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Esercizi spirituali. Abate Gianni: città e civiltà siano dimora di Dio

Con la meditazione di questa mattina alla Casa del Divin Maestro di Ariccia, per il Papa e la Curia romana, terminano gli Esercizi spirituali predicati, a partire da domenica scorsa, dall'abate di San Miniato al Monte, Bernardo Francesco Maria Gianni. Tema di oggi: "La città posta sul monte", ancora permeato di riferimenti alla poesia di Mario Luzi e al sogno politico di Giorgio La Pira per una città e una civiltà tra terra e cielo

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

"Mi sono permesso di invitare tutti voi sulla collina ad oriente di Firenze, consacrata da secoli e secoli alla venerazione del protomartire armeno Miniato; perché da lassù è possibile uno sguardo veramente di grazia, di gratitudine, di mistero sulla città di Firenze": aveva esordito così domenica scorsa introducendo gli Esercizi spirituali, il predicatore benedettino che in questa settimana ha condotto il Papa e la Curia ad una riflessione sulla città di Firenze, le città del mondo, la famiglia umana che esse simbolicamente rappresentano, tra desiderio di Dio e sfide del nostro tempo.

Meta dell'umanità è la comunione con Dio

E nella meditazione di oggi il padre benedettino riprende quell'immagine di "città sul monte" attraverso le parole dell'Apocalissse 21 che cantano "l’Epifania del fine di tutta la storia dell’umanità", la "nuova Gerusalemme" "dimora di Dio con gli uomini" in cui "non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno, perchè le cose di prima sono passate". E il pensiero di fondonon solo è rilanciare questa "promessa certa della comunione con Dio"- la speranza che Dio riserva all'umanità intera facendosene compagno di viaggio- ma anche rimarcare l'impegno, come Chiesa e comunità, a far diventare la città "famiglia di famiglie" e il Vangelo "lievito" in essa.   

E’ interessante, ci dice Papa Francesco, che la Rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizzi in una città, l’esordio in un giardino, il compimento pieno è in una città, segno che la vera vocazione e il vero mistero di una città, per far nostre ancora una volte le bellissime parole di Giorgio La Pira, inaugurando il quartiere dell’isolotto è quella comunione di relazione che fa diventare una città famiglia di famiglie. In questa prospettiva il compito grande che resta al popolo santo di Dio, ai suoi pastori, a tutti coloro che avvertono la bellezza affidabile, plausibile, ragionevole, di un fine così pieno di senso che Apocalisse oggi ci rivela è un in certo senso misurare la distanza fra qui e quel tempo futuro promesso dal Signore, esiste un solo metro, una sola misura, ce lo dice con grande passione il nostro sindaco, il filtro - egli dice - attraverso il quale devono essere filtrati tutti i problemi umani collettivi storici, in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione storica. Eccolo qui, la parola viva di Dio, il metro, eccolo, la Sacra Scrittura.

Misurare il presente dunque, col metro della parola di Dio, quindi con speranza - afferma l'abate -  "allargare" e "allungare" lo sguardo verso la Gerusalemme che il Signore con la "parola di Vita" ci dà "la possibilità di attuare qui e ora".  

Questo sguardo sul futuro è uno sguardo escatologico che nella urbanistica di Firenze si adempie proprio con la presenza silenziosa e davvero colma di luminosa bellezza della nostra basilica perché chiunque alzando lo sguardo veda ad oriente della città scendere dal cielo la Gerusalemme celeste posta oltre le mura trecentesche con le quali Firenze si è difesa a dire che c’è una città ulteriore, non costruita da mani d’uomo le cui fondamenta sono invisibili tutte nel mistero dell’amore di Dio. E questo futuro deve ispirarci.

