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Papa: la ricchezza del cristiano, partecipare della compassione del Padre

Non bisogna cadere nella tentazione dell’odio e della divisione. Contemplando il cuore del Padre, possiamo vivere da fratelli e non da nemici. E’ uno dei passaggi forti dell’omelia del Papa alla Messa in Marocco, che conclude questo 28.mo viaggio apostolico.

Debora Donnini – Città del Vaticano

E’ la commozione per il ritorno del figlio che era perduto il punto di partenza dell’omelia del Papa durante la Messa al Complesso Sportivo Principe Moulay Abdellah, a Rabat. L’abbraccio alla piccola comunità cattolica in Marocco – presenti alla Messa circa 10mila fedeli di 60 nazionalità - è l’ultima tappa di questo viaggio di due giorni, scandito da un dialogo di fraternità con i musulmani e dal forte incontro con i migranti, e oggi da quello con i cattolici, come sempre una grande festa di gioia con il Successore di Pietro. Ad accompagnare la Celebrazione Eucaristica, il coro composto di 500 membri provenienti dai cori parrocchiali del Paese. Al centro una riproduzione della Croce del monastero di Tibhirine. 

Figli amati dal Padre, non classificazione in base e condizione morale o sociale

Nell’omelia, pronunciata in spagnolo, il Papa indica ai cristiani la strada da proseguire, che è quella espressa dalla parabola del Figliol prodigo: partecipare dell’amore del Padre verso il figlio che torna, e vivere da fratelli, non da nemici, facendo delle proprie comunità oasi di misericordia e proseguendo in un dialogo di fraternità con i musulmani. “Tutto ciò che è mio è tuo”, dice il Padre al figlio maggiore, che però è incapace di prendere parte alla festa per il ritorno del fratello, preferendo l’isolamento e l’amarezza all’incontro.

«Tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31), dice il padre al figlio maggiore. E non si riferisce solo ai beni materiali ma al partecipare del suo stesso amore, della sua stessa compassione. Questa è la più grande eredità e ricchezza del cristiano. Perché, invece di misurarci o classificarci in base ad una condizione morale, sociale, etnica o religiosa, possiamo riconoscere che esiste un’altra condizione che nessuno potrà cancellare né annientare dal momento che è puro dono: la condizione di figli amati, di figli attesi e festeggiati dal Padre.

Non ridurre l’essere figli a leggi e proibizioni

È proprio in questa dinamica di partecipazione all’amore del Padre, che si dipana l’omelia:

 «Tutto ciò che è mio è tuo», anche la mia capacità di compassione, ci dice il Padre. Non cadiamo nella tentazione di ridurre la nostra appartenenza di figli a una questione di leggi e proibizioni, di doveri e di adempimenti. La nostra appartenenza e la nostra missione non nasceranno da volontarismi, legalismi, relativismi o integrismi, ma da persone credenti che imploreranno ogni giorno con umiltà e costanza: “Venga il tuo Regno”.

Il mistero della nostra umanità

Sulla soglia di quella casa si “manifesta il mistero della nostra umanità”, rimarca: da una parte la festa per il figlio ritrovato, che aveva sperimentato miseria e dolore e, dall’altra, “un certo sentimento di tradimento e indignazione” per il fatto che si festeggiava il ritorno del fratello. In fondo, il fratello maggiore non riesce ad accettare di avere un padre “capace di sentire compassione” e di perdonare, di vegliare perché nessuno rimanga escluso. Questa, nota il Papa, è una tensione “che si vive tra la nostra gente e nelle nostre comunità”, persino “all’interno di noi stessi”. Bisogna quindi guardarla in faccia. Sulla soglia di quella casa, dunque, appaiono divisioni, scontri e aggressività, che “percuoteranno sempre le porte dei nostri grandi desideri, delle nostre lotte per la fraternità”, ma anche su quella soglia “brillerà con tutta chiarezza, senza elucubrazioni né scuse” il desiderio del Padre “che tutti i suoi figli prendano parte alla sua gioia” e che nessuno viva “in condizioni non umane” e nemmeno, d’altra parte, nell’isolamento e nell’amarezza.

Contemplando il cuore di Dio, capaci di essere fratelli, senza oscurare differenze

“Il suo cuore vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità”, sottolinea il Papa notando che sicuramente sono tante le circostanze che possono alimentare la divisione e il conflitto perché ci “minaccia sempre la tentazione di credere nell’odio e nella vendetta come forme legittime per ottenere giustizia in modo rapido ed efficace”. Ma alla fine odio e divisione “non fanno che uccidere l’anima della nostra gente”.

Perciò Gesù ci invita a guardare e contemplare il cuore del Padre. Solo da qui potremo riscoprirci ogni giorno come fratelli. Solo a partire da questo orizzonte ampio, capace di aiutarci a superare le nostre miopi logiche di divisione, saremo capaci di raggiungere uno sguardo che non pretenda di oscurare o smentire le nostre differenze cercando forse un’unità forzata o l’emarginazione silenziosa. Solo se siamo capaci ogni giorno di alzare gli occhi al cielo e dire “Padre nostro” potremo entrare in una dinamica che ci permetta di guardare e di osare vivere non come nemici, ma come fratelli.

Il Papa conclude sottolineando come la parabola abbia un finale aperto forse – suggerisce – con lo scopo che ciascuno di noi “possa scriverlo con la sua vita”. Quindi, rivolgendosi direttamente ai cristiani presenti in queste terre, li ringrazia per la testimonianza che danno del Vangelo e li incoraggia a far crescere la “cultura della misericordia”, in cui nessuno giri lo sguardo di fronte alla sofferenza dell’altro. Bisogna rimanere vicini a poveri, abbandonati e rifiutati, in una parola bisogna essere segno dell’abbraccio del Padre. “Che il Misericordioso e il Clemente – come tanto spesso lo invocano i nostri fratelli e sorelle musulmani – vi rafforzi e renda feconde le opere del suo amore”, conclude Francesco per poi, dopo la Messa, nel saluto finale, incoraggiare di nuovo i cattolici del Marocco a perseverare sulla via del dialogo fra cristiani e musulmani e collaborare perché questa fraternità si renda visibile, universale, perché ha la sua fonte in Dio, in modo da  essere quei “servitori della speranza di cui il mondo ha tanto bisogno”. 

Mons. López Romero: costruttori di ponti

Un impegno a proseguire nella strada di “costruttori di ponti” che è risuonato nelle parole di mons. López Romero arcivescovo di Rabat che, nel suo saluto al termine della Messa, ha ben espresso l’intenzione della piccola comunità cattolica del Marocco: “essere un ponte tra musulmani e cristiani, tra Nord e Sud, tra Europa e Africa”.

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Le più belle foto della Messa a Rabat
31 marzo 2019, 16:34