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Siria. Card. Zenari: in guerra, tutti sono perdenti

Il nunzio apostolico in Siria, cardinale Mario Zenari, commenta le parole che Papa Francesco ha pronunciato sul conflitto siriano al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in occasione della presentazione degli auguri per il nuovo anno

Barbara Castelli – Città del Vaticano

Nella guerra che da otto anni sconvolge la Siria, “quelli che pagano il conto più alto sono i civili”, soprattutto “bambini e donne”. Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, traccia un bilancio della situazione nel Paese, dopo l’ennesimo appello di Papa Francesco affinché la comunità internazionale “favorisca una soluzione politica ad un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti”. “La comunità internazionale – ha detto lunedì il Pontefice ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede – è chiamata a dare voce a chi non ha voce”. Purtroppo, rimarca il porporato, proprio nel giorno in cui il portavoce della coalizione internazionale anti-Is, colonnello Sean Ryan, ha annunciato che è iniziato il ritiro militare degli Stati Uniti, “il capitolo guerra non è ancora terminato”. Ci sono, infatti, “zone in cui avvengono degli scontri” e talune preoccupano per “quello che potrebbe succedere”: la “provincia nord-occidentale di Idlib, la zona nord, lungo il confine con la Turchia, e ancora la zona nord-est”.

Le condizioni umanitarie sono drammatiche

Pur se con qualche segno di speranza e di ritorno alla normalità, il cardinale Mario Zenari precisa che la situazione, soprattutto per la popolazione civile, resta molto critica. Oggi Save the Children ha denunciato che le piogge torrenziali che si sono abbattute sulla provincia di Idlib stanno avendo ripercussioni gravissime sulla vita di oltre 11 mila bambini nei campi per sfollati. Preoccupa sempre, ricorda ancora il nunzio apostolico in Siria, la situazione di quanti hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni, i propri villaggi. “Dodici milioni di siriani – precisa – vale a dire la metà della popolazione, è tuttora fuori dalle proprie case”: di questi “circa 6 milioni e mezzo sono sfollati interni, più volte sfollati”, e “circa 5 milioni e mezzo sono rifugiati nei Paesi circostanti”. Paesi per i quali Papa Bergoglio ha espresso riconoscenza, auspicando “che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate”.

Diritto umanitario calpestato

“E’ fondamentale – ha sottolineato il Pontefice lo scorso 7 gennaio – che cessino le violazioni del diritto umanitario, che provocano indicibili sofferenze alla popolazione civile, specialmente donne e bambini, e colpiscono strutture essenziali come gli ospedali, le scuole e i campi-profughi, nonché gli edifici religiosi”. In questi otto anni di conflitto, insiste il cardinale Mario Zenari, la popolazione non è stata protetta, così come stati colpiti molti ospedali: “secondo l’Oms, il 54% degli ospedali pubblici in Siria o sono completamente chiusi o sono solo parzialmente operanti”. Il porporato riconosce che una “soluzione politica” è difficile da raggiungere, ma auspica almeno la completa “cessazione della violenza”.

Ascolta l'intervista al cardinale Mario Zenari

Ancora una volta Papa Francesco si è pronunciato sul conflitto in Siria, auspicando “una soluzione politica a un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti”...

R. – In guerra, tutti sono perdenti. Quelli che pagano il conto più alto sono i civili e tra questi i bambini e le donne, purtroppo.

Qual è oggi la situazione in Siria? Quali le condizioni di vita della popolazione?

R. – Purtroppo, il capitolo “guerra” non è ancora terminato; ci sono ancora delle zone in cui avvengono degli scontri e qualche zona preoccupa ancora per quello che potrebbe – e speriamo di no – succedere, come la provincia nord-occidentale di Idlib, poi c’è la zona nord, lungo il confine con la Turchia, e poi c’è ancora la zona nord-est. Per quanto riguarda le condizioni di vita dei civili, le condizioni umanitarie sono sempre molto, molto critiche. E poi ricordiamo sempre che 12 milioni di siriani – vale a dire la metà della popolazione – è tuttora fuori dalle proprie case, fuori dai propri villaggi; e di questi 12 milioni, circa 6 milioni e mezzo sono sfollati interni, più volte sfollati, e circa 5 milioni e mezzo sono rifugiati nei Paesi circostanti. Il Papa ha menzionato e anche ringraziato per l’ospitalità e ha auspicato – come tutti auspichiamo – che possano fare ritorno nella loro terra, in Siria, in sicurezza e dignità.

Parlava della provincia di Idlib: proprio oggi “Save the Children” ha lanciato un allarme per gli 11 mila bambini nei campi sfollati, perché tra gli scontri e le alluvioni ci sono ritardi nei soccorsi …

R. – Sono cadute in questi ultimi mesi abbondanti piogge e si vedono nei campi profughi diverse tende crollate sotto il peso della pioggia, e così la povera gente è con i piedi nel fango.

Cosa auspica da un punto di vista geo-politico?

R. – Tutti auspichiamo la fine dei combattimenti: in alcune regioni della Siria questo sta già avvenendo. Vorrei ricordare che per la prima volta, in otto anni di guerra, all’inizio di quest’anno scolastico, a settembre, le famiglie in diversi posti della Siria hanno potuto mandare a scuola i bambini senza la preoccupazione degli anni scorsi. Ricorderei anche che per la prima volta in otto anni di guerra, l’anno scorso il Natale è stato celebrato dai cristiani con una certa serenità e gioia perché non era più sotto le bombe o sotto i mortai. Però, la situazione umanitaria rimane sempre molto, molto grave. E poi, il Papa ricordava ancora, richiamava al rispetto del diritto umanitario internazionale che è stato calpestato in questi otto anni di guerra. Tra le prime cose da fare e da osservare, nel Diritto umanitario internazionale, c’è la protezione dei civili e questo non è stato fatto; insieme alla protezione delle infrastrutture civili: molti ospedali colpiti. Secondo l’Oms, il 54% degli ospedali pubblici in Siria o sono completamente chiusi o sono solo parzialmente operanti; e ancora, una scuola su tre non è più agibile come anche altre infrastrutture civili. E poi, a poco a poco, si spera – con l’aiuto della comunità internazionale – di trovare una soluzione politica: questo è ancora molto, molto in salita, irta di problemi ma almeno che si incominci con la cessazione della violenza. Questo è il primo passo.

11 gennaio 2019, 14:39