 

La speranza va donata

Ancora Giorgio La Pira, ispiratore, insieme alle Sacre Scritture, di queste meditazione quaresimali, lo scriveva: "La realtà futura, cioè la persona umana risorta, la società umana risorta e cioè la Gerusalemme celeste, il cosmo risorto, nuovi cieli e nuove terre, è il modello sul quale va modellata la realtà presente". E la Gaudium et Spes continua con l'insegnarci che, afferma l'abate di San Miniato, "l’attesa di una terra nuova non deve indebolire piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente", "sulla quale devono collocarsi i nostri piedi per passi di fede, di speranza, di amore, di responsabilità e di comunione, con i gesti di quelle mani che abbiamo già evocato perché si stringano agli altri e di fatto con questa mistica comunione essere il segno la prefigurazione, l’abbozzo della grande speranza che il Signore riserva per l’umanità intera,che non possiamo e non dobbiamo né smentire col calcolo dei nostri individualismi". E’ questo "l’orizzonte della Chiesa", indica il predicatore benedettino  -  e "dell'intera famiglia umana".

Noi che senza merito per grazia e per mistero abbiamo ricevuto questa consapevolezza come non contagiare di speranza quanti invece ne sono in qualche modo inconsapevoli. Allora, una parola di speranza voglio che risuoni in questa conclusione, una parola che ci dona Papa Francesco: “E’ vero tante nostre città offrono e generano sensazioni di sradicamento che favoriscono – egli ci avverte nel numero 19 – per i tanti problemi della città, della megalopoli contemporanea, comportamenti antisociali e di violenza”, aggiungerei di paura, come è successo in Nuova Zelanda. “Tuttavia – ci dice Papa Francesco – mi preme ribadire che l’amore è più forte. Tante persone in queste condizioni sono capaci, nonostante tutto di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in una esperienza comunitaria, in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo. La Chiesa non può dispensarsi da essere fermento, testimonianza autentica e credibile di questo processo di amore, che accade nelle città se le sappiamo guardare con quell’occhio contemplativo che lo stesso Evangelii gaudium che Riccardo di San Vittore, che Giorgio La Pira, che Mario Luzi, ci stanno insegnando in questi giorni.

Carità, misericordia e comunione, sono questi i doni, rimarca padre Gianni, "che il Signore affida alla sua Chiesa, per vie insondabili fa arrivare certamente a uomini e donne di buona di volontà". Sta a noi, è il suo richiamo, fare in modo che le nostre città e le nostre civiltà accolgano Dio, "nella misura in cui, per prima la Chiesa" lo fa; sta a noi comunità di cristiani sentirci "realmente e intimamente solidali con il genere umano e con la sua storia", con le sue afflizioni, le sue sofferenze, le sue disperazioni. D'altra parte, afferma padre Gianni, anche a giustificare il tema scelto delle meditazioni in un periodo di silenzio e ritiro, le sole "spiritualità" destinate a sopravvivere - lo diceva Paul Ricoeur - sono quelle che danno un "senso alla esistenza materiale, al mondo tecnico e alla storia".

Il Vangelo sia città

"Che il Vangelo - unico lievito che fermenta la massa si legge in Evangelii Gaudium 237- sia città": questa è la sfida "difficile" e "mirabile che lascio nel cuore di ciascuno di voi", conclude il bendettino, invitando il Papa e la Curia a visitare San Miniato non prima però di aver augurato a tutti un buon rientro a Roma animati da una passione:

"Lucrare animas”, dice San Benedetto nella Regola per il maestro ed i novizi che deve anche lui, come San Giovanni Crisostomo, guadagnare le persone, perché non siano perse anche grazie alla nostra indifferenza. È quello che è successo anche al Bernardo, santo di cui porto indegnamente il nome – San Bernardo Tolomei, fondatore della famiglia monastica cui per grazia appartengo. Egli si è ritirato sì nel deserto di Monte Uliveto, ma quando la peste infierisce nella città di Siena egli, senza esitazione, lascia il deserto di Monte Uliveto e va nel deserto della città per portarvi amore, consolazione, aiuto a tutti i cittadini, morendo lì, di peste, come martire della carità. Una testimonianza che assimilo volentieri per l’altro martirio – quello dei martiri di Tibhirine – l’”essere con”, il ministero dello “stare con”, il ministero del diventare nel cuore della città un segno riflesso di quella comunione che il Signore in realtà non si stanca di donarci.

 

15 marzo 2019, 11:30