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La globalizzazione e il rischio dell’omogeneità culturale

Nel discorso alle autorità del Madagascar Francesco sintetizza il suo messaggio sociale su responsabilità politica, povertà, cura del creato e dovere di rispettare i valori peculiari dei popoli

ANDREA TORNIELLI

Quello pronunciato la mattina del 7 settembre 2019 nel palazzo presidenziale di Antananarivo davanti alle autorità politiche del Madagascar è uno dei discorsi che meglio sintetizzano il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa arricchita dai documenti del magistero di Francesco. Percorrendo le strade della capitale il Papa ha potuto vedere con i propri occhi la povertà diffusa, le baracche, i bambini chinati ad impastare mattoni. Ma ha anche visto la gioia di un popolo, a testimonianza del fatto che non si possono sempre calcolare le statistiche sulla base degli standard dei consumi occidentali.

Francesco, nel suo intervento, ha innanzitutto richiamato alla responsabilità della politica, che ha la missione di servire e proteggere i propri concittadini, «in particolare i più vulnerabili» e i più poveri, promuovendo uno sviluppo dignitoso e giusto, cioè «integrale», e non soltanto economico. Ha invitato a combattere corruzione e speculazione, che «generano sempre condizioni di povertà disumana». Quindi ha ricordato la bellezza e la ricchezza di risorse naturali dell’isola più grande del Continente africano, minacciata dal bracconaggio e dalla deforestazione. Ha ribadito che crisi ambientale e crisi sociale sono intrinsecamente legate, anzi sono una stessa, complessa crisi, come insegna proprio l’enciclica Laudato si’. E ha spiegato però che non vi può essere vera tutela dell’ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra: non devono e non possono essere i poveri a pagare il prezzo delle politiche di salvaguardia ambientale.

Infine, un significativo passaggio è stato dedicato dal Papa alla globalizzazione e al rischio che in Paesi come il Madagascar l’aiuto allo sviluppo fornito dalle organizzazioni internazionali, in nome di «una presunta “cultura universale” che disprezza, seppellisce e sopprime il patrimonio di ogni popolo», finisca per omogeneizzare peculiarità, valori, stili di vita e culture. Servono invece processi rispettosi delle priorità e degli stili di vita originari dei popoli, facendo in modo che sia il popolo stesso a diventare artefice del proprio destino.
 

07 settembre 2019, 13:16