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L’arcivescovo di Rabat: insieme all’islam per un mondo più misericordioso

Mons. Cristobal Lopez Romero fa un primo bilancio del viaggio di Papa Francesco in Marocco: “Basta coesistenza e tolleranza, con i musulmani dobbiamo passare all’amicizia e a costruire insieme la fraternità universale, partendo da qui. E cambiare il sistema economico perché la gente non sia più costretta a migrare”

Alessandro Di Bussolo - Rabat

Parole e gesti che restano e danno frutto: Papa Francesco è appena partito dall’aeroporto e l’arcivescovo di Rabat, lo spagnolo Cristobal Lopez Romero, ci riceve nel suo semplice e indaffarato studio, alle spalle della cattedrale. “Sono molto contento e grato a Dio. Con quello che hanno detto il Re Mohammed VI e il Papa possiamo fare un passo in avanti, dalla coesistenza e tolleranza, che il Re alla spianata ha riconosciuti non bastare più, all’amicizia, a costruire insieme la fraternità universale, partendo da qui, dal Marocco”. E sul proselitismo, additato dal Papa in cattedrale, l’arcivescovo sottolinea: “Non ci interessa, non vogliamo aumentare i clienti della Chiesa, ma che cresca il Regno di Dio, che cresca la pace, il rispetto della vita, l’amore, la verità. Coi musulmani lavoriamo insieme per un mondo nuovo, misericordioso”.

Ascolta l'intervista a mons. Romero

R. – Sono molto contento, sono molto grato a Dio per questa grazia che è caduta sulla nostra Chiesa del Marocco. Sono molto grato a tutti coloro che hanno reso possibile questa visita. Penso che ci siano due aspetti per i quali bisogna ringraziare. Il primo è la partecipazione e il coinvolgimento di tutti; Sua Maestà il Re, le autorità marocchine, la comunità cristiana, il popolo marocchino: tutti hanno partecipato con un entusiasmo e una gioia notevoli. Il secondo aspetto riguarda la profondità e la qualità dei messaggi: sia i quattro discorsi del Papa sia il messaggio di Sua Maestà il Re alla Tour Hassan, che è degno di essere studiato ed applicato. Sono messaggi validi non solo per il Marocco, ma per il mondo intero e per la Chiesa universale.

Quali frutti ora vi aspettate concretamente nei settori un po’ più delicati come il dialogo con i musulmani, ma anche la vita dei migranti e la vita della Chiesa?

R. – Iniziamo con il dialogo interreligioso, islamico-cristiano: pensiamo che, con quello che hanno detto il Re e il Papa, possiamo fare un passo in avanti. Fino ad ora si parlava molto di “coesistenza” e di “tolleranza”, ma il Re ha detto che la tolleranza “è poco”. Io questo lo dicevo anche dopo un anno: cioè che dobbiamo passare all’amicizia, alla conoscenza mutua, all’arricchimento reciproco e a fare delle opere insieme: a costruire insieme la fraternità universale cominciando da noi. Dobbiamo fare un salto qualitativo nel dialogo islamico-cristiano: questo non so se sapremo farlo, ma è il nostro lavoro a partire da questo momento. Per quanto riguarda i migranti, continuiamo sulla stessa linea perché il Papa ci ha ribadito i quattro verbi che conoscevamo: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”; e dobbiamo studiare come andare avanti in questa strada. Parlando dell’Europa e del mondo intero: bisogna cambiare il mondo! Questa situazione, di persone che migrano in condizioni che non sono umane, non si risolve semplicemente con misure poliziesche o amministrative: bisogna aprire i cuori, è necessario che le porte siano aperte dopo aver aperto i cuori. E bisogna cambiare le leggi del commercio internazionale, il sistema economico, affinché ciascuno possa restare nel proprio Paese e non sia obbligato a lasciare lo stesso a causa della guerra o per ragioni economiche. Migrare è un diritto, ma deve potersi fare in una forma ordinata e rispettosa dei diritti umani.

Oltre al problema dei migranti, il Papa ha fatto riferimento anche alle difficoltà per i poveri del Marocco. E quindi su questo può crescere la cultura della misericordia che non faccia guardare all’altro con indifferenza, come ha detto alla Messa? Questo può essere anche un cammino comune con i musulmani?

R. – Ovviamente: è un cammino comune già in questo momento. Lavoriamo per l’educazione, per la salute pubblica, per la promozione della donna, tutti insieme, musulmani e cristiani, e questo deve continuare. Ma la misericordia non è un fine in sé stessa: è il cammino per arrivare a vivere come fratelli e sorelle. Questo è l’ideale: ogni uomo è mio fratello - dobbiamo ancora ribadirlo perché viene da lontano -, ma non lo crediamo molto, non lo mettiamo in pratica. Ogni uomo è mio fratello. La mia casa è il mondo. La mia famiglia è l’umanità. Sono degli slogan, ma degli slogan che ci portano verso l’utopia di una fraternità o fratellanza universale, come vuole il Papa.

Ultimo tema: il proselitismo. Il Papa vi ha fatto riferimento oggi in cattedrale, parlando ai religiosi e al clero ma c’è ancora paura nel mondo musulmano per il proselitismo dei cristiani, dei cattolici…

R. – Perché ci sono cristiani che non capiscono questo aspetto: la Chiesa non vuole fare proselitismo. Già Benedetto XVI diceva: “La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, per testimonianza”. Per questo noi siamo “comodi” qui in Marocco, dove il proselitismo è interdetto, perché noi non vogliamo fare del proselitismo. Il nostro obiettivo non è “aumentare i clienti della Chiesa”: il nostro obiettivo è il Regno di Dio, che la pace cresca, che ci sia più fraternità, rispetto della vita, più amore, più verità. Allora, il Regno di Dio è già presente ma deve crescere molto. I musulmani non parlano del Regno di Dio – è una categoria cristiana –, ma lavoriamo insieme per un mondo nuovo, misericordioso, dove la misericordia sia la base delle relazioni umane. E questo darà la possibilità di vivere in fraternità. Penso che il Marocco un giorno scoprirà anche che i cristiani, almeno noi cattolici, non abbiamo questo obiettivo, anche se penso che lo abbiano già scoperto perché ci rispettano molto, ci stimano e ci danno una mano quando abbiamo bisogno.
 

01 aprile 2019, 08:10