazio alla mitezza, al martirio. E qui si annida una domanda sul peccato che, a volte, è presente anche nelle nostre strutture»; ed è appunto la tentazione di «combattere mediante la forza, l’intrigo, il denaro, l’occupazione di spazi, la conquista e le sudditanze». Ma «ciò che è dello spirito del mondo non deve mai essere lo Spirito del Signore». «Nell’epoca moderna — ha riconosciuto padre Bovati — si è sviluppata una diversa forma di arroganza che rifiuta l’obbedienza a Dio e ai suoi profeti. Questa è senza apparati di ricchezza, cultura, potere coercitivo, ma prende invece la forma orgogliosa che è rivendicata dal singolo, semplicemente in nome del diritto all’autodeterminazione, alla libertà di scelta, al personale arbitrio». In fin dei conti è un «rifiuto di Dio come affermazione scontata di ateismo, considerata quasi come l’unica opzione ragionevole, come indifferenza religiosa, come relativismo etico e come ogni altro stile di vita che diventa assolutizzazione del proprio sentire, della propria opinione, delle proprie scelte». Opporsi a questa mentalità per il cristiano significa oggi più che mai emarginazione.

Nella società odierna, ha proseguito il predicatore, c’è il «dilagare di un’ideologia opposta all’obbedienza al Signore». E questo avviene proprio in Occidente», dove «si è sviluppato un progressivo allontanamento da Dio, dalla fede cristiana, dall’obbedienza all’insegnamento della Chiesa». Si tratta di «un fenomeno su cui ci interroghiamo per capire le cause di una simile resistenza e rifiuto della grazia». Con sincertà occorre «chiederci se anche in noi vi è una qualche responsabilità, se il nostro modo di essere nei confronti degli altri non sia marcato dal formalismo, cioè da un’attenzione all’esteriorità delle cose, alla materialità delle pratiche, senza un’intima comprensione della norma stessa». «Vi è poi un’altra, complessa, modalità di resistenza alla grazia — ha aggiunto il gesuita — ed è quella di coloro che, come il faraone, si ergono a paladini dell’ordine costituito, della forma canonizzata della legge, della prassi vigente, ritenuta la sola perfetta e immutabile espressione del bene, e perciò si oppongono ai cambiamenti richiesti dai profeti, disprezzati con titoli insolenti come “pazzo, visionario, indisciplinato, turbolento, eretico”». Del resto, ha rilanciato padre Bovati, «non basta appellarsi alla tradizione, a ciò che si è sempre fatto, a ciò che nel passato era considerato valido», respingendo «i fermenti di riforma, di rinnovamento teologico e istituzionale», e biasimando «a priori le proposte di cambiamento nei vari ambiti della vita della Chiesa, nella liturgia, nella prassi catechetica, nella pastorale».

Tornando al racconto dell’Esodo, il predicatore ha fatto notare che «il faraone non si accontenta di respingere le richieste di Mosè», ma coglie l’occasione «per esacerbare le condizioni lavorative degli ebrei e interpreta la domanda di libertà come espressione di pigrizia». E nell’«aggressione verbale» del faraone «si manifesta il disprezzo, il non accettare il dialogo che è manifestazione della resistenza alla grazia». C’è poi da rilevare che «il peccato consiste anche nell’assolutizzazione del sistema produttivo come unico valore». E padre Bovati ha indicato pure «la tentazione del quieto vivere, l’accettazione anche del sopruso che è ritenuto preferibile al coraggioso atto liberatorio», con i tutti i rischi connessi. Tanto che persino il profeta rischia di perdere la sua forza.

La parabola evangelica del seminatore, ha concluso il predicatore consegnando ai presenti il salmo 78 per la preghiera, «ci mostra la forza della parola di Dio ma anche le resistenze che si determinano». È «la resistenza alla grazia che prende la forma della gelosia nei confronti di chi ha un dono più grande del nostro; oppure dell’orgoglio, pensando che noi siamo migliori degli altri perché produciamo più frutto». Ma, ha aggiunto, «accontentarsi di produrre qualche frutto, di fare un po’ di bene, presentato magari come forma di modestia e di umiltà, dovrebbe essere riconosciuto come un’insidiosa resistenza alla grazia che spinge invece a un amore e a un servizio di crescente donazione».

03 marzo 2020, 13:50